Dolore e Patologie

Radicolopatia Lombare: Esercizi e Trattamento

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 18 agosto 2026

Fisioterapista ripreso da dietro mentre si china sulla paziente prona sul lettino blu, mobili e parquet dello studio sullo sfondo.
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Radicolopatia lombare è un termine che spaventa più di quanto meriti. Descrive una cosa precisa: una radice nervosa che esce dalla parte bassa della colonna è compressa o irritata e manda segnali sbagliati lungo la gamba.

Prima di tutto il resto, però, c'è una parte che non si può leggere di sfuggita.

Prima di continuare: quando non si aspetta

Nella grandissima maggioranza dei casi la radicolopatia lombare è un problema fastidioso ma benigno. In una piccolissima minoranza no. Questi sono i casi in cui si va in pronto soccorso lo stesso giorno, non domani, non dopo aver provato gli esercizi.

Sindrome della cauda equina. Vai in pronto soccorso subito se compare anche uno solo di questi:

  • fai fatica a urinare, non senti lo stimolo, o ti accorgi che la vescica non si svuota
  • perdi urina o feci senza accorgertene
  • hai formicolio, intorpidimento o assenza di sensibilità nella zona che appoggia sulla sella di una bicicletta (perineo, genitali, interno cosce)
  • hai debolezza o intorpidimento a entrambe le gambe
  • la sensibilità genitale è cambiata o è sparita

Non è una lista da cui scegliere il sintomo che ti convince di più. Se uno di questi è presente insieme a un dolore lombare o a una sciatalgia, è un'urgenza chirurgica e il tempo conta. La compressione delle radici che escono sotto la fine del midollo può lasciare danni permanenti al controllo di vescica, intestino e funzione sessuale.

Una revisione sistematica del 2023 su 110 studi e 52.008 pazienti ha mostrato che nemmeno gli specialisti usano una definizione condivisa di questa sindrome: solo il 14,5% degli studi adottava criteri consolidati, e non esiste consenso su quando far partire il cronometro verso la sala operatoria. Il sintomo più riportato era proprio la disfunzione urinaria, nel 40% degli studi.

È esattamente il motivo per cui non ha senso provare a escluderla da soli leggendo un articolo: se il dubbio c'è, si va a farsi guardare.

Deficit motorio che peggiora. Se una debolezza sta aumentando in fretta serve una valutazione urgente, non una visita fra tre settimane. I due segni più concreti: il piede che "cade" o sbatte a terra quando cammini, e il ginocchio che cede sotto il tuo peso.

Sintomi che spostano il sospetto altrove. Febbre insieme al mal di schiena, un trauma importante, una storia personale di tumore, un calo di peso che non ti spieghi, l'uso prolungato di cortisone o di droghe iniettive: sono situazioni in cui il dolore va inquadrato da un medico prima di iniziare qualsiasi programma di esercizi.

Se hai letto fin qui e nulla di tutto questo ti riguarda, il resto dell'articolo è per te.

Cos'è davvero una radicolopatia

La colonna lombare è composta da cinque vertebre (L1-L5), separate da dischi intervertebrali che lavorano da ammortizzatore. Ai lati, a ogni livello, le radici nervose escono attraverso aperture ossee chiamate forami: sono corridoi stretti, e basta poco per ridurne lo spazio.

La radicolopatia si verifica quando una di queste radici viene compressa o irritata. Da qui l'aspetto che più disorienta: il problema sta nella schiena, ma il sintomo si sente nella gamba. Una radice irritata "parla" per tutto il territorio che serve, quindi puoi avere dolore al polpaccio senza che ci sia nulla di sbagliato nel polpaccio.

È la stessa condizione che chiamiamo "sciatica" quando riguarda le radici basse (L4-L5, L5-S1) e "cruralgia" quando riguarda quelle più alte (L2-L3, L3-L4). Cambia il nome popolare, non il meccanismo.

Ponte completo di profilo su tappetino azzurro, cielo e mare calmo sullo sfondo, tablet visto di spalle al bordo sinistro.

Radicolopatia o lombalgia che irradia?

Questa distinzione conta, perché cambia il percorso. Moltissimi mal di schiena mandano dolore anche nel gluteo o nella parte alta della coscia senza che nessuna radice sia coinvolta: è dolore riferito, prodotto da strutture profonde della zona lombare, e si comporta in modo diverso.

