Coxartrosi: l’artrosi dell’anca è una delle condizioni articolari più comuni dopo i cinquant’anni, e una di quelle su cui si dicono più cose non vere. Se ti hanno appena consegnato un referto con questa parola sopra, la domanda che hai in testa è probabilmente una sola: si può fare qualcosa, o è solo questione di aspettare la protesi? La risposta onesta sta nel mezzo, ed è meno drammatica di quanto sembri.
Partiamo da ciò che la ricerca dice davvero, perché è il punto in cui la maggior parte degli articoli scivola. Nessuno studio dimostra che gli esercizi ricostruiscano la cartilagine o facciano tornare indietro l’artrosi dell’anca. Chi te lo promette ti sta vendendo qualcosa. Quello che gli esercizi fanno — ed è documentato — è ridurre il dolore, migliorare il movimento e, secondo almeno uno studio, spostare più in là nel tempo il momento dell’intervento. Sono obiettivi diversi dalla guarigione, ma cambiano concretamente la vita di chi convive con questo problema.
Prima di tutto: quando il dolore all’anca non va gestito da soli
Il dolore inguinale che peggiora camminando e migliora col riposo è il quadro tipico della coxartrosi. Ma la stessa zona può far male per motivi che non hanno niente a che vedere con l’usura della cartilagine, e alcuni di questi non aspettano. Rivolgiti a un medico senza rimandare, prima ancora di iniziare qualsiasi programma di esercizi, se riconosci una di queste situazioni.
Dolore comparso dopo una caduta, con impossibilità o grande difficoltà a caricare il peso. Nell’anziano e nella persona con osteoporosi anche un trauma banale può fratturare il femore prossimale, e la frattura può non essere evidente subito.
Febbre, brividi, malessere generale insieme al dolore d’anca. Un’articolazione infetta è un’emergenza: si tratta in ore, non in settimane.
Dolore inguinale ingravescente in chi ha assunto cortisone per periodi prolungati, ha un consumo importante di alcol, o ha una malattia come l’anemia falciforme. Sono i fattori di rischio classici della necrosi della testa del femore, una condizione in cui il trattamento conservativo non ferma la progressione e in cui arrivare presto alla diagnosi cambia le opzioni disponibili.
Storia di tumore, calo di peso non spiegato, dolore che non si modifica in nessuna posizione e non dà tregua di notte. Il dolore osseo di origine tumorale ha proprio questa caratteristica: è indipendente dal movimento.
Comparsa in età giovanile, o dolore in un’anca che non è mai stata "normale". Displasia, conflitto femoro-acetabolare e postumi di malattie dell’infanzia meritano un inquadramento specialistico, non una routine generica scaricata da internet.
Fuori da questi casi, il dolore d’anca meccanico da coxartrosi si può iniziare a gestire con calma e con metodo. È quello di cui parla il resto di questa guida.
Cos’è la coxartrosi
L’anca è un’articolazione sferica: la testa del femore, la "palla", si incastra nell’acetabolo del bacino, la "coppa". Entrambe le superfici sono rivestite di cartilagine, un tessuto liscio e scivoloso che permette al movimento di essere fluido e silenzioso.
Nella coxartrosi questa cartilagine si assottiglia e si sfrangia, fino in alcuni casi a lasciare scoperto l’osso sottostante. L’osso reagisce addensandosi e producendo osteofiti, gli speroni ossei che si vedono in radiografia. L’articolazione si irrigidisce e diventa dolente. È utile sapere però che l’artrosi non è un semplice consumo passivo, come le pastiglie di un freno: è un processo attivo che coinvolge cartilagine, osso, capsula e muscolatura, e proprio per questo può rispondere a ciò che facciamo.
Si distinguono due forme. La primaria compare senza una causa strutturale identificabile ed è la più comune, legata all’età e a una quota di predisposizione familiare. La secondaria nasce su un’anca che aveva già qualcosa che non andava — displasia congenita, conflitto femoro-acetabolare, esiti di frattura o lussazione, necrosi avascolare — e per questo può presentarsi anche in persone giovani.

Cosa dice davvero la ricerca sugli esercizi
Qui si gioca la parte più importante, quindi guardiamo i numeri invece delle promesse.
