Dolore e Patologie

Artrosi delle Faccette Articolari: Sintomi e Trattamento

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 22 settembre 2026

Primo piano dell'uomo che stringe il montante della scala con la mano destra e guarda verso il tablet sfocato in primo piano a sinistra.
Condividi

Sindrome delle faccette articolari: è un'etichetta che compare spesso nei referti e nei racconti di chi ha mal di schiena da mesi, di solito quando il dolore peggiora piegandosi all'indietro. Il problema è che questa etichetta è molto meno solida di quanto sembri: non esiste un test clinico che permetta di dire con ragionevole certezza che il dolore nasce lì, e i segni di usura che si vedono sulle immagini sono comunissimi anche in chi non ha alcun dolore.

Questa guida non ti insegna a riconoscere la sindrome delle faccette da solo, perché non è possibile. Ti spiega tre cose in quest'ordine: i segnali che vanno visti subito da un medico, perché la diagnosi è incerta, e perché — nella maggior parte dei casi — sapere se sono le faccette oppure no cambia pochissimo il trattamento.

Prima di tutto: i segnali che non aspettano

Tutto il resto dell'articolo parla di tempo, di movimento e di pazienza. Ci sono però quadri in cui aspettare è la scelta sbagliata, e vanno letti adesso. Nessuno di questi segnali va attribuito alle faccette articolari: vanno visti da un medico, punto.

Vai in pronto soccorso subito se compare anche uno solo di questi:

  • difficoltà a urinare, perdita del controllo della vescica o dell'intestino;
  • insensibilità nella zona "a sella", cioè interno cosce, perineo e genitali;
  • debolezza o formicolio in entrambe le gambe.

Sono i segni possibili di una sindrome della cauda equina. È rara, ma è un'urgenza vera: il tempo conta.

Contatta il medico entro pochi giorni se hai:

  • una perdita di forza che peggiora nel giro di giorni (il piede che cede, difficoltà a salire le scale, a camminare sui talloni o sulle punte);
  • febbre associata al mal di schiena;
  • dolore comparso dopo un trauma importante — una caduta, un incidente — soprattutto se hai più di 50 anni o soffri di osteoporosi;
  • una storia personale di tumore;
  • un calo di peso che non sai spiegarti;
  • dolore che peggiora progressivamente anche a riposo o di notte.

Se ti riconosci in uno di questi punti, smetti di cercare l'esercizio giusto e prendi un appuntamento.

Cosa sono davvero le faccette articolari

Le faccette (o articolazioni zigapofisarie) sono le piccole articolazioni che collegano una vertebra all'altra sul lato posteriore della colonna. Ogni vertebra ne ha quattro, due verso l'alto e due verso il basso. Guidano il movimento e ne limitano l'escursione: nel tratto lombare sono orientate quasi verticalmente e frenano la rotazione, in quello cervicale sono più orizzontali e permettono di girare la testa.

Sono articolazioni sinoviali a tutti gli effetti, con una capsula innervata. Quindi sì, in teoria possono essere una sorgente di dolore. Il salto logico rischioso è il passo successivo: dedurre, dal tipo di dolore che senti o da una radiografia, che il dolore venga proprio da lì.

Fisioterapista ripreso da dietro mentre si china sulla paziente prona sul lettino blu, mobili e parquet dello studio sullo sfondo.

Artrosi delle faccette: cosa vuol dire trovarla scritta sul referto

È il modo in cui quasi tutti arrivano a questa parola: non da un sintomo, ma da una riga in fondo a una risonanza o a una radiografia. «Artrosi delle faccette articolari», spesso con l'indicazione del livello — L4-L5 e L5-S1 nel tratto lombare, C5-C6 e C6-C7 in quello cervicale, che sono i segmenti che lavorano di più e quindi quelli che si consumano prima.

Artrosi, qui, vuol dire la stessa cosa che vuol dire altrove: cartilagine più sottile, margini ossei un po' più spessi, a volte un po' di liquido nella capsula. È un reperto di immagine, cioè la descrizione di com'è fatta un'articolazione oggi. Non è una diagnosi di dolore, e i due piani vanno tenuti separati anche quando il referto li avvicina.

La ragione è nei numeri della sezione qui sotto, e vale la pena anticiparla: la stessa usura si trova, con frequenze altissime, anche in persone che non hanno mai avuto mal di schiena in vita loro. Trovare artrosi delle faccette in una persona con dolore non dimostra che il dolore venga da lì — dimostra che quella persona ha una colonna con qualche anno sulle spalle, come quasi tutti dopo una certa età.

Questo non vuol dire che il referto sia inutile o che il dolore sia immaginario. Vuol dire che il referto non decide il trattamento, e nella sezione sulla cura si vede perché: quello che si fa cambia poco, che l'artrosi ci sia o no.

Perché "sindrome delle faccette" è una diagnosi controversa

Su un referto o in una lettera di visita lo stesso quadro si chiama spesso sindrome faccettale — a volte specificata come sindrome faccettale lombare, cervicale o dorsale, oppure con il livello: L4-L5, L5-S1. È lo stesso nome detto in un altro modo, e il problema che segue vale allo stesso modo per entrambe le formulazioni.