Tende a essere una radicolopatia quando:

  • il dolore scende sotto il ginocchio e prosegue verso il piede
  • segue una striscia definita, che riesci a disegnare con un dito
  • il dolore alla gamba è più forte di quello alla schiena, o comunque altrettanto forte
  • ci sono formicolio, intorpidimento o riduzione della sensibilità nello stesso territorio
  • c'è una debolezza specifica, per esempio nel sollevare la punta del piede o nell'alzarti sulle punte
  • un riflesso è ridotto o assente rispetto all'altro lato

Tende a essere dolore riferito quando:

  • si ferma al gluteo o alla coscia e non scende sotto il ginocchio
  • è diffuso, sordo, difficile da delimitare
  • non ci sono formicolii, perdite di sensibilità né debolezza
  • il dolore alla schiena resta il protagonista

La distinzione non è sempre netta e le due cose possono convivere. Ma se non c'è nessun segno neurologico e il dolore non scende sotto il ginocchio, l'ipotesi radicolopatia perde molto peso, e con essa perde peso anche l'urgenza di fare una risonanza.

I livelli e i loro sintomi

I sintomi cambiano a seconda della radice interessata. Questa mappa è ciò che permette a un clinico di ipotizzare il livello ancora prima di guardare un'immagine.

Radicolopatia L3. Il dolore scende verso la parte anteriore e interna della coscia, talvolta fino al ginocchio. Può esserci debolezza nella flessione dell'anca e nell'estensione del ginocchio, e il riflesso rotuleo può risultare ridotto. È un livello meno comune degli altri.

Radicolopatia L4. Percorso simile a L3: coscia anteriore e interna, ginocchio, a volte la parte interna della gamba. La debolezza riguarda soprattutto l'estensione del ginocchio, cioè il quadricipite, e il riflesso rotuleo è spesso ridotto. Insieme a L3 è la causa tipica della cruralgia.

Radicolopatia L5. È il livello coinvolto più di frequente. Il dolore scende lungo la parte laterale della coscia e della gamba, fino al dorso del piede e all'alluce. La debolezza tipica riguarda l'estensione dell'alluce e la dorsiflessione del piede: per questo camminare sui talloni diventa difficile.

Radicolopatia S1. Il dolore scende lungo la parte posteriore della coscia e della gamba, fino al bordo esterno del piede e alle ultime dita. La debolezza si manifesta nella flessione plantare, cioè nell'alzarsi sulle punte. Il riflesso achilleo è spesso ridotto o assente. Insieme a L5 è la causa comune della sciatica.

Le cause

Distinguere la causa conta davvero, perché cambia il tipo di esercizio più indicato.

Ernia del disco. È la causa più comune nelle persone giovani e di mezza età. Il materiale discale spostato arriva a contatto con la radice adiacente. Il quadro tipico peggiora con la flessione della colonna e con la posizione seduta prolungata, e spesso migliora con l'estensione.

Se vuoi approfondire, abbiamo una guida dedicata a cosa fare in caso di ernia del disco.

Stenosi del canale vertebrale. Il canale spinale si restringe e comprime le strutture nervose. È più comune negli anziani e tipicamente dà sintomi bilaterali che peggiorano stando in piedi e camminando, e migliorano sedendosi o piegandosi in avanti: è il classico paziente che al supermercato sta meglio appoggiato in avanti sul carrello.

Stenosi foraminale. Qui il restringimento riguarda in modo specifico il forame, cioè il corridoio da cui la radice esce dalla colonna. È frequente negli anziani e può coesistere con l'artrosi delle faccette articolari.

Spondilolistesi. Una vertebra scivola rispetto a quella sottostante e può comprimere le strutture nervose. Richiede una valutazione specifica, perché la gestione dipende dall'entità dello scivolamento e da quanto è stabile.