La revisione Cochrane dedicata all’esercizio nella coxartrosi ha messo insieme dieci studi randomizzati che confrontavano un programma di esercizio a terra con un gruppo di controllo che non si allenava. Con evidenza di qualità alta — su nove di quegli studi, 549 partecipanti in tutto — l’esercizio riduceva il dolore e migliorava la funzione fisica subito dopo il trattamento. La dimensione, tradotta in linguaggio comprensibile: partendo da un dolore stimato in 29 punti su una scala da 0 a 100 nel gruppo di controllo, l’esercizio lo abbassava dell’equivalente di 8 punti, e migliorava la funzione fisica di circa 7 punti. Il "numero necessario da trattare" era 6: significa che serve trattare sei persone perché una in più ottenga un beneficio clinicamente rilevante.
Tre cose vanno dette con chiarezza, perché di solito vengono taciute. La prima: sulla qualità della vita misurata con questionari, in tre studi piccoli, il beneficio non è stato dimostrato. La seconda: l’effetto è modesto, non miracoloso. Chi ti racconta che gli esercizi "risolvono" la coxartrosi sta descrivendo un altro pianeta. La terza riguarda la solidità del dato: solo cinque dei dieci studi arruolavano esclusivamente persone con coxartrosi (419 partecipanti), gli altri mescolavano anca e ginocchio (130 partecipanti) — anche se fra i due sottogruppi di studi gli autori non hanno trovato differenze significative su dolore e funzione. Va aggiunto che in nessuno di questi studi era possibile tenere i partecipanti all’oscuro del trattamento ricevuto, e che dolore, funzione e qualità della vita erano tutti riferiti dai partecipanti stessi. Quanto agli effetti indesiderati, gli abbandoni erano leggermente più frequenti fra chi si allenava (6% contro 3%, differenza non significativa) e i pochi eventi segnalati erano tutti aumenti di dolore attribuiti al programma.
Detto questo, c’è un dato che merita attenzione. Uno studio norvegese ha seguito per sei anni 109 persone con artrosi dell’anca sintomatica e radiografica, divise tra chi riceveva educazione più esercizio terapeutico e chi riceveva la sola educazione. A sei anni l’anca naturale era ancora al suo posto nel 41% del primo gruppo contro il 25% del secondo, con un tempo mediano fino alla protesi di 5,4 anni contro 3,5. Gli autori parlano di una riduzione del 44% della necessità di intervento, e la formulano come un’ipotesi suggerita dai dati, non come un risultato acquisito. Un dato va detto per intero: chi si era allenato riferiva una funzione dell’anca migliore prima dell’intervento o alla fine dello studio, ma su dolore e rigidità non emergevano differenze significative fra i due gruppi. È uno studio singolo, su numeri piccoli, e la sopravvivenza dell’anca a sei anni non era l’esito principale del trial originale, che misurava il dolore a 16 mesi — ma dice qualcosa che nessuna crema e nessun integratore può dire.
E c’è un elemento in più: la buona notizia della revisione Cochrane è che la riduzione del dolore si manteneva per almeno tre-sei mesi dopo la fine del programma monitorato. Il beneficio non evapora il giorno in cui finisci il ciclo di fisioterapia.
Le cause e i fattori di rischio
Età. È il fattore di rischio più forte. Dopo i 60 anni i segni radiografici di coxartrosi sono frequenti — il che, come vedremo, non equivale affatto ad avere sintomi.
Familiarità. Avere genitori o fratelli con coxartrosi aumenta il rischio, e su questo non si può intervenire.
Peso corporeo. Il sovrappeso aumenta il carico che l’anca sopporta a ogni passo e contribuisce anche per via metabolica, non solo meccanica.
Anomalie morfologiche. Displasia dell’anca e conflitto femoro-acetabolare cambiano il modo in cui le superfici si distribuiscono il carico e possono anticipare la comparsa di una coxartrosi secondaria.
Traumi importanti. Fratture e lussazioni dell’anca lasciano un rischio aumentato negli anni successivi.
Necrosi avascolare. La morte di una porzione di osso della testa femorale ne compromette la sfericità e conduce a un’artrosi secondaria.
