Gravidanza e post parto

Seconda Gravidanza: Perché i Dolori Arrivano Prima (e Più Forti)

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 9 settembre 2026

Donna incinta in abbigliamento casual che tiene dolcemente la pancia, simboleggiando la maternità.
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Sei alla quattordicesima settimana e senti già quella fitta profonda dentro il gluteo quando ti alzi dalla sedia. La prima volta era arrivata al settimo mese, e comunque si era fatta sopportare. Adesso è qui, è presto, e nel frattempo c'è un bambino di due anni che alza le braccia e vuole essere preso in braccio.

La frase che ti sentirai dire è "eh, ma è la seconda". Non è una spiegazione: è un modo per chiudere il discorso.

Ti diamo subito la risposta breve, poi ti mostriamo i numeri: il fatto che il bacino faccia male più spesso, e più spesso nella versione severa, non è una tua impressione: è una delle poche cose davvero solide della letteratura sul dolore in gravidanza. Il fatto che arrivi prima è invece qualcosa che tutte raccontano e che nessuno ha misurato bene — e anche questo te lo diciamo, invece di inventarci uno studio.

I numeri: quanto pesa davvero l'aver già partorito

Il dato più grande viene dalla coorte norvegese madre-bambino, che ha raccolto questionari da 75.939 donne in gravidanza. Entro la trentesima settimana il 15% aveva sviluppato quella che gli autori chiamano sindrome del cingolo pelvico: dolore contemporaneamente davanti sul pube e dietro su entrambi i lati del bacino. Ma quel 15% medio nasconde tre gruppi molto diversi:

Quanti parti prima di questa gravidanza Donne con sindrome del cingolo pelvico Odds ratio corretto
Nessuno (primo figlio) 11% riferimento
Uno 18% 1,9 (IC 95%: 1,9–2,0)
Due 21% 2,4 (IC 95%: 2,3–2,6)

E guardando solo le forme con dolore severo, la distanza si allarga ancora: odds ratio 2,6 con un parto precedente e 3,8 con due. Non solo capita più spesso: capita più spesso nella versione che ti blocca. Gli autori concludono che il rischio cresce con il numero di parti e che questo "suggerisce un ruolo causale dei fattori legati alla parità". Tradotto: non è l'effetto del caso, e non sparisce correggendo per gli altri fattori misurati nello studio.

Non è un dato isolato. Uno studio danese su 2.269 donne alla trentatreesima settimana, con visita medica oltre al questionario, ha trovato l'essere multipara tra i fattori di rischio per tre quadri diversi: sindrome del cingolo pelvico, sofferenza della sinfisi pubica e forma sacroiliaca bilaterale. E una revisione irlandese che ha esaminato 148 possibili fattori di rischio in 24 studi elenca "avere già un figlio" fra quelli positivamente associati al dolore, insieme alla storia di lombalgia o di dolore al bacino, al sovrappeso, all'età più giovane, al lavoro fisicamente impegnativo e al non aver fatto esercizio prima della gravidanza. Con l'avvertenza che gli autori scrivono a chiare lettere: di quei 148 fattori solo 14 sono stati studiati più di una volta, e la parità è uno dei quattro esaminati in più di cinque studi. È quindi uno dei pochi su cui abbiamo ripetizione — non una questione chiusa.

Se vuoi il quadro completo su come si riconosce e si tratta questo dolore, l'abbiamo scritto qui: dolore al bacino e al pube in gravidanza.

Il predittore più forte è quello che nessuno ti chiede

C'è uno studio prospettico danese su 1.600 donne, interrogate sul dolore pelvico a ogni controllo prenatale, con le diagnosi confermate dalla visita di un reumatologo e le donne colpite riviste a due, sei e dodici mesi dal parto. L'incidenza in gravidanza è stata del 14%. Vale la pena leggerlo per una frase sola: all'analisi multivariata il fattore predisponente più importante è il dolore pelvico in una gravidanza precedente. Gli altri fattori emersi in quello studio — condizioni di lavoro scomode, mancanza di esercizio, precedenti mal di schiena e dolore al basso ventre — vengono dopo.

È una cosa quasi ovvia da leggere e quasi mai messa in pratica. Se alla prima gravidanza il bacino ti ha fatto male, tu sei una persona a rischio alto, e ha senso muoversi prima che il problema si ripresenti. Una revisione del 2023 lo dice con più cautela: le informazioni sulle gravidanze successive sono limitate, ma quelle che ci sono suggeriscono un rischio aumentato di recidiva.

Una madre pratica yoga nel soggiorno mentre il suo bambino gioca con i mattoncini.

"Arriva prima": cosa possiamo dire onestamente

Qui dobbiamo fermarci e dirti dove finiscono le prove.