Ernia e stenosi si comportano quasi all'opposto, e vale la pena tenerlo a mente:

  • età: l'ernia colpisce soprattutto giovani e mezza età, la stenosi gli anziani
  • lato: l'ernia in genere una gamba sola, la stenosi spesso entrambe
  • cosa peggiora: l'ernia stando seduti e piegandosi in avanti, la stenosi stando in piedi e camminando
  • cosa allevia: l'ernia alzandosi e muovendosi, la stenosi sedendosi e flettendosi in avanti
  • direzione spesso utile: estensione nell'ernia, flessione nella stenosi

È il motivo per cui gli stessi esercizi possono aiutare una persona e peggiorare i sintomi di un'altra. Non esiste "l'esercizio per la sciatica" valido per tutti.

Storia naturale: cosa succede col tempo

Questa è probabilmente l'informazione che stai cercando davvero, e merita numeri veri invece di rassicurazioni generiche.

Molte ernie si riducono da sole. Una revisione sistematica pubblicata su Clinical Rehabilitation ha raccolto 31 studi su pazienti trattati in modo conservativo e con almeno due valutazioni di imaging nel tempo.

Il riassorbimento spontaneo è risultato del 96% nelle sequestrazioni, del 70% nelle estrusioni, del 41% nelle protrusioni e del 13% nei bulging. La risoluzione completa è stata del 43% per le sequestrazioni e del 15% per le estrusioni.

Il dato controintuitivo è che le ernie più grosse sull'immagine sono quelle che spariscono più spesso, probabilmente perché il materiale espulso viene riconosciuto come estraneo e riassorbito.

Il limite va detto con la stessa chiarezza: sono studi osservazionali di imaging, non trial randomizzati, e solo 9 dei 31 erano utilizzabili per il calcolo aggregato. Descrivono cosa succede alle immagini nel tempo, non dimostrano che i sintomi seguano la stessa curva né che un trattamento specifico causi il riassorbimento.

Le persone migliorano, ma non tutte e non subito. Nel trial olandese di Peul, su 283 pazienti con sciatalgia severa da 6-12 settimane, la probabilità di sentirsi recuperati a un anno era del 95%, sia in chi era stato operato precocemente sia in chi aveva seguito un percorso conservativo prolungato.

La coorte inglese ATLAS racconta però una storia più sobria: su 609 pazienti che si erano rivolti al medico di base per dolore alla gamba, a dodici mesi era migliorato in modo rilevante il 55%.

La differenza tra il 95% e il 55% non è una contraddizione: cambia chi è stato arruolato e cambia cosa si è misurato. Peul chiedeva alle persone se si sentivano recuperate, ATLAS richiedeva una riduzione di almeno il 30% della disabilità misurata con un questionario.

La lettura onesta è questa: la direzione è quasi sempre verso il miglioramento, ma non è automatica e per una parte delle persone è lenta. In ATLAS i tre fattori più associati a un esito peggiore erano una durata più lunga del dolore alla gamba, un numero maggiore di altri sintomi attribuiti al problema e, dato interessante, la convinzione del paziente che il problema sarebbe durato a lungo.

Quando serve l'imaging e quando no

In assenza dei segnali descritti in apertura, fare subito una risonanza non migliora l'esito. Una meta-analisi di trial randomizzati pubblicata su The Lancet ha confrontato imaging lombare immediato e cure abituali senza imaging: nessuna differenza significativa su dolore e funzione, né a breve termine (fino a 3 mesi) né a 6-12 mesi.

Il motivo diventa evidente guardando cosa si trova nelle persone che stanno benissimo. Una revisione sistematica su 33 studi e 3.110 individui asintomatici ha stimato queste prevalenze:

  • degenerazione discale: 37% a 20 anni, 96% a 80 anni
  • bulging discale: 30% a 20 anni, 84% a 80 anni
  • protrusione discale: 29% a 20 anni, 43% a 80 anni
  • fissurazione anulare: 19% a 20 anni, 29% a 80 anni

Un bulging a 45 anni è un reperto che condividi con circa metà dei tuoi coetanei che non hanno alcun dolore. Trovarlo non spiega automaticamente il tuo sintomo, e leggerlo può fare danno: sapere di avere "la schiena rovinata" peggiora la prognosi, come suggerisce proprio il peso che le convinzioni del paziente avevano nella coorte ATLAS.

La risonanza serve, e serve davvero, in tre situazioni: quando ci sono segnali di allarme, quando c'è un deficit neurologico da documentare, e quando si sta valutando concretamente un intervento o un'infiltrazione. In quei casi l'immagine cambia una decisione. Fuori da quei casi, spesso cambia solo il livello di ansia.

