Riabilitazione

Frattura di Femore: il Percorso di Recupero

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 15 agosto 2026

Donna frontale che apre l'elastico verde all'altezza dei fianchi, Simone dietro di lei con le mani che le correggono la posizione delle spalle.
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Una frattura di femore prossimale — quella che in ospedale chiamano più spesso "frattura d'anca" — non è un infortunio ortopedico come un altro. È un evento che cambia la traiettoria di salute di una persona anziana, e i numeri lo dicono senza giri di parole: nella coorte nazionale norvegese NOREPOS, su 146.132 persone con una prima frattura di femore prossimale, il 24,3% è morto entro un anno dall'evento (Holvik et al., 2023).

Per questo vale la pena essere chiari fin dall'inizio su cosa sia e cosa non sia questo articolo. Qui trovi come è organizzato il percorso di recupero, chi prende le decisioni che contano e quali segnali non vanno mai sottovalutati. Non troverai un programma di esercizi da eseguire in autonomia, e non è una dimenticanza: dopo una frattura di femore il programma lo imposta l'équipe che ha operato, perché ciò che è corretto per un paziente può essere dannoso per un altro operato la settimana prima nello stesso reparto.

Se sei un familiare, è la parte più importante da capire: aggiungere esercizi di propria iniziativa, o far "provare a caricare" per incoraggiare, può compromettere una sintesi e portare a un reintervento.

Che cosa aspettarsi realisticamente

Una revisione critica degli esiti a lungo termine, condotta dal gruppo di ricerca sulla riabilitazione della Fragility Fracture Network su 38 studi di coorte, dà un quadro onesto (Dyer et al., 2016):

  • tra il 40% e il 60% delle persone recupera il livello di mobilità che aveva prima della frattura;
  • tra il 40% e il 70% torna indipendente nelle attività di base della cura di sé;
  • nei Paesi occidentali, il 10-20% dei pazienti viene istituzionalizzato dopo la frattura;
  • la maggior parte del recupero del cammino e delle autonomie si concentra nei primi 6 mesi.

Sono dati che descrivono com'è andata storicamente, non un destino: servono a calibrare le aspettative e a spiegare perché i primi mesi sono la finestra in cui conviene investire di più. Pesa anche il punto di partenza: chi prima della frattura camminava già con difficoltà o solo in casa ha mediamente esiti peggiori, dalla degenza al ritorno a domicilio (Lisk et al., 2026). È un motivo in più per non rimandare la parte del percorso su cui si può incidere.

Chi decide quando e quanto caricare

È la domanda che tutti fanno per prima, e la risposta è una sola: lo decide il chirurgo che ha operato. Il carico concesso dipende dal tipo di frattura (mediale del collo femorale, pertrocanterica, sottotrocanterica) e dal tipo di sintesi utilizzata — chiodo endomidollare, vite-placca, endoprotesi o protesi totale. Sono situazioni biomeccanicamente diverse: la stessa indicazione non si trasferisce da un paziente all'altro.

La direzione internazionale, però, è cambiata. La Fragility Fracture Network ha pubblicato un documento di posizione che, alla luce delle evidenze disponibili, sostiene il carico libero come prassi dopo la chirurgia della frattura d'anca, raccomandando alle strutture di rivalutare le abitudini che impongono carico limitato o assente e di documentare e giustificare ogni restrizione (Turabi et al., 2025).

Va detto con che forza di prova. Una revisione sistematica con meta-analisi di 10 studi e 5.806 pazienti ha trovato che il carico libero è associato a una mortalità a lungo termine più bassa rispetto al carico limitato (RR 0,67; IC 95% 0,51-0,88), senza differenze nelle complicanze o nel rischio di reintervento; ma la certezza dell'evidenza secondo GRADE è stata giudicata bassa per la mortalità a lungo termine e molto bassa per gli altri esiti (Xu et al., 2026). Gli stessi autori invitano alla cautela nell'interpretazione.

In pratica: se sul foglio di dimissione c'è scritto "carico sfiorante" o "carico non concesso", quella indicazione va rispettata alla lettera anche se hai letto che oggi si tende a concedere il carico. Se non è chiaro, si chiede al reparto — non si decide a casa.

Campo largo: Simone in polo bianca in piedi guarda il display dell'elettrostimolatore, la paziente seduta di spalle sul lettino blu con gli elettrodi.

