Dolore e Patologie

L'Antidolorifico Non Fa Effetto: Cosa Significa

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 27 settembre 2026

Inquadratura ravvicinata del busto: braccio disteso all'altezza della spalla con manubrio rosa in mano (alzata laterale), ginocchio sollevato.
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Hai preso qualcosa. Sono passate due ore, poi quattro, e il dolore è esattamente dov'era. La prima cosa che passa per la testa è che la dose fosse bassa. La seconda, peggiore, è che allora il problema sia grave.

Nella grande maggioranza dei casi non è né l'una né l'altra. È che gli antidolorifici, sul dolore muscolo-scheletrico, fanno molto meno di quanto tutti diamo per scontato — e questo è scritto nero su bianco negli studi da anni, solo che nessuno lo dice in farmacia.

Questo articolo non ti dice cosa prendere o cosa smettere: il farmaco lo prescrive un medico e la decisione resta lì. Ti dice l'altra metà, quella che è mestiere nostro: cosa vuol dire, per il movimento, che non sta facendo effetto.

Prima di tutto: i segnali che non riguardano il farmaco

C'è una minoranza di situazioni in cui la domanda giusta non è quale antidolorifico, ma quanto in fretta farsi vedere. Rivolgiti a un medico, o al pronto soccorso, se insieme al dolore compare anche uno solo di questi segnali:

  • Perdita del controllo della vescica o dell'intestino, o difficoltà improvvisa a urinare.
  • Perdita di sensibilità nella zona della sella: interno cosce, perineo, area genitale e anale.
  • Debolezza a una gamba o a un braccio che peggiora nel giro di ore o giorni, il piede che cede, la presa che molla.
  • Febbre o brividi insieme al dolore, soprattutto con un'infezione in corso.
  • Calo di peso non voluto, dolore che non dà tregua nemmeno da sdraiato e sveglia di notte, storia di tumore.
  • Trauma importante, oppure un trauma anche modesto se hai osteoporosi o assumi cortisone da tempo.

Questi segnali servono a decidere quando farsi vedere, non ad autodiagnosticarsi. E nessuno di loro si riconosce da quanto ha funzionato la pastiglia.

Il numero che non ti dice nessuno

Partiamo dalla parte scomoda, con le cifre vere. Sono tutte sul mal di schiena, perché è lì che la ricerca è più solida: non estendiamole automaticamente al ginocchio o alla spalla.

La revisione Cochrane del 2020 sugli antinfiammatori nel mal di schiena acuto ha messo insieme 32 studi randomizzati e 5.356 persone. Rispetto al placebo, la differenza sull'intensità del dolore era di 7,29 punti su una scala da 0 a 100 (prove di qualità moderata), e di 2,02 punti su 24 nella disabilità (prove di alta qualità). La frase degli autori è testuale: la dimensione di questi effetti è piccola e probabilmente non clinicamente rilevante.

Sette punti su cento. Non zero — ma se ti aspettavi che il dolore sparisse, sette punti su cento è esattamente la sensazione di «non mi ha fatto niente».

Per il paracetamolo il quadro è più netto. La panoramica Cochrane del 2023, che ha riunito sette revisioni per 103 studi e 22.238 partecipanti, riporta prove di alta qualità che nel mal di schiena acuto non c'è differenza rispetto al placebo: 0,49 punti su 100, cioè niente. La conclusione generale di quella panoramica è la cosa più onesta che si sia scritta sull'argomento: non abbiamo trovato prove di qualità alta o moderata che un qualsiasi farmaco studiato dia un effetto grande o medio sul dolore, né nel mal di schiena acuto né in quello cronico.

Nel 2025 una meta-analisi su BMJ Evidence-Based Medicine ha allargato il campo a 301 studi controllati con placebo e 56 trattamenti diversi, chirurgia esclusa. Risultato: circa uno su dieci si è dimostrato efficace, e con effetti analgesici piccoli. Fra quelli risultati non efficaci per il mal di schiena acuto ci sono il paracetamolo e le infiltrazioni di cortisone.

Quindi: «non mi fa effetto» non è un guasto. Statisticamente, è uno degli esiti più comuni.

Frontale ravvicinato: uomo seduto con i due manubri fermi in basso lungo le cosce, sguardo abbassato, fase di partenza dell'esercizio.

Tre motivi diversi, e portano a tre strade diverse

1. Sta facendo quello che può, ed è poco

È il caso dei numeri qui sopra. Il farmaco ha funzionato quanto sa funzionare, e quel quanto non basta a coprire il tuo dolore. Non c'è niente di rotto in te: la molecola ha un tetto, e il tuo dolore sta sopra quel tetto.