Trattamento conservativo: cosa ha prove e cosa no

Il riposo a letto non funziona. È uno dei pochi punti su cui l'evidenza è vecchia e chiara. Uno studio randomizzato pubblicato sul New England Journal of Medicine ha assegnato 183 pazienti con sindrome radicolare lombosacrale a due settimane di riposo a letto oppure a semplice attesa vigile.

A due settimane era migliorato il 70% del gruppo a letto contro il 65% dei controlli, differenza non significativa (odds ratio 1,2; intervallo di confidenza 0,6-2,3). A dodici settimane era migliorato l'87% in entrambi i gruppi, senza differenze su dolore, funzione, assenze dal lavoro o ricorso alla chirurgia.

Tradotto: stare fermi non accelera nulla. Il messaggio pratico è restare in movimento entro la soglia che i sintomi tollerano, riducendo temporaneamente solo le attività che fanno scendere il dolore lungo la gamba.

L'esercizio ha prove moderate, non spettacolari. Una revisione sistematica su Spine, che ha incluso 18 trial e 1.671 partecipanti con ernia discale e radicolopatia, ha trovato evidenza moderata a favore degli esercizi di stabilizzazione rispetto al non fare nulla.

La stessa revisione segnala eventi avversi associati alla trazione (dolore, ansia, debolezza agli arti inferiori, svenimento) e all'ibuprofene (disturbi gastrointestinali).

Una network meta-analisi del 2025 su 50 trial e 4.920 partecipanti con sciatalgia cronica colloca l'esercizio abbinato alla mobilizzazione neurale tra gli interventi con le maggiori riduzioni del dolore alla gamba a breve termine, ma classifica la confidenza nell'evidenza come molto bassa e conclude che nessun intervento non chirurgico ha oggi prove di superiorità solide.

La mobilizzazione neurale è promettente e disomogenea. Una meta-analisi del 2023 su 20 studi randomizzati e 877 partecipanti con radicolopatia lombare ha trovato una riduzione significativa del dolore e della disabilità, sia usando la tecnica da sola sia aggiungendola ad altri trattamenti.

Gli stessi autori dichiarano però un'eterogeneità molto alta tra gli studi, oltre l'85%: la risposta individuale può variare parecchio.

La preferenza direzionale orienta, non risolve. Una revisione con meta-analisi sul Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy ha concluso che il metodo McKenzie non è superiore ad altre forme di riabilitazione nel mal di schiena acuto, mentre nel dolore cronico risulta migliore del solo esercizio generico sulla disabilità, con una differenza media standardizzata di -0,45.

Nessun vantaggio invece rispetto a terapia manuale più esercizio. È uno strumento ottimo per personalizzare, non una formula magica.

Sui farmaci, la linea guida. Le raccomandazioni dell'American College of Physicians per la lombalgia mettono al primo posto i trattamenti non farmacologici e, quando serve un farmaco, indicano come prima scelta i FANS o i miorilassanti.

Va precisato che quella linea guida riguarda la lombalgia in generale e non è specifica della radicolopatia: scelta e dosi restano una decisione medica.

La bussola: la centralizzazione

Il segnale che interessa più di tutti si chiama centralizzazione. Se un movimento fa risalire il dolore dalla gamba verso la schiena, è un buon segno, anche quando in quel momento la schiena fa un po' più male. Il contrario, cioè il dolore che scende più in basso lungo la gamba, è il segnale per fermarsi e cambiare qualcosa.

L'estensione tende ad aiutare quando la causa è discale, perché la maggior parte delle ernie si dirige posteriormente. La flessione tende ad aiutare nella stenosi, perché in un canale ristretto lo spazio aumenta quando la colonna si flette.

Esercizi in estensione

Se i tuoi sintomi migliorano con l'estensione (prova a metterti prono e sollevare il busto sui gomiti: se il dolore alla gamba diminuisce, è un buon indizio) questi sono gli esercizi da cui partire.

