Fisioterapia

Dolore Durante gli Esercizi: Quando è Normale

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Pubblicato il 18 febbraio 2026

Inquadratura ravvicinata: gambe piegate con palla blu tra le ginocchia e le mani del fisioterapista appoggiate sulla coscia/ginocchio della paziente p.
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«Se fa male devo smettere?» è la domanda che blocca più percorsi riabilitativi di qualunque altra. La risposta non è né «sì sempre» né «stringi i denti»: è che contano il tipo di dolore e quello che succede nelle ventiquattro ore dopo.

Cosa dicono gli studi

Per anni la regola è stata evitare del tutto il dolore durante l'esercizio. Poi è stata messa alla prova.

Una revisione sistematica con meta-analisi ha confrontato, nel dolore muscolo-scheletrico cronico, i programmi in cui il dolore è permesso o persino cercato con quelli in cui va evitato: nove lavori da sette studi randomizzati, 385 partecipanti.

Il risultato, letto per intero:

  • nel breve termine i programmi che permettono il dolore vanno un po' meglio sul dolore stesso — differenza standardizzata −0,27 (da −0,54 a −0,05), qualità delle prove moderata. È un effetto piccolo;
  • nel medio e lungo termine la differenza non c'è più;
  • su funzione e disabilità non c'è differenza in nessun momento.

La conclusione degli autori è la frase che conta: il dolore durante l'esercizio terapeutico non deve essere, di per sé, un ostacolo a un buon risultato.

Attenzione a non leggerlo al contrario. Non dice che più fa male meglio è. Dice che un po' di dolore non rovina il risultato, e che quindi evitarlo a ogni costo — smettendo, riducendo, rimandando — costa più di quanto faccia guadagnare. «No pain, no gain» resta sbagliato: il dolore non è il motore, è un sintomo tollerabile.

La regola pratica: 5 su 10, e il giorno dopo

Nella pratica clinica si usano due riferimenti insieme.

Durante: il dolore non supera 5 su 10 sulla scala da 0 a 10 — quella che usiamo anche in valutazione e che spieghiamo in scala NRS.

Dopo: entro 24 ore sei tornato al livello di partenza. Non «non deve far male»: deve rientrare.

Nessuna delle due è una soglia dimostrata. Servono a un'altra cosa: rendere la decisione verificabile invece che istintiva — e si usano insieme al numero dello sforzo, che è l'altra metà del dosaggio: quanto devo spingere, e spostare l'attenzione dal momento dell'esercizio alla finestra successiva, che è dove l'informazione sta davvero.

Simone inginocchiato tende un elastico rosso mentre la paziente, seduta sul bordo del lettino viola, sorride guardandolo; alla parete un attrezzo circ.

I dolori che si possono attraversare

Il bruciore del muscolo che lavora. Prevedibile, diffuso nel ventre muscolare, cresce con le ripetizioni e sparisce entro pochi minuti dallo stop.

L'affaticamento. Pesantezza, non dolore.

Il fastidio che resta stabile. Se a metà serie è quello che era all'inizio, il carico è sostenibile.

Il dolore del tendine che si sta caricando. Nelle tendinopatie è la situazione tipica: un fastidio presente durante, che rientra dopo. È il contesto in cui la letteratura sopra è più pertinente.

I dolori che vanno ascoltati

Improvviso e acuto, comparso di colpo durante un movimento.

La sensazione che qualcosa ceda, si sposti o si strappi.

Un dolore che cresce a ogni ripetizione invece di restare stabile. È la differenza più utile da cogliere in tempo reale.

Dentro l'articolazione, in un punto preciso, che puoi indicare con un dito.

Gonfiore che compare durante o nelle ore successive.

Formicolio o scosse che scendono lungo l'arto: quello è un segnale nervoso, e non si allena.

Il dolore che il giorno dopo è ancora sopra il livello di partenza. Non serve fermarsi del tutto: serve dimezzare e risalire più piano.