La mobilizzazione precoce

Alzarsi presto è uno dei cardini della gestione moderna. Uno studio su 3.134 pazienti operati per frattura d'anca ha osservato che chi non riusciva a mobilizzarsi entro il primo giorno dall'intervento aveva un rischio di morte molto più alto (OR 4,17; IC 95% 2,47-7,05), degenze più lunghe e minore probabilità di tornare a casa (Lisk et al., 2026).

Qui serve onestà metodologica: è uno studio osservazionale, e chi non si mobilizza è spesso chi sta peggio per altri motivi. Il dato non dimostra che alzare il paziente a tutti i costi salvi la vita — segnala che la mobilizzazione precoce è un buon indicatore della traiettoria e che ritardarla senza motivo non conviene. La mobilizzazione avviene comunque in reparto, con il fisioterapista, quando le condizioni cliniche e l'indicazione chirurgica lo permettono.

Nella pratica quotidiana questa fase comprende i passaggi posturali guidati (da sdraiato a seduto, da seduto in piedi), i primi trasferimenti e i primi passi con il deambulatore, la mobilizzazione attiva della caviglia, e il controllo del dolore — perché un dolore mal gestito è uno dei motivi per cui le persone non si alzano.

Che cosa fa davvero la riabilitazione

La revisione Cochrane sugli interventi per migliorare la mobilità dopo chirurgia per frattura d'anca ha analizzato 40 studi randomizzati e 4.059 partecipanti di 17 Paesi, con età media 80 anni (Fairhall et al., 2022). I risultati vanno letti distinguendo due momenti.

Dopo le dimissioni, i programmi di riabilitazione producono un miglioramento piccolo ma clinicamente significativo della mobilità e della velocità del cammino, con evidenza di certezza alta. Gli interventi che includono training del cammino, dell'equilibrio e dei compiti funzionali sono i più efficaci; anche i programmi multicomponente mostrano effetti sostanziali.

Durante il ricovero, gli effetti sulla mobilità vanno nella stessa direzione ma con certezza bassa, e per il training di cammino, equilibrio e compiti funzionali con certezza moderata.

Due precisazioni che questa revisione impone. La prima: la riabilitazione non ha mostrato differenze rilevanti sulla mortalità, né a breve né a lungo termine. Serve a recuperare mobilità e funzione, non è un trattamento salvavita, e chi la presenta come tale sta vendendo qualcosa. La seconda: il 70% degli studi escludeva le persone con decadimento cognitivo e il 72% quelle con condizioni che limitavano già la mobilità — cioè una fetta enorme dei pazienti reali. Su di loro l'evidenza è molto più sottile di quanto sembri.

Le fasi e i tempi: indicativi, non protocollari

I tempi che seguono descrivono come si articola comunemente il percorso. Non sono un protocollo: la progressione reale la stabiliscono il chirurgo e il fisioterapista che ti seguono, in base al carico concesso, al controllo radiografico e a come rispondi.

Fase Dove Che cosa succede
Acuta (giorni) reparto mobilizzazione precoce, passaggi posturali, primi passi con deambulatore, gestione del dolore
Post-acuta (settimane) riabilitazione intensiva o domicilio progressione del carico secondo indicazione, rinforzo, autonomia nei trasferimenti
Ripresa (mesi) domicilio, ambulatorio cammino con ausilio via via meno vincolante, equilibrio, resistenza
Mantenimento domicilio forza ed equilibrio come prevenzione continuativa

Il passaggio da deambulatore a stampelle o bastone, e l'eventuale abbandono dell'ausilio, non seguono un calendario: seguono forza, equilibrio e sicurezza dimostrata. Anticiparlo è uno dei modi più comuni per procurarsi la caduta successiva. Se il tuo caso riguarda un impianto protesico, l'articolo dedicato alla riabilitazione dopo protesi d'anca approfondisce precauzioni e progressioni specifiche; per il quadro generale del recupero dopo un intervento trovi la guida alla riabilitazione post-operatoria.

Segnali di allarme: quando non si aspetta

Queste situazioni non si valutano in fisioterapia e non si rimandano al controllo già fissato.