Carichi lavorativi pesanti e prolungati. Anni di sollevamenti gravosi e lunghi periodi in piedi sono tra i fattori più spesso chiamati in causa.
Nota bene: essere esposto a uno di questi fattori non significa sviluppare la malattia, e molte persone con coxartrosi radiografica non hanno nessuno di questi elementi nella propria storia.
I sintomi
Dolore inguinale. È il sintomo cardine. Il dolore si sente tipicamente all’inguine, non sull’osso sporgente del fianco, e può irradiarsi alla coscia anteriore fino al ginocchio — al punto che alcune persone arrivano dal fisioterapista convinte di avere un problema di ginocchio.
Rigidità. La rigidità della coxartrosi compare al mattino o dopo essere stati fermi a lungo, e tipicamente si scioglie in meno di mezz’ora. Una rigidità mattutina molto più lunga fa pensare piuttosto a un’artrite infiammatoria e va segnalata al medico.
Dolore legato al carico. Peggiora camminando, stando in piedi a lungo, salendo le scale; migliora con il riposo.
Perdita di movimento, e in un ordine preciso. Nella coxartrosi la rotazione interna è di solito la prima ad andarsene, seguita da flessione e abduzione. All’atto pratico si traduce in gesti che diventano difficili: allacciarsi le scarpe, infilarsi i calzini, entrare e uscire dall’auto, incrociare le gambe.
Zoppia. Compare nelle fasi più avanzate, per il dolore e per la limitazione del movimento.
Scrosci e crepitii. Frequenti e spesso rumorosi, ma da soli non indicano gravità.
Dolore notturno. Nelle forme avanzate il dolore può presentarsi anche a riposo e disturbare il sonno. Se questo è il tuo sintomo principale, può esserti utile anche l’approfondimento sul dolore all’anca di notte.
La diagnosi: perché la radiografia da sola non decide
Questa è forse la cosa più utile che puoi portarti a casa da questa guida.
Uno studio pubblicato sul BMJ ha confrontato dolore d’anca e radiografie in due grandi popolazioni. Nella prima, su 946 partecipanti, tra le anche di chi riferiva dolore frequente solo il 15,6% mostrava segni radiografici di artrosi dell’anca; e viceversa, tra le anche con artrosi radiografica solo il 20,7% faceva male con frequenza. Nella seconda popolazione, su 4.366 partecipanti, le cifre erano 9,1% e 23,8%. Gli autori concludono che affidarsi solo alla radiografia porterebbe a non riconoscere molti casi di artrosi d’anca clinica.
Da qui discendono due conseguenze pratiche, in direzioni opposte. Se hai un referto che parla di coxartrosi ma i sintomi sono modesti, non sei condannato a peggiorare per decreto radiografico: l’immagine non è la tua prognosi. Se invece hai dolore inguinale tipico e rotazione interna limitata ma la lastra è pulita, il problema è comunque reale e merita di essere valutato.
Nella pratica, quindi, l’esame clinico viene prima: dove fa male, quali movimenti sono persi, come cammini, cosa succede alla rotazione interna. La radiografia serve a documentare riduzione dello spazio articolare, osteofiti, sclerosi e cisti, e a inquadrare i casi da valutare per la chirurgia. La risonanza magnetica non è di routine: si usa per escludere altre cose, per esempio quando si sospetta una necrosi avascolare. Gli esami del sangue sono normali nella coxartrosi e servono a escludere le artriti infiammatorie.
Gli esercizi: dodici movimenti da cui partire
Un consiglio importante: prima di provare questi esercizi, assicurati di aver ricevuto una diagnosi corretta. Spesso si pensa di avere un problema, ma la causa reale del dolore e un’altra. Eseguire esercizi sbagliati può peggiorare la situazione invece di migliorarla.
Nella coxartrosi il programma si costruisce su tre pilastri: mobilità, forza e allungamento. Prima però le regole d’uso, che contano più della lista. Il fastidio moderato durante il lavoro è accettabile; il dolore acuto che ti fa smettere no. Il dolore che rimane peggiorato il giorno dopo è il segnale che hai chiesto troppo. Si procede a poco a poco, e la costanza vale più dell’intensità. Una precisazione onesta: gli studi citati sopra hanno misurato programmi di esercizio terapeutico, cioè percorsi impostati e portati avanti con continuità, non una manciata di sedute improvvisate. La lista qui sotto è un punto di partenza da adattare al tuo caso, non il protocollo di quegli studi.