Cosa cambia: smetti di cercare la pastiglia giusta e inizia a cercare cosa muove il dolore. Quale posizione lo accende, quale lo spegne, cosa succede il giorno dopo aver camminato mezz'ora. Quelle informazioni valgono più di un cambio di principio attivo, e sono la materia prima di qualsiasi programma sensato.

2. Il dolore non è (soprattutto) infiammatorio

Un antinfiammatorio agisce sull'infiammazione. Se il tuo dolore è meccanico — arriva con il carico, con una posizione tenuta a lungo, con un movimento preciso, e cambia quando cambi posizione — allora il bersaglio del farmaco non è il tuo bersaglio.

Il segnale tipico: il farmaco smorza il fondo ma il movimento che fa male continua a fare male uguale. È un'informazione utilissima, e va detta al fisioterapista con queste parole.

3. Il sistema è diventato ipersensibile

Nel 2017 la IASP, l'associazione internazionale per lo studio del dolore, ha adottato un terzo modo di descrivere il dolore accanto a quello nocicettivo e a quello neuropatico: il dolore nociplastico, cioè dolore che nasce da una nocicezione alterata e che non si spiega del tutto né con un danno dei tessuti né con una lesione nervosa. I criteri proposti per l'apparato muscolo-scheletrico sono quattro: dolore che dura da più di tre mesi, distribuzione regionale o diffusa più che circoscritta, impossibilità di spiegarlo interamente con gli altri due meccanismi, e segni clinici di ipersensibilità nell'area.

Se è questo il quadro, i farmaci pensati per l'infiammazione tendono a fare poco per costruzione. Non vuol dire che il dolore sia immaginario — vuol dire che il sistema di allarme si è tarato troppo basso, e che si lavora su quello.

E quando invece il farmaco è la mossa giusta?

Questa è la parte che di solito manca negli articoli scritti da fisioterapisti, e che rende il resto credibile.

Nel 2022 uno studio randomizzato pubblicato su JAMA Network Open ha seguito 100 persone con tendinopatia achillea di lunga durata. Tutte facevano esercizio; metà riceveva in più un'infiltrazione di cortisone ecoguidata, metà un'infiltrazione placebo. A sei mesi il gruppo con il cortisone stava 17,7 punti meglio sul punteggio VISA-A (intervallo di confidenza dal 8,4 al 27,0), senza eventi avversi gravi e senza peggioramenti a due anni di distanza.

Diciassette punti sono tanti. Ma guarda bene com'è fatto lo studio: tutti e due i gruppi facevano esercizio. Il cortisone non ha sostituito la riabilitazione, l'ha resa possibile. È il modello giusto per pensare a un farmaco in un percorso muscolo-scheletrico: apre una finestra, e dentro quella finestra ci deve entrare qualcosa.

Sul fronte opposto, la stessa panoramica Cochrane del 2023 riporta per i miorilassanti nel mal di schiena acuto prove di qualità moderata di un effetto piccolo sul dolore, e prove di qualità moderata che aumentano il rischio di effetti indesiderati. Un po' servono e un po' costano: è una decisione clinica, non un automatismo.

Cosa non fare quando non fa effetto

  • Non alzare la dose da solo. L'effetto non cresce in proporzione, il rischio sì. E la notizia che non ha funzionato è più utile al medico di un dosaggio raddoppiato di nascosto.
  • Non impilare farmaci diversi sperando che uno peschi. Se non ha funzionato un antinfiammatorio, il problema non si risolve aggiungendone un secondo dello stesso tipo.
  • Non prenderlo per superare l'allenamento o il turno. È l'errore più comune negli sportivi e in chi fa un lavoro fisico: senza il segnale non sai dove sei, e il conto arriva il giorno dopo o la settimana dopo.
  • Non concludere che allora non funziona niente. È la trappola peggiore, perché porta al riposo prolungato. Nella stessa meta-analisi del 2025 in cui quasi tutto risultava inefficace, l'esercizio è uno dei cinque trattamenti risultati efficaci per il mal di schiena cronico. L'effetto è piccolo pure lì, e va detto: nessuno qui ti sta vendendo la bacchetta magica. Ma c'è una differenza che le medie non catturano — la pastiglia cambia il pomeriggio, l'esercizio cambia la direzione.

Le tre cose da dire, e a chi

Quando il farmaco non ha funzionato, queste tre informazioni cambiano davvero il piano — al medico e al fisioterapista:

  1. Cosa hai preso, quanto e per quanti giorni, e cos'è successo: niente, poco, oppure sollievo che finiva prima della dose successiva.
  2. Se il movimento che fa male continua a fare male uguale anche quando il dolore di fondo si abbassa. È il segno che stiamo guardando un problema meccanico.
  3. Da quanto dura, e se è circoscritto o diffuso. Sopra i tre mesi e diffuso, il ragionamento cambia — e cambia anche il tipo di lavoro che ha senso proporti.

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Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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