Dolore e Patologie

Tendinopatia: Il Trattamento Basato Sulle Evidenze

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 23 settembre 2026

Trattamento cervicale: fisioterapista in polo bianca seduto dietro la testa della paziente supina, mani sotto la nuca, sfondo bianco pulito.
Condividi

Il primo passo giù dal letto è quello che ti dice tutto: il tendine è rigido, fa male per una decina di minuti, poi si scalda e quasi te ne dimentichi. Corri, alleni, lavori. La sera, o il mattino dopo, il conto torna puntuale. Vai avanti così da mesi: ti sei fermato due settimane e sembrava sistemato, hai ripreso e in tre giorni eri al punto di prima. Nel frattempo hai provato una pomata, una fascia e qualche seduta di terapia strumentale, e la domanda è sempre la stessa: sto facendo la cosa giusta?

Il numero che ribalta la domanda: non conta quanto spesso, conta quanto pesante

La domanda più comune è "quante volte al giorno devo farli". La meta-analisi più grande mai fatta sulla dose dell'esercizio nelle tendinopatie risponde al contrario di come te lo aspetti. È stata pubblicata sul British Journal of Sports Medicine nel 2023 e ha messo insieme 110 studi, 148 bracci di trattamento e 3.953 partecipanti su cinque sedi: cuffia dei rotatori (48 bracci), Achille (43), gomito laterale (29), rotuleo (24), gluteo (4).

Due risultati, coerenti sia analizzando le sedi insieme sia separatamente. Il primo: i programmi a intensità più alta, cioè quelli che aggiungono una resistenza esterna invece di usare solo il peso del corpo, hanno effetti medi maggiori (β = 0,50; intervallo credibile 95% da 0,15 a 0,84). Il secondo: la frequenza più bassa — meno che quotidiana — batte quella quotidiana e quella più volte al giorno. Sul volume, cioè su quante serie e ripetizioni, l'evidenza è definita dagli autori "minima e incoerente".

I limiti, detti chiaramente. Gli autori aprono la conclusione ammettendo che "la dose dell'esercizio contro resistenza è riportata male nella letteratura sulle tendinopatie": le meta-regressioni lavorano quindi su dati incompleti. I criteri di inclusione ammettevano anche studi controllati non randomizzati. Il vantaggio dell'intensità regge solo nel dominio a effetto grande: nel dominio a effetto piccolo l'effetto è nullo (β = 0,04; intervallo da -0,21 a 0,31; p = 0,619). Sulla frequenza gli autori parlano di "pattern", non di causalità. E il gluteo è rappresentato da quattro sole braccia di trattamento: per la tendinite del gluteo medio questo dato è molto più fragile che per l'Achille.

Tradotto: il tendine non ha bisogno di essere stuzzicato ogni giorno con esercizi leggeri. Ha bisogno di un carico serio e del tempo per recuperarlo.

Cosa succede davvero nel tendine, detto semplice

Il tendine è una corda che trasmette la forza del muscolo all'osso, e si adatta a quello che gli chiedi: lentamente. Il problema nasce quando la richiesta cresce più in fretta della capacità — un nuovo lavoro in piedi, un aumento dei chilometri, una ripresa dopo uno stop, un ritmo che prima reggevi e adesso no.

Questo spiega perché il carico è insieme la causa e la cura. Toglierlo del tutto abbassa la richiesta, ma abbassa anche la capacità: quando riprendi, il divario è lo stesso o peggiore. Rimetterlo in modo graduale e misurato è l'unico modo conosciuto per spostare la capacità verso l'alto, e un carico che conta ha bisogno di un recupero che conta.

Una cosa che vale la pena sapere prima di fissarti sull'ecografia: i sintomi migliorano più e prima dell'immagine. Nel follow-up a cinque anni citato più avanti lo spessore del tendine è sceso da 8,05 mm a 7,50 mm senza raggiungere la significatività statistica (p = 0,051), mentre le persone stavano nettamente meglio. Un tendine che all'ecografia resta ispessito non è la prova che il lavoro non stia funzionando.

La ragazza scende in affondo tirando le maniglie del TRX, il fisioterapista in ginocchio subito dietro le sue gambe.

Tendinite, tendinosi, tendinopatia: le tre parole

Sono tre parole per la stessa zona di problema, e capitano tutte e tre sullo stesso referto nel giro di due anni.

Tendinite è la parola più vecchia e dice «infiammazione del tendine». Il punto è che nei tendini dolenti da mesi il quadro classico dell'infiammazione acuta spesso non si trova: quello che si vede è un tessuto cambiato, con fibre disorganizzate e più acqua fra di esse.

Tendinosi è la parola che descrive proprio quello: l'aspetto degenerativo del tendine, quello che il radiologo legge sull'ecografia o sulla risonanza — «tendinosi del sovraspinato», «tendinosi achillea», «tendinosi rotulea». Descrive come appare il tendine, non quanto ti fa male.