I DOMS sono un'altra cosa

L'indolenzimento che compare 12-48 ore dopo un lavoro nuovo o più intenso non è il dolore di cui sopra: è una risposta normale all'adattamento, diffusa, simmetrica, che passa in qualche giorno.

Due cose da sapere. Primo: non misura quanto l'allenamento è stato efficace — non avere i DOMS non significa aver lavorato poco. Secondo: lo stretching non li previene, e su questo la revisione Cochrane dedicata è chiara, con effetti trascurabili. Il quadro completo è in DOMS.

In riabilitazione: perché questo cambia il percorso

Chi ha paura del dolore riduce il carico, e riducendo il carico non costruisce tolleranza — quindi il dolore resta, e la paura si conferma. È il circolo che questi studi aiutano a rompere: sapere che un po' di dolore non compromette il risultato permette di caricare abbastanza da ottenere un cambiamento.

Vale anche il contrario, e va detto con la stessa chiarezza: insistere su un dolore che il giorno dopo non rientra non è coraggio, è la via più rapida per doversi fermare più a lungo.

In sintesi

Non tutto il dolore è uguale. Quello muscolare, prevedibile e che rientra, si può attraversare — e negli studi non peggiora il risultato. Quello articolare, improvviso, crescente o accompagnato da gonfiore e formicolio, va guardato.

La domanda utile non è «mi fa male?», è «com'è domani?».

Se non riesci a capire da che parte sta il tuo, i fisioterapisti di Ri-Hub possono guardarlo con te in videochiamata: la seduta costa 29,90 € e il primo colloquio di venti minuti è gratuito.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.


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Domande frequenti

È normale sentire dolore durante gli esercizi?

Dipende da quale dolore e da cosa succede dopo. Nel dolore muscolo-scheletrico cronico, la meta-analisi su sette studi randomizzati e 385 partecipanti ha confrontato programmi che permettono il dolore con programmi che lo evitano: nel breve termine quelli che lo permettono vanno un po' meglio (differenza standardizzata −0,27, qualità moderata). La conclusione degli autori è che il dolore durante l'esercizio terapeutico non è, di per sé, un ostacolo a un buon risultato.

Quanto dolore posso accettare?

Il riferimento più usato nella pratica è non superare 5 su 10 durante l'esercizio, e soprattutto essere tornati al livello di partenza entro il giorno dopo. Non è una soglia dimostrata: è un modo di rendere verificabile una decisione, e funziona perché sposta l'attenzione dal momento dell'esercizio alle 24 ore successive.

Allora «no pain, no gain» è vero?

No, ed è la lettura sbagliata di questi studi. Il vantaggio dei programmi che permettono il dolore è piccolo, esiste solo nel breve termine, e sparisce nel medio e lungo. Su funzione e disabilità non c'è differenza in nessun momento. Il dolore non è il motore del miglioramento: è un sintomo che si può tollerare mentre carichi, non un obiettivo.

Quando devo fermarmi subito?

Dolore improvviso e acuto, la sensazione di qualcosa che cede o si strappa, un dolore che cresce a ogni ripetizione invece di restare stabile, gonfiore che compare durante, o un formicolio che scende lungo l'arto. Sono segnali diversi dal fastidio del muscolo che lavora.

E i DOMS del giorno dopo?

L'indolenzimento che compare 12-48 ore dopo un lavoro nuovo o più intenso è un'altra cosa ancora, ed è normale. Non è un indicatore di quanto l'allenamento sia stato efficace, e lo stretching non lo previene: la revisione Cochrane dedicata trova effetti trascurabili.

Il dolore articolare vale come quello muscolare?

No, e la distinzione è la più utile di tutte. Il bruciore nel muscolo che sta lavorando è prevedibile e passa quando smetti. Un dolore dentro l'articolazione, che compare in un punto preciso e resta, va guardato prima di insistere.

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