Non abbiamo trovato uno studio che abbia misurato la settimana di esordio del dolore confrontando prima e seconda gravidanza. Non c'è. Quello che c'è è indiretto, e vale comunque la pena conoscerlo:

  • In uno studio danese su 1.491 donne seguite trimestre per trimestre, il fattore più importante per avere dolore nel secondo e nel terzo trimestre era la presenza dello stesso dolore già nel primo. Chi parte con dolore presto, arriva in fondo con dolore. In quello studio la parità era associata al dolore in cavità pelvica e alle contrazioni uterine — non al mal di schiena: le cose vanno tenute distinte.
  • Nella coorte multietnica norvegese su 823 donne, la localizzazione del dolore già alla quindicesima settimana era il fattore più forte per il dolore alla ventottesima (odds ratio 7,4) e a quattordici settimane dal parto (3,9). L'essere multipara era associata al dolore nel post partum, con odds ratio 1,9.
  • In una coorte svedese di 464 donne che avevano avuto dolore lombopelvico in gravidanza, il 43,1% ne aveva ancora a sei mesi dal parto; e chi ne aveva ancora aveva avuto in gravidanza un esordio significativamente più precoce (oltre a più dolore, età e indice di massa corporea più alti e più ipermobilità articolare).

Mettendo insieme i pezzi: l'esordio precoce esiste come categoria, è associato a un decorso peggiore, e la parità è associata al dolore. Che le due cose si sovrappongano nella seconda gravidanza è ragionevole — ma è un ragionamento, non una misura. Se qualcuno ti dice "alla seconda i dolori arrivano sei settimane prima", sta inventando un numero.

La parete addominale non riparte da zero

Questa è la parte meccanica, ed è quella che rende plausibile tutto il resto.

Durante la prima gravidanza la linea alba — il tessuto che tiene uniti i due muscoli retti dell'addome — si allunga e i retti si allontanano. È fisiologico e succede a tutte: in uno studio ecografico portoghese su 84 donne alla prima gravidanza la distanza fra i retti era oltre la soglia diagnostica nel 100% dei casi alla trentacinquesima settimana.

Il punto è cosa succede dopo. In quello stesso gruppo, a sei mesi dal parto la diastasi era ancora presente nel 39%. In una coorte norvegese che ha seguito 300 donne alla prima gravidanza per dodici mesi, la prevalenza era del 33,1% alla ventunesima settimana, del 60% a sei settimane dal parto, del 45,4% a sei mesi e del 32,6% a dodici mesi.

Quell'ultimo numero è quello che conta: a un anno dal parto circa una donna su tre ha ancora la diastasi, e fra i sei e i dodici mesi la discesa si è quasi fermata (45,4% contro 32,6%). Cosa succeda più in là non lo sappiamo, perché lo studio finisce lì, e nessuno ha misurato la distanza fra i retti all'inizio di una seconda gravidanza. Quindi il fatto che tu riparta da una parete addominale che ha già ceduto una volta, che si lascia spingere in fuori più facilmente e che sostiene meno il carico anteriore, è un ragionamento meccanico coerente con questi numeri — non una cosa che qualcuno abbia misurato. Una revisione italiana su 13 lavori indica il numero di parti tra i fattori di rischio più plausibili per la diastasi, insieme al BMI e al diabete, precisando che un consenso vero non c'è ancora.

E qui arriva la parte onesta, che quasi nessuno scrive. Che la diastasi sia la causa del tuo mal di schiena non è dimostrato. Nella coorte norvegese, a dodici mesi dal parto riferiva dolore lombopelvico il 45,6% delle donne con diastasi contro il 32,5% di quelle senza: una differenza che non ha raggiunto la significatività statistica (p = 0,10). Nello studio portoghese, le donne con diastasi a sei mesi non erano più propense a riferire dolore delle altre. Due studi diversi, due metodi di misura diversi, la stessa conclusione — con il limite, che va detto, che sono entrambi piccoli: un'assenza di differenza significativa non è la prova che un legame non esista.

La parete già stirata resta un buon motivo per allenare il controllo del tronco prima e durante la gravidanza. Non è il colpevole da additare per ogni fitta. Su cosa ha senso fare davvero, ne parliamo in diastasi addominale dopo il parto.

Il pavimento pelvico dopo un primo parto

Anche qui i numeri sono chiari, e vengono ancora dalla coorte norvegese: 43.279 donne, questionari fino alla trentesima settimana.

