Nei ragazzi il dolore che dura si racconta poco, e quando succede si divide
subito in due caselle sbagliate: «ha qualcosa» oppure «se lo inventa». I dati
dicono che è comune, che si misura male, e che quello che funziona funziona solo
in parte.
Quanto è comune: le stime, e perché sono così larghe
La revisione sistematica di riferimento è stata pubblicata su Pain nel 2011:
ha passato 185 articoli, ne ha inclusi 41, e ha aggregato le prevalenze del
dolore cronico e ricorrente nei bambini e negli adolescenti.
Gli intervalli sono enormi, e la ragione la scrivono gli autori stessi: gli studi
usano definizioni diverse di «cronico», finestre temporali diverse e campioni
diversi, e la maggior parte non soddisfaceva i criteri di qualità.
Quello che invece è costante fra gli studi: la prevalenza è più alta nelle
ragazze, aumenta con l'età, ed è più alta dove lo stato socioeconomico è
più basso — soprattutto per il mal di testa.
La riga che conta, per un genitore, è quella del mal di schiena: fra un ragazzo
su sette e uno su quattro. Non è una rarità, ed è la ragione per cui non va
trattato né come un allarme né come una scusa.
La domanda utile non è «quanto fa male», è «cosa ha smesso di fare da quando fa male».
Cosa funziona, e per quanto
Sul trattamento, la sintesi più solida è la revisione Cochrane 2018 sulle
terapie psicologiche per il dolore cronico e ricorrente in età evolutiva: 47
studi, 2.884 ragazzi che hanno completato il trattamento, età media 12,6 anni.
Nel mal di testa:
frequenza del dolore ridotta subito dopo il trattamento (rischio relativo
2,35; circa tre ragazzi da trattare perché uno ne tragga beneficio);
ma l'effetto non si mantiene al controllo successivo.
Nelle condizioni di dolore misto:
intensità del dolore ridotta subito dopo il trattamento (−0,43 come
differenza media standardizzata), non mantenuta al follow-up;
disabilità ridotta subito dopo (−0,34) e anche al follow-up (−0,27);
piccolo beneficio sull'ansia subito dopo, nessuno sulla depressione.
Gli autori giudicano gli studi inclusi a rischio di bias incerto o alto.
Due cose da tenere insieme, senza sceglierne una sola. La prima: qualcosa che
funziona c'è, e il dato sulla disabilità che resta anche dopo è quello che
conta di più — significa che il ragazzo torna a fare le cose. La seconda: gran
parte degli effetti svanisce, il che suggerisce che il trattamento vada
pensato come una cosa che continua, non come un ciclo che finisce.
Questi esercizi valgono per tuo figlio?
Lo stesso dolore può nascere da cause diverse, e ognuna vuole un lavoro diverso — a volte opposto: quello che scioglie una persona può irrigidirne un’altra. Un articolo non può saperlo, perché parla al caso medio. Se dopo due o tre settimane non è cambiato niente, il problema raramente è che ti stai impegnando poco.
Scrivi cosa senti: guardiamo il tuo caso e ti diciamo se quello che hai letto vale per te. Non è una diagnosi — per quella serve vederti — ma per capire se sei sulla strada giusta spesso basta.
Che le terapie psicologiche abbiano un effetto non significa che il dolore
sia immaginario. È il malinteso più diffuso e il più dannoso: un ragazzo a cui
viene detto che «non ha niente» impara due cose sbagliate insieme — che nessuno
gli crede, e che quindi non c'è niente da fare.
Il dolore che dura ha quasi sempre più di una causa contemporaneamente: carico
sbagliato o assente, sonno, periodi di crescita, stress, e la paura di muoversi
che si installa dopo qualche settimana. Si lavora su tutte, e la parte che
riguarda noi è quella del movimento: rimettere carico in modo graduale,
ridare fiducia nei gesti che sono stati evitati, e togliere l'idea che il corpo
sia fragile.
Quando ha senso farlo vedere
Non alla prima fitta. Ha senso quando:
il dolore dura oltre qualche settimana senza tendenza a migliorare;
cambia quello che il ragazzo fa: salta l'allenamento, salta la scuola,
dorme peggio, si ritira;
la paura di muoversi è diventata più grande del dolore stesso;
Il dolore che dura riguarda fra il 14 e il 24% dei ragazzi per la schiena e fino
al 40% per il muscoloscheletrico, con stime larghe che gli autori stessi
giudicano di qualità incerta. Le terapie che abbiamo funzionano subito e in
parte, e molti effetti non reggono nel tempo. Non è poco e non è tutto: è la
ragione per cui, a quell'età, conta più rimettere in movimento la vita di un
ragazzo che azzerare il numero sulla scala del dolore.
Inizia dal questionario su Ri-Hub — poche domande sul tuo caso, ti registri, e vedi chi ti seguirà: un fisioterapista iscritto all'Albo, a cui scrivi in chat quando vuoi. Se preferisci parlarne a voce, il primo colloquio è gratuito, dura venti minuti e non ti impegna a nulla: arriva avendo già letto quello che hai scritto, e insieme decidete se e come proseguire.
Domande frequenti
Quanti ragazzi hanno dolore che dura nel tempo?
Più di quanti si pensi, ma le stime variano molto: nella revisione sistematica pubblicata su Pain nel 2011, il mal di schiena riguardava il 14-24% dei ragazzi, il dolore muscoloscheletrico il 4-40%, il mal di testa l'8-83%, il dolore addominale il 4-53%. Gli intervalli sono così larghi perché gli studi usano definizioni diverse — e gli autori scrivono che la maggior parte non raggiungeva i criteri di qualità.
È più comune nelle ragazze?
Sì. Nella stessa revisione la prevalenza era generalmente più alta nelle femmine e aumentava con l'età per quasi tutti i tipi di dolore. Uno stato socioeconomico più basso era associato a una prevalenza più alta, soprattutto per il mal di testa.
Il dolore che dura nei ragazzi è «psicologico»?
È una domanda mal posta, e fa danni. Il dolore che dura è sempre reale e ha sempre più di una causa: tessuti, carico, sonno, stress, paura del movimento. Che le terapie psicologiche abbiano un effetto misurabile non significa che il dolore fosse immaginario — significa che una parte del problema si tratta anche da lì.
Cosa funziona, con i numeri?
La revisione Cochrane 2018 su 47 studi e 2.884 ragazzi mostra che le terapie psicologiche riducono la frequenza del mal di testa subito dopo il trattamento (rischio relativo 2,35, con circa tre ragazzi da trattare perché uno ne benefici) e riducono il dolore nelle condizioni miste (−0,43). Molti di questi effetti però non si mantengono al controllo successivo, e la qualità degli studi è incerta o bassa.
Quando portare un ragazzo dal fisioterapista?
Quando il dolore dura oltre qualche settimana, quando cambia quello che fa — smette di andare in palestra, salta la scuola, dorme peggio — o quando la paura di muoversi è diventata più grande del dolore. Prima di allora, e in assenza di segnali d'allarme, spesso serve tempo e un carico gestito bene, non un esame.
Ri-Hub ti mette in contatto con un fisioterapista online: primo colloquio gratuito in videochiamata con un professionista iscritto all'Albo, che ti segue per tutto il percorso. E se al tuo caso servono le mani, è chi ti segue a dirtelo e a mandarti da uno dei nostri, vicino a te. Se preferisci partire dalla tua zona, guarda il fisioterapista vicino a te, città per città. Se ti stai chiedendo quanto costa una seduta di fisioterapia, abbiamo confrontato studio privato, domicilio, ticket SSN e online.