Dolore improvviso all'anca o alla coscia con impossibilità di caricare o muovere la gamba, magari dopo un movimento banale o una torsione a letto. Può indicare una mobilizzazione o un cedimento dell'impianto, o una frattura periprotesica. Non si insiste, non si "prova a vedere se passa": si contatta il reparto o si va in pronto soccorso.

Febbre, dolore crescente sulla ferita, arrossamento, gonfiore o secrezione dalla cicatrice. Sono i segni di una possibile infezione della ferita o dell'impianto. Un'infezione periprotesica riconosciuta tardi cambia radicalmente la prognosi.

Polpaccio gonfio, caldo, dolente e asimmetrico rispetto all'altra gamba. È il quadro sospetto per trombosi venosa profonda: richiede valutazione medica lo stesso giorno.

Difficoltà di respiro improvvisa, dolore al torace, battito accelerato, sensazione di svenimento o tosse con sangue. È il sospetto di embolia polmonare: si chiama il 112, subito. Va detto esplicitamente perché è l'errore più pericoloso che si commette a casa: questa mancanza di fiato non è "la debolezza dopo l'operazione" e non passa riposando. Nella coorte NOREPOS, tra chi muore nei primi 30 giorni dalla frattura la causa più frequente dopo il trauma stesso sono le malattie circolatorie, che pesano per circa un quinto dei decessi (Holvik et al., 2023): la soglia per chiamare aiuto deve essere bassa, non alta.

Segnala al medico anche confusione o disorientamento comparsi all'improvviso: il delirium è frequente in questi pazienti ed è spesso il primo segno di un problema medico sotto traccia.

Il passo che quasi tutti saltano: l'osteoporosi

Una frattura di femore da trauma minimo è, quasi sempre, una frattura da fragilità. Il che significa che l'osso è malato e che, senza far nulla, la prossima frattura è solo questione di tempo. È il pezzo di percorso più trascurato in assoluto.

Lo studio multicentrico italiano GIOG 2.0 ha seguito 1.012 pazienti over 65 ricoverati per frattura d'anca in 12 centri ortogeriatrici: l'85,6% non assumeva alcun trattamento per l'osteoporosi al momento del ricovero; alla dimissione la quota di non trattati scendeva al 34,4%, ma a un anno risaliva al 50%. E dove un trattamento c'era, si trattava soprattutto di vitamina D e calcio, mentre i farmaci antiriassorbitivi e anabolici — quelli che riducono davvero il rischio di rifrattura — restavano largamente sottoutilizzati (Ferrara et al., 2026).

Che valga la pena insistere lo suggeriscono i dati sui percorsi strutturati di prevenzione secondaria: in una coorte norvegese di 1.936 persone over 50 con una frattura indice, chi seguiva un Fracture Liaison Service aveva un rischio di nuove fratture inferiore del 20% e una mortalità inferiore del 33% rispetto a chi non vi accedeva, mentre chi risultava aderente alla terapia anti-osteoporotica a 12 mesi aveva un rischio di rifrattura inferiore del 49% (Bjørnerem et al., 2025). Sono confronti osservazionali, quindi in parte spiegabili dal fatto che chi aderisce alle terapie è mediamente in condizioni migliori e più seguito — ma la direzione è coerente e il costo di provarci è basso.

Concretamente: prima di lasciare l'ospedale, chiedi se è stata programmata una valutazione per l'osteoporosi e chi la farà. Se sul foglio di dimissione compaiono solo vitamina D e calcio, è una domanda legittima da riportare al medico curante. Sul versante del movimento, la guida agli esercizi per l'osteoporosi spiega quale tipo di carico stimola l'osso — ma è un complemento alla terapia farmacologica, non un'alternativa.

Prevenire la caduta successiva

La frattura è arrivata quasi sempre da una caduta, e chi è caduto una volta è a rischio di cadere ancora. Sulla prevenzione delle cadute l'evidenza è tra le più solide della riabilitazione: la revisione Cochrane su 108 studi randomizzati e 23.407 partecipanti ha mostrato che l'esercizio riduce del 23% il tasso di cadute negli anziani, con gli esercizi di equilibrio e funzionali come categoria più efficace (-24%), il tutto con certezza dell'evidenza alta (Sherrington et al., 2019).