Prima della gravidanza Alla settimana 30
Donne che non hanno mai partorito 15% 48%
Donne che hanno già partorito 35% 67%

Sono percentuali di donne che riferiscono una qualsiasi perdita di urina: la maggior parte parla di gocce e di episodi meno di una volta a settimana. Ma la distanza fra le due righe è la fotografia di cosa lascia un primo parto. L'incontinenza da sforzo alla trentesima settimana riguardava il 31% delle donne al primo figlio e il 42% di chi aveva già partorito, e negli aggiustamenti la parità restava un fattore di rischio forte e misurato: odds ratio 2,0 (IC 95%: 1,9–2,1) per chi aveva un parto alle spalle e 2,1 (IC 95%: 2,0–2,2) per chi ne aveva più di uno. Età e indice di massa corporea erano anch'essi associati, ma più debolmente.

Non è un capitolo separato dal dolore: il pavimento pelvico fa parte del sistema che stabilizza il bacino sotto carico. Se ti riconosci in questi numeri, parti da perdite di urina dopo il parto e, per la tecnica, da come si fanno davvero i Kegel.

Il carico che nessuna guida considera: tuo figlio

Tutte le guide sulla gravidanza ti dicono di non sollevare pesi. Nessuna considera che tu abbia in casa un peso che si muove, protesta e va sollevato decine di volte al giorno — spesso dal basso, spesso di lato, spesso mentre sei girata dentro l'abitacolo di una macchina. Quanto pesa lo sappiamo: secondo gli standard di crescita dell'OMS, a ventiquattro mesi la mediana è 11,5 kg per le bambine e 12,1 kg per i bambini. Quante volte al giorno lo sollevi non l'ha misurato nessuno.

Dati diretti non esistono: nessuno ha studiato il sollevamento dei figli in gravidanza. Esistono dati sul sollevamento sul lavoro, ed è giusto usarli sapendo che stiamo estrapolando. Una revisione sistematica pubblicata sull'American Journal of Obstetrics and Gynecology ha messo insieme 16 studi da 8 paesi e 142.320 lavoratrici in gravidanza: le prove, definite dagli autori stessi "limitate ma coerenti", mostrano che l'esposizione a sollevamento pesante — di solito 10 kg o più — si associa a dolore al cingolo pelvico funzionalmente limitante e a congedo prenatale, con una relazione dose-risposta secondo la frequenza: gli aumenti di rischio riportati per il dolore vanno dal 21% al 45%.

C'è anche un dato sulla parete addominale, e va letto con le pinze. Nella coorte norvegese sulla diastasi l'unico fattore emerso è stato il sollevamento pesante venti o più volte a settimana, con odds ratio 2,18 (IC 95%: 1,05–4,52): un intervallo che sfiora l'1, cioè un'associazione appena significativa. E gli autori scrivono che il sollevamento pesante era raccolto con una domanda del questionario e non è stato "né definito né misurato": non sappiamo quanti chili fossero. Venti volte a settimana sono meno di tre al giorno, e con un bambino piccolo in casa tre al giorno è la mattina — ma questo accostamento lo facciamo noi, non lo studio.

Cosa si può cambiare davvero, senza smettere di essere sua madre:

  • Insegnagli a salire. Il cambio più grande non è come lo sollevi, è quante volte. Uno sgabello davanti al fasciatoio, al lavandino e al seggiolone, e il "sali tu" al posto del "ti prendo io", tolgono decine di sollevamenti a settimana.
  • Portalo davanti, non su un fianco. Il fianco è la posizione più comoda e la più asimmetrica: il bacino si inclina e il carico va tutto da un lato. È un ragionamento meccanico, non un dato — ma se hai male da una parte sola, provalo.
  • Siediti tu invece di sollevarlo. Per le coccole, per vestirlo, per consolarlo: mettiti a terra o su una sedia bassa e lascia che venga lui.
  • Il seggiolino auto è probabilmente il sollevamento più scomodo della giornata. Peso lontano dal corpo, schiena ruotata, spazio stretto: anche questo è un ragionamento meccanico, non un dato misurato. Se puoi, fallo salire da solo sul sedile e allaccialo lì.
  • Piega le ginocchia e tienilo vicino. Il dettaglio che pesa di più è la distanza dal corpo — più il carico è lontano, più il braccio di leva sulla schiena si allunga — e in gravidanza non cambia: i numeri e le regole vere sono in sollevare pesi in gravidanza.

Cosa si può fare prima, nella finestra tra una gravidanza e l'altra

Se stai leggendo prima di essere di nuovo incinta, sei nel momento in cui le prove sono più forti.

Sul pavimento pelvico c'è una revisione Cochrane su 46 trial e 10.832 donne che dice una cosa precisa, e il dettaglio cambia tutto. Nelle donne continenti — cioè senza perdite — un allenamento strutturato iniziato presto in gravidanza probabilmente riduce del 62% il rischio di riferire incontinenza in tarda gravidanza (rischio relativo 0,38, IC 95%: 0,20–0,72; 6 trial, 624 donne, qualità moderata) e riduce del 29% il rischio a tre-sei mesi dal parto (rischio relativo 0,71, IC 95%: 0,54–0,95; 5 trial, 673 donne, qualità alta: uno dei pochi dati di alta qualità in tutta quest'area). Le cifre grosse sono il totale della revisione: queste due stime poggiano su poche centinaia di donne ciascuna.