Mobilità (4 esercizi)
- Flessione dell’anca. Supino, porta il ginocchio verso il petto accompagnandolo con le mani, fermati dove il movimento si blocca senza forzare. Circa 10 ripetizioni.
- Rotazioni. Supino con il ginocchio piegato e il piede appoggiato, ruota la gamba verso l’interno e verso l’esterno. Circa 10 ripetizioni per lato. Cura in particolare la rotazione interna, di solito la più penalizzata.
- Abduzione da sdraiato. Supino, gamba tesa, scivola lateralmente sul lettino e torna. Circa 10 ripetizioni.
- Pendolo. In piedi con un appoggio sicuro, lascia oscillare la gamba avanti e indietro e poi lateralmente, senza sforzo. È un ottimo modo per iniziare la giornata quando l’anca è rigida.
Rinforzo (5 esercizi)
- Ponte. Supino, piedi a terra, solleva il bacino contraendo i glutei. Circa 15 ripetizioni.
- Clamshell. Sul fianco, ginocchia piegate, apri il ginocchio superiore tenendo il bacino fermo. Circa 15 ripetizioni. Lavora sul gluteo medio, il grande stabilizzatore del passo.
- Abduzione sul fianco. Sdraiato di lato, solleva la gamba tesa senza ruotarla. Circa 15 ripetizioni.
- Mini squat. In piedi, scendi solo fino a dove non compare dolore, anche pochi centimetri all’inizio. Circa 15 ripetizioni.
- Salita sul gradino. Su un gradino basso, sali e scendi controllando il bacino. Circa 15 ripetizioni.
Allungamento (3 esercizi)
- Flessori dell’anca. In posizione di affondo, porta il bacino avanti mantenendo il tronco eretto. Circa 30 secondi.
- Piriforme e glutei. Supino, caviglia appoggiata sulla coscia opposta, tira il ginocchio verso di te. Circa 30 secondi.
- Adduttori. Seduto, piante dei piedi unite, lascia scendere le ginocchia. Circa 30 secondi.
Nella coxartrosi a questi va affiancata un’attività aerobica a basso impatto — cammino, bicicletta, nuoto o acqua — perché la parte cardiovascolare fa parte del pacchetto raccomandato e aiuta anche sul fronte del peso. Se il dolore compare soprattutto in accosciata o nei gesti sportivi, può interessarti anche l’approfondimento sul dolore all’anca nello squat.
Gli stadi: cosa significano, e cosa non significano
Nella pratica clinica la coxartrosi viene spesso descritta per stadi, sulla base di quanto il dolore limita la vita di ogni giorno:
- Primo stadio. Il dolore non è continuo: compare dopo sforzo o cammino prolungato e passa con il riposo. La limitazione dei movimenti è minima e spesso passa inosservata.
- Secondo stadio. Il dolore comincia a presentarsi anche a riposo e si estende all'inguine e alla parte anteriore della coscia. La rotazione dell'anca si riduce e certi gesti — allacciarsi le scarpe, salire in auto — diventano scomodi.
- Terzo stadio. Il dolore è costante e limita in modo importante il cammino, fino alla zoppia stabile.
Attenzione a come si usa questa scala. Descrive i sintomi, non l'immagine radiologica — e le due cose vanno d'accordo meno di quanto si creda: una lastra molto alterata può accompagnarsi a poco dolore, e viceversa. È il motivo per cui una diagnosi di coxartrosi non basta da sola a decidere il percorso: quello che conta è quanto ti limita, non quanto è brutta la radiografia.
La forma bilaterale
Quando l'artrosi interessa entrambe le anche si parla di coxartrosi bilaterale. Non è una malattia diversa: è la stessa condizione su due articolazioni, e cambia soprattutto due cose sul piano pratico.
La prima è che manca il lato sano di riferimento: quando un'anca sola è coinvolta, l'altra fa da confronto e da appoggio nei momenti peggiori; con entrambe interessate il carico non ha dove spostarsi, e il cammino cambia prima.