Tendinopatia è il termine ombrello che si è imposto proprio per questo: non pretende di dire cosa stia succedendo dentro, dice che quel tendine dà problemi. È la parola che usiamo in questa pagina.

Cosa cambia nel trattamento? Niente

È la domanda che arriva subito, e la risposta è quella scomoda: leggere «tendinosi» invece di «tendinite» non cambia cosa devi fare. Il carico progressivo resta il trattamento in tutti e tre i casi.

Cambia però una cosa importante nella testa: «tendinosi» non vuol dire che il tendine è rovinato per sempre. Vale qui quello che hai letto sopra — i sintomi migliorano più e prima dell'immagine, e un tendine che resta ispessito all'ecografia non è la prova che il lavoro non funzioni.

È lo stesso scollamento fra referto e persona di cui parliamo per la colonna in discoartrosi e per l'osso in edema osseo.

Il dolore durante l'esercizio: quanto è ammesso

Qui c'è il malinteso che blocca più persone: l'idea che ogni fitta sia un danno. La meta-analisi pubblicata sul British Journal of Sports Medicine nel 2017 ha confrontato programmi in cui il dolore è permesso o incoraggiato con programmi indolori, nel dolore muscoloscheletrico cronico: su 9.081 studi passati al setaccio, nove lavori da sette studi, per 385 partecipanti, rispettavano i criteri. Risultato: piccolo vantaggio degli esercizi con dolore ammesso nel breve termine (differenza standardizzata -0,27, da -0,54 a -0,05), con qualità delle prove moderata.

I limiti, detti chiaramente. La base è piccola: sette studi, 385 persone. L'effetto è esplicitamente "piccolo" e l'estremo superiore dell'intervallo (-0,05) sfiora lo zero. Soprattutto: il vantaggio esiste solo nel breve termine. Nel medio e lungo termine, e su funzione e disabilità a qualsiasi orizzonte, non c'è differenza significativa. E la popolazione è il dolore muscoloscheletrico cronico in generale, non la sola tendinopatia.

La lettura onesta non è "più fa male meglio è". È: il dolore durante l'esercizio non è un ostacolo al risultato, quindi non è un motivo per smettere. Gli studi usano un modello di monitoraggio, cioè un limite concordato prima che non deve peggiorare di settimana in settimana. La soglia numerica esatta non compare nell'abstract, e non te la invento: il principio è che il dolore va tenuto sotto controllo e confrontato nel tempo, non azzerato.

Perché il riposo puro quasi mai chiude la partita

Due studi rispondono da angolazioni diverse.

Il primo è una revisione sistematica vivente con network meta-analysis sul tendine d'Achille, pubblicata sul British Journal of Sports Medicine nel 2021: 29 studi randomizzati, 42 trattamenti diversi. Qualunque classe di trattamento attivo è risultata superiore all'attesa vigile a tre mesi nella forma del terzo medio. A 12 mesi, esercizio, esercizio più infiltrazione ed esercizio più tutore notturno erano tutti comparabili alla sola terapia infiltrativa.

I limiti, detti chiaramente. Nessuno studio era a basso rischio di bias: 22 su 29 (il 76%) erano ad alto rischio. La certezza delle prove va da molto bassa a bassa su tutti i confronti, e gli autori scrivono che "c'era grande incertezza nelle stime comparative"; per la forma inserzionale non è stata possibile alcuna analisi, quindi il risultato non si estende lì; la ricerca è ferma a febbraio 2019. E attenzione a come chiudono gli autori: l'esercizio è consigliato come punto di partenza perché è facile da prescrivere, può costare poco e ha pochi effetti avversi — non perché sia dimostrato superiore agli altri trattamenti attivi.

Il secondo è uno studio randomizzato pubblicato sull'American Journal of Sports Medicine nel 2007 su 38 pazienti con tendinopatia d'Achille. Metà ha continuato a correre e saltare usando un modello di monitoraggio del dolore, metà ha smesso per le prime sei settimane. A 12 mesi il punteggio VISA-A era salito da 57 a 85 nel gruppo che continuava e da 57 a 91 nel gruppo a riposo attivo, senza differenze significative fra i due. Gli autori: "non è stato possibile dimostrare alcun effetto negativo dal continuare l'attività di carico".

I limiti, detti chiaramente. Trentotto pazienti, 19 per braccio: il disegno non ha la potenza per escludere differenze piccole, e il risultato è di non inferiorità osservata, non di superiorità del continuare. Il confronto era con il riposo attivo: entrambi i gruppi facevano lo stesso programma di carico progressivo, quindi lo studio non ha mai messo il carico contro il riposo puro. Gli autori restano al condizionale.