I test clinici non funzionano

Una revisione sistematica pubblicata su European Spine Journal ha valutato l'accuratezza dei test disponibili al clinico per identificare disco, articolazione sacroiliaca o faccette come sorgente del mal di schiena, confrontandoli con l'iniezione anestetica presa come riferimento. Su 41 studi inclusi, la conclusione sulle faccette è netta: nessuno dei test per il dolore faccettario è risultato informativo. Non il dolore che peggiora in estensione, non la palpazione, non la combinazione dei due.

Questo non vuol dire che il tuo dolore non sia reale. Vuol dire che il pattern "peggiora quando mi piego indietro" non è una prova di nulla: lo condividono molte condizioni diverse.

L'usura si vede anche in chi non ha dolore

Nello studio Framingham, la tomografia computerizzata ha trovato artrosi delle faccette lombari nel 24% delle persone sotto i 40 anni, nel 44,7% tra i 40 e i 49, nel 74,2% tra i 50 e i 59 e nell'89,2% tra i 60 e i 69. Il dato che conta: in quella popolazione non è emersa alcuna associazione tra artrosi delle faccette, a qualsiasi livello vertebrale, e la presenza di mal di schiena.

Vale lo stesso per il resto della colonna. Una revisione sistematica su 3.110 persone completamente asintomatiche ha trovato degenerazione discale nel 37% dei ventenni e nel 96% degli ottantenni — lo stesso vale per la discoartrosi, che è il modo in cui la stessa usura viene scritta sui referti, con protrusioni presenti nel 29-43% dei casi. Sono reperti che fanno parte dell'invecchiamento normale, come i capelli grigi. Trovarli sul tuo referto non dimostra che siano la causa del tuo dolore.

Anche il "gold standard" dipende da dove metti l'asticella

L'unico riferimento accettato per attribuire il dolore alle faccette è il blocco anestetico del ramo mediale: si addormenta il nervo e si guarda se il dolore sparisce. È una procedura invasiva, e soprattutto il risultato dipende dai criteri scelti. In una casistica di un centro specializzato, la stessa popolazione risultava "faccettaria" nel 31% dei casi usando due blocchi e la soglia dell'80% di sollievo, e nel 73% usando un blocco solo e la soglia del 50%. La percentuale più che raddoppia cambiando solo la regola con cui si legge il test.

Una diagnosi la cui frequenza oscilla tra il 31% e il 73% a seconda del protocollo non è una categoria netta. È una stima con ampi margini di errore.

I sintomi che vengono attribuiti alle faccette

Detto tutto questo, ha comunque senso descrivere il quadro clinico che porta a sospettarle — a patto di leggerlo per quello che è: un'ipotesi, non una diagnosi.

Il dolore è tipicamente localizzato in basso nella schiena, sulla linea mediana o poco lateralmente, e tende a peggiorare estendendo la colonna: piegarsi all'indietro, stare in piedi a lungo, alzarsi da seduti. Può irradiarsi al gluteo e alla parte posteriore della coscia, di solito senza scendere sotto il ginocchio e senza seguire il percorso preciso di un nervo. Spesso c'è una rigidità al risveglio che si scioglie muovendosi.

Nessuno di questi elementi, da solo o in combinazione, è sufficiente a stabilire da dove viene il dolore. Ed è esattamente il motivo per cui non ti proponiamo un autotest.

La notizia utile: il trattamento cambia poco

Qui sta il punto pratico dell'articolo. La stragrande maggioranza dei mal di schiena rientra nella categoria "lombalgia aspecifica": dolore reale, di cui non si riesce a identificare con certezza la struttura di origine. E la gestione raccomandata è sostanzialmente la stessa a prescindere dall'etichetta che ci si mette sopra.

L'analisi delle linee guida internazionali pubblicata su The Lancet nel 2018 lo riassume così: i vari documenti nazionali convergono su un approccio di prima linea non farmacologico, fatto di informazione, ripresa delle normali attività ed esercizio, con un uso prudente di farmaci, imaging e chirurgia.

Sull'esercizio i numeri ci sono. La revisione Cochrane del 2021 ha raccolto 249 studi randomizzati sulla lombalgia cronica aspecifica: rispetto a nessun trattamento, cure abituali o placebo, l'esercizio riduce il dolore in media di 15,2 punti su una scala da 0 a 100 (evidenza di certezza moderata), una differenza che gli autori consideravano clinicamente importante. Sulla disabilità il guadagno è più piccolo — 6,8 punti su 100 — e resta sotto la soglia che gli autori avevano fissato. Confrontato con altri trattamenti conservativi l'esercizio va meglio, ma di poco: è superiore alla sola educazione e alla fisioterapia senza esercizio, mentre non si osservano differenze rispetto alla terapia manuale.

È un beneficio reale e modesto, non una guarigione garantita. Gli effetti indesiderati riportati sono in gran parte minori, tipo indolenzimento muscolare.

Tradotto: rincorrere l'etichetta "faccette" con esami sempre più dettagliati raramente cambia quello che ti verrà consigliato di fare. Ti costa tempo, soldi e, spesso, la sensazione che la tua schiena sia rotta — che è un fattore prognostico negativo di per sé.