La seconda riguarda l'ordine delle cose, se si arriva alla chirurgia: le due anche non si operano insieme, e la scelta di quale trattare per prima si fa con il chirurgo sulla base di quale limita di più.
Sul piano del lavoro conservativo non cambia l'impostazione — forza, controllo del carico, movimento regolare — ma cambia il dosaggio: con due anche sintomatiche serve più gradualità e più attenzione a distribuire lo sforzo nella settimana.
"La coxartrosi è invalidante?"
È una domanda che ci viene fatta spesso, e ha due risposte diverse a seconda di cosa si intende.
Sul piano funzionale, l'artrosi dell'anca può diventare invalidante nel senso comune del termine: nelle forme avanzate limita il cammino, il sonno e l'autonomia. Ma non è un destino automatico, ed è esattamente il motivo per cui il lavoro sulla forza e sul carico ha senso presto e non solo quando la situazione è compromessa.
Sul piano del riconoscimento dell'invalidità civile, la valutazione non la fa il fisioterapista né l'ortopedico curante: la fa una commissione medica dell'INPS, sulla base della documentazione clinica e soprattutto della limitazione funzionale documentata — quanto cammini, quanto sei autonomo nelle attività quotidiane, quanto la condizione incide sul lavoro. Non esiste una percentuale che discenda automaticamente dalla diagnosi o dalla radiografia: due persone con la stessa lastra possono ricevere valutazioni diverse, perché quello che si valuta è la funzione.
Cosa fare in pratica: se stai valutando questa strada, la cosa utile è arrivare con una documentazione che descriva la limitazione in modo concreto — cosa non riesci più a fare e da quanto — e non solo con il referto di imaging. Per la procedura in sé, il riferimento è il medico di base e il patronato, non noi.
Le altre opzioni di trattamento
Esercizio ed educazione. Le linee guida dell’American College of Rheumatology, sviluppate insieme all’Arthritis Foundation, raccomandano fortemente l’esercizio, i programmi di autogestione e — dettaglio spesso ignorato — l’uso del bastone, anch’esso raccomandato con forza. Portarlo dal lato opposto all’anca dolente non è una resa: riduce il carico e permette di camminare di più, che è esattamente ciò che serve.
Peso corporeo. Le stesse linee guida raccomandano fortemente il calo di peso nelle persone in sovrappeso o obese con artrosi di ginocchio e/o anca. È una delle poche leve con un effetto sia meccanico sia generale sulla salute.
Farmaci. Antidolorifici e antinfiammatori hanno un ruolo nella coxartrosi, soprattutto nelle riacutizzazioni, ma vanno concordati con il medico: gli antinfiammatori orali non sono innocui, in particolare in età avanzata o in presenza di altre terapie.
Infiltrazioni: qui serve chiarezza. La più ampia analisi in rete dei grandi studi randomizzati sulle iniezioni intrarticolari di ginocchio e anca — 57 studi e oltre 22.000 partecipanti — ha trovato che l’acido ialuronico non ha effetto sul dolore rispetto al placebo, e che si associa a più abbandoni per effetti indesiderati e a più eventi avversi seri. Il prodotto con la probabilità più alta di superare la soglia di rilevanza clinica era il cortisonico triamcinolone, ma solo nella finestra delle 2-6 settimane e sulla base di un solo studio. Complessivamente, gli autori concludono che — guardando ai grandi studi con minor rischio di errore sistematico — gli effetti di 16 dei 18 interventi intrarticolari esaminati erano inferiori alla differenza minima considerata clinicamente importante, e che la maggior parte era compatibile con un effetto placebo. Tienilo presente quando ti viene proposto un ciclo di infiltrazioni come alternativa al lavoro attivo: nella coxartrosi resta l’esercizio la voce con le prove migliori. Se l’infiltrazione l’hai già fatta, le domande pratiche dei giorni dopo — camminare, guidare, ghiaccio, quando riprendere — sono in dopo l’infiltrazione: cosa fare.