Sfinge. Sdraiato a pancia in giù, solleva il busto appoggiandoti sui gomiti, con le anche a terra. La parte importante è rilassare completamente la zona lombare e lasciare che la schiena si inarchi passivamente, senza spingere con i muscoli. Mantieni da 30 secondi a 2 minuti e ripeti spesso, indicativamente ogni 2-3 ore.

Press-up. Sempre da prono, porta le mani sotto le spalle e spingi il busto verso l'alto estendendo le braccia, mentre il bacino resta a terra. È la versione più intensa della sfinge, quindi ha senso arrivarci dopo qualche giorno e non subito. Circa 10 ripetizioni, ogni 2-3 ore.

Estensione in piedi. Mani appoggiate sulla zona lombare, piegati lentamente all'indietro. È l'esercizio che ti salva quando non puoi sdraiarti, per esempio al lavoro. Circa 10 ripetizioni, più volte al giorno.

Mobilizzazione nervosa

Gli esercizi di mobilizzazione neurale servono a far scorrere il nervo tra i tessuti che lo circondano. Non sono allungamenti: l'obiettivo è farlo scivolare con delicatezza, non tirarlo.

Per L5-S1 (sciatica). Sdraiato sulla schiena, solleva la gamba interessata tenendola leggermente piegata. Da questa posizione fletti ed estendi lentamente la caviglia, portando il piede su e giù. Inizia con escursioni piccole e aumentale gradualmente, 20-30 ripetizioni.

Per L3-L4 (cruralgia). Sdraiato sulla schiena, fletti l'anca portando il ginocchio verso il petto, a circa 90 gradi. Da lì estendi e fletti il ginocchio: così mobilizzi il nervo femorale. È l'esercizio chiave quando il problema è alto, 15-20 ripetizioni.

Stabilizzazione

Quando il dolore acuto inizia a calare, il lavoro cambia obiettivo: non più togliere sintomi, ma costruire la resistenza che riduce le ricadute.

Bird dog. A quattro zampe, con la schiena neutra, estendi lentamente il braccio destro e la gamba sinistra tenendo il bacino fermo: se il tronco ruota, il carico è già troppo. Mantieni 5-10 secondi, poi alterna, 10 ripetizioni per lato. La tecnica completa del bird dog è spiegata in un articolo dedicato.

Dead bug. Supino, braccia verso il soffitto e ginocchia piegate a 90 gradi, abbassa lentamente il braccio destro e la gamba sinistra tenendo la zona lombare premuta a terra. Insegna al core a stabilizzare mentre gli arti si muovono, 10 ripetizioni per lato. I dettagli sono nella guida al dead bug.

Side plank. Sul fianco, appoggiato sull'avambraccio, solleva il bacino mantenendo il corpo in linea retta. Rinforza gli stabilizzatori laterali, spesso i più trascurati, 15-30 secondi per lato.

Cosa evitare

Flessione prolungata, se la causa è un'ernia. Stare seduti a lungo, piegarsi in avanti, sollevare pesi curvando la schiena. Vanno limitate e spezzate con pause in piedi.

Stazione eretta prolungata, se la causa è una stenosi. Restare in piedi fermi o camminare a lungo peggiora i sintomi. Programma pause frequenti: sederti o piegarti in avanti per qualche istante riapre lo spazio.

Sollevamenti scorretti. Vale in ogni caso: piega le ginocchia, tieni il carico vicino al corpo, schiena neutra.

Insistere su un esercizio che fa scendere il dolore. Se dopo qualche giorno un movimento continua a spingere i sintomi più in basso nella gamba, non è questione di tenacia. È il segnale che quella direzione non è la tua.

Chirurgia o trattamento conservativo

Il confronto è stato studiato bene, e la risposta è più sfumata di come viene di solito raccontata.

Nel trial di Peul pubblicato sul New England Journal of Medicine, 283 pazienti con sciatalgia severa da 6-12 settimane sono stati assegnati a chirurgia precoce oppure a trattamento conservativo prolungato con chirurgia solo se necessaria.

Nel primo anno non c'è stata differenza significativa nei punteggi di disabilità. Chi era stato operato subito ha avuto un sollievo dal dolore alla gamba più rapido e un recupero percepito più veloce (hazard ratio 1,97). A dodici mesi, però, la probabilità di sentirsi recuperati era del 95% in entrambi i gruppi.