Muoversi: da dove si comincia

Non esiste l'esercizio specifico per le faccette, perché non esiste il modo di sapere che il problema sia lì. Esistono invece alcuni principi che valgono per la lombalgia persistente in generale.

Continua a muoverti. Il riposo prolungato peggiora la situazione. L'attività va dosata, non sospesa: cammina, e riprendi gradualmente quello che facevi.

Trova la direzione che ti dà sollievo. Se il dolore migliora flettendo la colonna — ginocchia al petto da sdraiato, posizione del bambino a terra — usala nelle fasi acute per stare meglio, sapendo che è un sollievo temporaneo e non una cura.

Costruisci carico, con gradualità. Il rinforzo generale del tronco e degli arti inferiori è la parte che dà i risultati nel medio periodo. Richiede settimane, una progressione sensata e qualcuno che la aggiusti quando si blocca: non è materiale da fai-da-te copiato da un video, ed è la parte in cui una guida professionale fa davvero la differenza.

Dai tempo al tempo. I miglioramenti nella lombalgia cronica si misurano in mesi, non in sedute.

Chi cerca «faccette articolari infiammate, esercizi» di solito cerca la lista giusta di movimenti. La risposta onesta è che quella lista non esiste come protocollo per le faccette: esiste una progressione di carico costruita sul tuo caso, che parte da dove sei e si aggiusta quando si blocca. È esattamente la parte che a distanza si fa bene, perché è fatta di esercizio e di aggiustamenti settimana per settimana.

Se vuoi approfondire il percorso completo, ne abbiamo parlato in dolore lombare cronico: cause, trattamento ed esercizi e in lombalgia cronica: un programma di esercizi per il sollievo.

Infiltrazioni e radiofrequenza: cosa dicono i numeri

Quando il dolore resiste, capita che venga proposta la denervazione a radiofrequenza del ramo mediale: si "spegne" con il calore il nervo che porta il segnale dalle faccette. L'evidenza è genuinamente contrastante, e vale la pena conoscerla prima di decidere.

La revisione Cochrane del 2015, su 23 studi randomizzati e 1.309 pazienti, ha trovato evidenza di qualità moderata di un effetto della radiofrequenza sulle faccette superiore al placebo nel breve termine, con una differenza media di 1,47 punti sul dolore. La conclusione degli autori, però, è che non esiste evidenza di alta qualità che la procedura dia sollievo o migliori la funzione.

Poi sono arrivati i tre trial MINT, pubblicati su JAMA nel 2017. Nel braccio dedicato alle faccette, 251 pazienti con dolore cronico, selezionati proprio attraverso un blocco diagnostico positivo e non responsivi alle cure conservative, sono stati randomizzati a un programma di esercizio standardizzato di 3 mesi con o senza radiofrequenza. La differenza a 3 mesi è stata di 0,18 punti su 10, contro una soglia di rilevanza clinica fissata in partenza a 2 punti. Gli autori concludono che i risultati non supportano l'uso della denervazione a radiofrequenza per questi pazienti.

È un dato che merita attenzione anche per un altro motivo: proprio i pazienti "certificati" dal test di riferimento non hanno guadagnato nulla in più rispetto al solo esercizio.

Una meta-analisi del 2024 limitata agli 8 studi randomizzati con controllo placebo trova invece benefici statisticamente significativi a breve, medio e lungo termine, ma nell'ordine di circa 1 punto sul dolore (da -1,01 a -1,42): sotto la soglia di 2 punti usata come riferimento nei trial MINT, e con effetti non conclusivi su qualità di vita e percezione globale di miglioramento.

Non è una procedura da escludere a priori. È una procedura di cui vale la pena sapere che, in media, sposta poco, che l'effetto quando c'è è temporaneo, e che si tratta comunque di un intervento invasivo con possibili complicanze. Va discussa con uno specialista del dolore, dopo aver dato una possibilità seria all'esercizio.

Dove entra un fisioterapista

La parte difficile del mal di schiena persistente non è scegliere gli esercizi: è capire cosa succede nel tuo caso specifico, escludere i quadri che meritano un approfondimento medico, e poi aggiustare il carico settimana dopo settimana quando il dolore va su e giù.

Con Ri-Hub questo lavoro si fa in videochiamata. Il fisioterapista valuta la storia clinica e il movimento, imposta un programma che tiene conto di quello che riesci a fare davvero, e lo corregge man mano. Per una condizione che si gestisce con esercizi quotidiani per mesi, avere qualcuno che li rivede periodicamente conta più della singola seduta in studio.

Prima visita gratuita

Parla con un fisioterapista, senza muoverti da casa

Rispondi a poche domande e ti assegniamo il tuo fisioterapista, iscritto all'Albo: è lui a farti il primo colloquio, gratuito e di 20 minuti, ed è sempre lui a seguirti. Poi è lui a proporti le sedute in chat, una alla volta o tutte insieme — niente pacchetti da comprare al buio.

Inizia il questionario →

Sedute individuali 29,90€ · Pagamento sicuro · Nessun abbonamento

Articoli correlati