Un'avvertenza sul trasferimento del dato: quella revisione riguarda anziani che vivono in comunità, non pazienti nell'immediato post-frattura. Vale come indicazione di dove andare dopo, quando il percorso riabilitativo è stabilizzato e il chirurgo ha dato il via libera — non come programma da iniziare in convalescenza. Gli approfondimenti su prevenzione delle cadute, rinforzo muscolare dopo i 65 anni e perdita di massa muscolare descrivono la parte del lavoro che continua nel tempo. Alla stessa partita appartengono le revisioni ambientali di casa: tappeti, illuminazione notturna, maniglioni in bagno, scarpe chiuse.

Dove può servire il supporto a distanza

Va detto chiaramente cosa la teleriabilitazione non è: non sostituisce la fase ospedaliera e post-acuta, non sostituisce i controlli del chirurgo e non sostituisce la valutazione in presenza quando serve mettere le mani su un paziente.

Dove può aiutare è la fase successiva, spesso la più abbandonata: quando le sedute intensive finiscono, il familiare torna al lavoro e il programma si perde per strada, con la mobilità che si arresta a metà del recupero possibile. Lì un fisioterapista che rivede la persona con regolarità, controlla come esegue i movimenti, progredisce i carichi e fa da collegamento con l'ortopedico è un supporto realistico. Con una condizione preliminare: il carico concesso deve essere noto e documentato, e le indicazioni del chirurgo restano il vincolo dentro cui si lavora.

Inizia dal questionario: ti assegniamo un fisioterapista di Ri-Hub se vuoi capire come impostare la fase domiciliare: sono 20 minuti in videochiamata con un professionista iscritto all'Albo, che arriva avendo già letto il tuo caso. Porta con te la lettera di dimissione: è il documento da cui si parte.

In sintesi

Dopo una frattura di femore la riabilitazione è determinante per tornare a camminare, e funziona: l'evidenza di certezza più alta la abbiamo proprio sui programmi dopo le dimissioni. Ma è una riabilitazione supervisionata, non un percorso fai-da-te — il carico lo concede il chirurgo, il programma lo costruisce chi ti ha in cura, e i segnali di allarme si portano in ospedale e non in palestra. E c'è una cosa che si fa una volta sola e protegge per anni: assicurarsi che, prima di uscire dall'ospedale, l'osteoporosi sia stata valutata e trattata. È il pezzo più spesso dimenticato, ed è quello che decide se ci sarà una seconda frattura.

E prima dell'intervento, quando c'è tempo per prepararsi: prepararsi a un intervento, serve muoversi prima?

Fonti

  • Holvik K. et al. — Cause-specific excess mortality after hip fracture: the Norwegian Epidemiologic Osteoporosis Studies (NOREPOS) — BMC Geriatrics, 2023. PubMed
  • Dyer S.M. et al. — A critical review of the long-term disability outcomes following hip fracture — BMC Geriatrics, 2016. PubMed
  • Fairhall N.J. et al. — Interventions for improving mobility after hip fracture surgery in adults — Cochrane Database of Systematic Reviews, 2022. PubMed
  • Turabi R. et al. — Fragility Fracture Network Position on Unrestricted Weight-Bearing After Hip Fracture Surgery — Geriatric Orthopaedic Surgery & Rehabilitation, 2025. PubMed
  • Xu S. et al. — Impact of Postoperative Weight-Bearing Protocols on Prognosis in Geriatric Hip Fracture Patients: A Systematic Review and Meta-Analysis — Journal of Clinical Medicine, 2026. PubMed
  • Lisk R. et al. — Influences of Pre-fracture Mobility and Early Mobility on Healthcare Outcome Measures in Older Patients Undergoing Hip Fracture Surgery — Calcified Tissue International, 2026. PubMed
  • Ferrara M.C. et al. — Underuse of osteoporosis treatments before and after hip fracture: longitudinal findings from the Gruppo Italiano di Ortogeriatria (GIOG 2.0) study — Frontiers in Aging, 2026. PubMed
  • Bjørnerem Å. et al. — Adherence to secondary fracture prevention is associated with reduced risk of subsequent fractures — Osteoporosis International, 2025. PubMed
  • Sherrington C. et al. — Exercise for preventing falls in older people living in the community — Cochrane Database of Systematic Reviews, 2019. PubMed

Ultima verifica delle fonti: agosto 2026.

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