Messi insieme: fermarsi e basta è l'unica strategia che nessuno studio sostiene, mentre continuare a muoversi dentro un programma di carico non ha mostrato danni.

Cosa fare, in ordine di quanto conta

1. Un programma di carico progressivo con resistenza esterna. È la voce che pesa più di tutte le altre messe insieme. Peso aggiunto invece del solo corpo, poche sedute a settimana invece di tutti i giorni, progressione scritta e verificata nel tempo.

2. Il protocollo che riesci davvero a fare. Lo studio randomizzato del 2015 sull'American Journal of Sports Medicine ha confrontato testa a testa eccentrico e heavy slow resistance su 58 pazienti con tendinopatia d'Achille del terzo medio, per 12 settimane con follow-up a 52. Entrambi i gruppi sono migliorati in modo netto (P < 0,0001) e il miglioramento ha tenuto a un anno: nessuna differenza fra i due. L'unica differenza statisticamente solida è stata l'aderenza, 92% contro 78% (P < 0,005); la soddisfazione a 12 settimane tendeva a favore dell'heavy slow resistance ma senza raggiungere la significatività (100% contro 80%, P = 0,052). Limiti: 58 pazienti, nessun braccio di controllo senza esercizio, solo forma del terzo medio. Se vuoi il dettaglio di come si eseguono, li abbiamo spiegati negli articoli sugli esercizi eccentrici e sul rinforzo del tendine d'Achille.

3. L'isometrico come strumento, non come cura. La revisione di BMJ Open Sport & Exercise Medicine del 2020 ha raccolto dieci studi su rotuleo, cuffia, gomito, Achille e gluteo: l'isometrico non è risultato superiore all'isotonico nella tendinopatia cronica, né subito dopo il trattamento né a breve termine. Limiti pesanti: sette studi su dieci sono di qualità scarsa, il livello di evidenza è "limitato, livello 3", Achille e gluteo hanno un solo studio ciascuno, l'orizzonte non supera le 12 settimane. Gli autori aggiungono che la risposta varia molto da persona a persona e fra sedi diverse: se a te l'isometrico toglie dolore per qualche ora, usalo dentro il programma; se non fa niente, non stai sbagliando nulla.

4. Il tempo. Vale più di qualunque variante di esercizio. Ne parliamo nel paragrafo qui sotto.

Cosa non vale la pena

L'ultrasuono terapeutico da solo o in aggiunta. La revisione Cochrane del 2016 sulle terapie strumentali nella patologia di cuffia dei rotatori ha incluso 47 studi e 2.388 partecipanti. Il dato che conta per te: l'ultrasuono "non ha prodotto benefici clinicamente importanti aggiuntivi quando combinato con altri interventi di fisioterapia" (otto studi eterogenei, prove di bassa qualità). L'unico segnale positivo riguarda la tendinite calcifica, viene da un solo studio su 61 partecipanti, e a nove mesi le differenze fra i gruppi non erano più importanti. Per campi elettromagnetici pulsati, microcorrenti, ionoforesi con acido acetico e diatermia a microonde, nessun beneficio clinicamente importante.

Onestà fino in fondo: la stessa revisione segnala che il laser a bassa potenza potrebbe avere un beneficio a breve termine rispetto al placebo, sempre su prove di bassa qualità e senza vantaggi aggiuntivi quando viene sommato alla fisioterapia. I limiti sono seri: gli studi erano così eterogenei che "nessun dato ha potuto essere combinato in una meta-analisi", solo il 23% era a basso rischio di bias di allocazione, la ricerca si ferma a marzo 2015 e riguarda la cuffia dei rotatori, non tutte le tendinopatie.

Le scorciatoie che promettono di saltare i mesi. La revisione Cochrane del 2025 sulla tendinopatia rotulea ha confrontato il rinforzo con l'infiltrazione di cortisone e con la chirurgia: sette studi, 211 partecipanti. Contro l'infiltrazione, differenze piccole e intervalli che attraversano lo zero in entrambe le direzioni. Contro la chirurgia a 12 mesi, il ritorno allo sport era 86% con l'intervento e 85% con l'esercizio (rischio relativo 1,02, da 0,78 a 1,34). I limiti li dichiarano gli autori, e sono grossi: nessuno studio ha confrontato l'esercizio con un placebo, la certezza è da molto bassa a bassa, quasi ogni confronto poggia su un solo studio, gli eventi avversi non sono stati misurati e tutti i partecipanti erano atleti (88% maschi, età media 26 anni).