Chirurgia protesica. Quando nella coxartrosi avanzata il dolore non è più controllabile e la qualità della vita è compromessa, la protesi d’anca è un intervento con risultati generalmente molto buoni. Anche qui però i numeri reali aiutano a decidere: una revisione sistematica pubblicata su Lancet stima che, secondo i dati dei registri nazionali di Australia e Finlandia, circa il 58% delle protesi d’anca sia ancora in sede a 25 anni (nelle casistiche pubblicate la stima saliva al 77,6%). È un’informazione rilevante soprattutto per chi affronta l’intervento da giovane, perché mette in conto la possibilità di una revisione.
Convivere con la coxartrosi
Non fermarti. Con una coxartrosi il riflesso naturale davanti a un’articolazione che fa male è proteggerla, ma il decondizionamento peggiora il quadro funzionale. Il movimento resta la base del trattamento.
Adatta invece di rinunciare. Cambiare percorso, ridurre la durata, spezzare la camminata in due tratti, usare la bici al posto della corsa: quasi sempre esiste una versione sostenibile di quello che ti piace fare.
Cura l’ambiente domestico. Sedie con braccioli e piano seduta non troppo basso, letto di altezza adeguata, un calzascarpe lungo: sono dettagli banali che restituiscono autonomia nei gesti che la coxartrosi rende faticosi.
Non aspettare che il dolore diventi ingestibile per farti valutare. Un programma impostato presto è più facile da seguire di uno che parte quando ormai cammini poco.
Si può prevenire?
Onestamente: non esiste una prova solida che l’esercizio o qualunque altro comportamento prevenga la coxartrosi. La ricerca disponibile riguarda quasi interamente il trattamento di chi ha già i sintomi, non la prevenzione della malattia nella popolazione sana. È una distinzione che vale la pena tenere a mente ogni volta che si legge che questo o quel gesto "protegge la cartilagine".
Quello che si può dire con più tranquillità è più modesto: mantenere un peso adeguato e trattare tempestivamente le condizioni predisponenti — displasia, conflitto femoro-acetabolare, esiti di trauma — è ragionevole, ha senso biologico e in ogni caso non fa danno. Ed è ben diverso dal promettere che così l’artrosi non arriverà.
In sintesi
Se stai valutando se provare prima la strada conservativa, il confronto fra le due strade distretto per distretto è in evitare l'intervento: quando si può e quando no.
La coxartrosi è una condizione cronica, e cronica significa che si gestisce, non che si guarisce a comando. Nella coxartrosi gli esercizi non ricostruiscono la cartilagine, e il beneficio medio che producono sul dolore è misurato e modesto — ma è reale, dura oltre la fine del programma e, secondo lo studio norvegese, può accompagnarsi a un intervento che arriva più tardi. Il calo di peso, il bastone quando serve e l’attività a basso impatto completano il quadro. Le infiltrazioni di acido ialuronico, alla prova dei grandi studi, non hanno mantenuto quello che promettevano. E se un giorno servirà la protesi, non sarà stato un fallimento del percorso conservativo: sarà semplicemente il passo successivo.
Se convivi con la coxartrosi e vuoi un programma costruito sulla tua anca invece che su una lista generica, i fisioterapisti di Ri-Hub lavorano in teleriabilitazione: valutazione, esercizi mirati e progressione seguita nel tempo, da casa tua.
Una delle cause meccaniche riconosciute di artrosi dell'anca è la displasia, spesso scoperta tardi: Displasia dell'anca nell'adulto: sintomi e quando preoccuparsi.
Fonti
- Exercise for osteoarthritis of the hip — Cochrane Database of Systematic Reviews, 2014
- Exercise therapy may postpone total hip replacement surgery in patients with hip osteoarthritis: a long-term follow-up of a randomised trial — Annals of the Rheumatic Diseases, 2015
- 2019 American College of Rheumatology/Arthritis Foundation Guideline for the Management of Osteoarthritis of the Hand, Hip, and Knee — Arthritis Care & Research, 2020
- Association of hip pain with radiographic evidence of hip osteoarthritis: diagnostic test study — BMJ, 2015
- Effectiveness and safety of intra-articular interventions for knee and hip osteoarthritis based on large randomized trials: A systematic review and network meta-analysis — Osteoarthritis and Cartilage, 2025
- How long does a hip replacement last? A systematic review and meta-analysis of case series and national registry reports — The Lancet, 2019
Ultima verifica delle fonti: agosto 2026.