Un dettaglio racconta molto: nel braccio conservativo il 39% dei pazienti è stato comunque operato, in media dopo 18,7 settimane. Non è un fallimento del percorso, è come funziona: si prova la strada meno invasiva e si cambia se non basta.

Una revisione sistematica su European Spine Journal che ha raccolto i trial disponibili è arrivata alla stessa conclusione: la chirurgia precoce porta a un sollievo più rapido, ma le differenze a uno e due anni non ci sono più.

E la revisione su Spine citata sopra ha rilevato che la microdiscectomia batte il semplice consiglio nel breve periodo, mentre a lungo termine i due approcci si equivalgono.

Detto altrimenti: l'intervento tende ad accorciare l'attesa più che a cambiare il punto d'arrivo. È una ragione forte per dare tempo al percorso conservativo quando non ci sono segni di allarme, e una ragione altrettanto forte per non considerare la chirurgia una sconfitta se il dolore non passa e sta consumando i tuoi mesi.

Tempi realistici e cosa fare se non migliora

Non esiste un calendario garantito, ma esiste una griglia ragionevole.

  • Prime 1-2 settimane. Fase acuta. L'obiettivo non è guarire, è gestire il dolore, restare in movimento e trovare le posizioni che alleviano.
  • Settimane 2-6. La maggior parte delle persone comincia a notare un cambiamento: il dolore risale verso la schiena, gli intervalli tranquilli si allungano, torni a dormire.
  • Settimane 6-12. Consolidamento e progressione del carico. Qui entra la stabilizzazione e il ritorno graduale alle attività.
  • Oltre le 12 settimane. Se il quadro è fermo, va rivalutato. Il dolore alla gamba che dura oltre i tre mesi si definisce cronico e ha bisogno di un piano diverso, non della stessa cosa fatta più a lungo.

Quando chiedere una rivalutazione medica, senza aspettare:

  • compare o peggiora una debolezza muscolare
  • il dolore aumenta invece di calare nonostante il lavoro conservativo
  • dopo 6-8 settimane di trattamento fatto con costanza non è cambiato assolutamente nulla
  • il dolore ti impedisce di dormire nonostante la terapia antidolorifica prescritta
  • compare uno qualsiasi dei segnali descritti in apertura

Un'ultima nota sui segnali di allarme. Un quadro di riferimento internazionale pubblicato sul Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy ricorda che per la maggior parte delle red flag manca evidenza di alta qualità sull'accuratezza diagnostica: il documento propone un percorso di ragionamento clinico, non una lista da spuntare.

Questo vale per i segnali sfumati, come una febbre isolata o un calo di peso. Non vale per la cauda equina: lì non si pesa, si va.

Come lavoriamo su questo, anche a distanza

Un fisioterapista può valutare il tuo caso, individuare la direzione di movimento che ti allevia e costruire un programma progressivo. È un lavoro che si fa bene anche in videochiamata: si basa su cosa riferisci, su come ti muovi e su come rispondi ai test.

Servono tre cose: capire se davvero è una radicolopatia e quale radice è coinvolta, escludere i segnali che richiedono un medico, e trovare la direzione che centralizza i sintomi. Poi si costruisce la progressione e la si aggiusta man mano.

A distanza c'è anche un vantaggio pratico non banale: ti permette di essere seguito senza doverti spostare proprio nei giorni in cui il dolore rende scomodo perfino il viaggio in auto.

Se vuoi il parere di un professionista sulla tua situazione, puoi prenotare una consulenza gratuita con i nostri fisioterapisti.

In sintesi

La radicolopatia lombare è una condizione comune che nella grande maggioranza dei casi si risolve senza chirurgia. Molte ernie si riassorbono, il riposo a letto non serve, la risonanza precoce non cambia l'esito e l'intervento accorcia i tempi più di quanto sposti il traguardo.

Gli esercizi e i consigli di questa guida sono indicazioni generali e potrebbero non essere adatti al tuo caso: quello che funziona per un'ernia può peggiorare una stenosi. Usa il dolore alla gamba come bussola, dai al percorso conservativo il tempo che merita, e fatti guidare se dopo qualche settimana non vedi cambiamenti.

E se compare uno dei segnali della prima sezione, chiudi l'articolo e vai in pronto soccorso.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: agosto 2026.

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