Quanto ci vuole davvero

Nei trial i programmi durano 12 settimane, e il miglioramento ottenuto lì tiene a un anno. Ma la fotografia più utile è quella a cinque anni, pubblicata sul British Journal of Sports Medicine nel 2012: 58 pazienti trattati col programma eccentrico classico sono stati ricontattati a distanza di cinque anni e i dati sono stati raccolti su 46 di loro. Il punteggio VISA-A è passato da 49,2 all'inizio a 83,6, e ha continuato a salire anche fra il primo e il quinto anno (da 75,0 a 83,4). Però: solo il 39,7% era completamente libero dal dolore, e il 48,3% nel frattempo aveva ricevuto uno o più altri trattamenti.

I limiti, detti chiaramente. È un follow-up osservazionale senza gruppo di controllo: il miglioramento non è attribuibile al solo programma eccentrico, tanto più che quasi metà dei pazienti aveva fatto altro. Dodici persone su 58 sono andate perse. I dati sui trattamenti ricevuti e sullo stato del dolore sono stati raccolti a memoria, con un questionario. La conclusione degli autori è la frase che dovrebbe stare su ogni depliant: "un miglioramento dei sintomi è atteso nel lungo termine, ma un dolore lieve può rimanere".

Un dato di contorno che spiega molto: nella revisione Cochrane del 2025 la durata media dei sintomi era di 41,6 mesi. Le persone arrivano tardi: se sei dentro da due mesi e non da tre anni, parti meglio della media.

Quando serve un medico

Ci sono situazioni in cui il programma di carico non è la prima cosa da fare, e rimandare è l'unico errore davvero costoso:

  • uno schiocco improvviso durante uno scatto o un salto, con dolore acuto e impossibilità di sollevarti sulle punte appoggiando su un piede solo, o un avvallamento che senti al tatto lungo il tendine: è il quadro della rottura, che è un problema chirurgico e non una tendinopatia;
  • dolore comparso dopo un trauma o impossibilità di caricare l'arto;
  • tendine caldo, gonfio e arrossato, con febbre o malessere generale;
  • dolore notturno che ti sveglia e non cambia con la posizione, dolore a riposo del tutto slegato dall'attività, calo di peso non voluto, una storia oncologica alle spalle;
  • rigidità mattutina che dura oltre un'ora, in più articolazioni, con tendini dolenti in sedi diverse (tallone, gomito, dita) e magari disturbi intestinali, cutanei o oculari: orienta verso una valutazione reumatologica, non verso un sovraccarico;
  • una terapia recente con antibiotici fluorochinolonici: le schede tecniche di questi farmaci riportano il rischio di tendinite e di rottura tendinea, quindi parlane col medico prima di aumentare il carico;
  • in un ragazzo in crescita, un dolore preciso su una prominenza ossea non va gestito come una tendinopatia dell'adulto.

Fuori da questi casi, il ragionamento sul carico progressivo resta quello giusto, anche quando il dolore va avanti da anni.

Cosa possiamo fare noi, e cosa no

Cominciamo da quello che non possiamo fare a distanza, perché è la parte che conta di più. Non possiamo metterti le mani addosso: niente palpazione del tendine, niente test in cui siamo noi a opporre resistenza. Non facciamo ecografie né altre immagini. Non possiamo escludere in videochiamata una rottura parziale o totale, né prescrivere farmaci o infiltrazioni. Se emerge una delle bandiere rosse di cui sopra, la risposta corretta è mandarti da un medico — e te lo diciamo subito, non dopo un ciclo di sedute.

Quello che possiamo fare è la parte che gli studi indicano come decisiva. Guardarti mentre carichi, con test che esegui davanti alla telecamera e che dicono molto: sollevarti sulle punte su un piede solo e contare quante volte ci riesci, scendere da un gradino, tenere una posizione sotto carico. Costruire la progressione: quanto peso, quante volte a settimana, quando aumentare, quanto dolore è accettabile per te. E poi la cosa più noiosa e più importante: seguirti per i mesi che servono, correggendo la rotta. L'unica differenza statisticamente solida fra i due protocolli del 2015 è stata l'aderenza, 92% contro 78%: il protocollo migliore è quello che una persona riesce davvero a portare a termine, e quasi nessuno ci riesce da solo.

Se vuoi capire a che punto sei, la prima visita è gratuita e dura venti minuti in videochiamata con un fisioterapista iscritto all'Albo TSRM PSTRP. Le sedute costano 29,90 € (per i bambini fino ai dieci anni durano 50 minuti e costano 59,90 €), e paghi solo se decidi di continuare.

Prima visita gratuita

Parla con un fisioterapista, senza muoverti da casa

Rispondi a poche domande e ti assegniamo il tuo fisioterapista, iscritto all'Albo: è lui a farti il primo colloquio, gratuito e di 20 minuti, ed è sempre lui a seguirti. Poi è lui a proporti le sedute in chat, una alla volta o tutte insieme — niente pacchetti da comprare al buio.

Inizia il questionario →

Sedute individuali 29,90€ · Pagamento sicuro · Nessun abbonamento

Articoli correlati