Nelle donne che invece hanno già perdite, la stessa revisione non trova prove che l'allenamento prenatale le riduca. Non vuol dire che sia inutile: vuol dire che rende molto di più come prevenzione che come rimedio, e che il momento giusto per cominciare è prima che il problema ci sia. È la differenza tra partire adesso e partire quando ti accorgi che ridere ti costa.

Le altre due cose da mettere a posto in questa finestra: la forza generale e il controllo del tronco — il non aver fatto esercizio prima della gravidanza compare tra i fattori associati al dolore pelvico, e nello studio danese sui predittori una bassa forma fisica auto-valutata era associata al mal di schiena e al dolore in cavità pelvica nei trimestri successivi — e il dolore che ti è rimasto dalla prima volta, se non si è mai risolto del tutto.

Cosa si può fare durante: aspettative oneste

In gravidanza le prove sull'esercizio sono più modeste, e chi ti promette di più ti sta vendendo qualcosa.

La revisione più ampia — 32 studi, 52.297 donne — ha trovato che l'esercizio prenatale non riduce la probabilità di soffrire di dolore lombare o pelvico, né in gravidanza né dopo (13 studi randomizzati). Riduce però l'intensità del dolore in chi ce l'ha (15 studi randomizzati), con una differenza media standardizzata di -1,03 (IC 95%: -1,58, -0,48), su qualità delle prove che gli autori definiscono da molto bassa a moderata. Una revisione successiva con metodo GRADE, su 6 trial e 2.231 donne che all'ingresso non avevano dolore, ha trovato che l'esercizio da solo previene gli episodi di lombalgia nel lungo termine, con prove di qualità moderata ma un effetto piccolo (rischio relativo 0,92, IC 95%: 0,85–0,99).

In una frase che puoi usare: l'esercizio in gravidanza non ti garantisce di non avere male, ti fa avere meno male. Che alla ventiseiesima settimana, con un bambino di due anni per casa, è comunque parecchio.

Il resto sono aggiustamenti di carico nella giornata, ed è lì che nella pratica cambia di più: come ti alzi dal letto, come sali le scale, come ti giri di notte, la cintura pelvica indossata bassa sul bacino e non in vita. Il quadro completo per la schiena è in mal di schiena in gravidanza; se il dolore è sul pube, in pubalgia in gravidanza. Per la notte, che con un secondo figlio è già abbastanza complicata, le posizioni per dormire.

Bandiere rosse: quando non è il bacino

Il dolore muscoloscheletrico si comporta in modo riconoscibile: cambia con la posizione, peggiora con certi movimenti, migliora con altri, ha momenti buoni nella giornata. Quando non si comporta così, la prima telefonata non è al fisioterapista. Chiama la ginecologa o il pronto soccorso ostetrico se compare una di queste cose:

  • perdite di sangue o di liquido, o contrazioni regolari e ritmiche prima della trentasettesima settimana;
  • febbre, brividi, bruciore a urinare o dolore lombare che sale di lato: una pielonefrite in gravidanza si presenta spesso come "mal di schiena";
  • riduzione dei movimenti del bambino rispetto al solito;
  • mal di testa forte che non passa, disturbi della vista, dolore forte sotto le costole a destra o alla bocca dello stomaco: la linea guida ACOG li elenca fra le caratteristiche severe della preeclampsia, e non aspettano. Stessa urgenza per un gonfiore improvviso al viso o alle mani;
  • dolore, gonfiore, calore o rossore a un solo polpaccio: in gravidanza e nel post partum il rischio di tromboembolismo è quattro-cinque volte quello di una donna non incinta (linea guida ACOG), e va escluso subito;
  • debolezza in una gamba, perdita di sensibilità nella zona a contatto con la sella, difficoltà nuova a urinare o a controllare l'intestino;
  • dolore costante che non cambia in nessuna posizione, che ti sveglia ogni notte alla stessa ora, con malessere generale o perdita di peso;
  • impossibilità di caricare il peso su una gamba o di camminare, comparsa all'improvviso o dopo una caduta.

Nessuna di queste è "normale perché è la seconda".

Cosa possiamo fare noi (e cosa no)

Quello che serve qui non è una terapia passiva: è qualcuno che guardi come ti muovi in una giornata vera — come ti alzi, come lo prendi in braccio, come lo metti in macchina, quanto lo porti — e ti dia due o tre cambiamenti concreti da fare questa settimana, più gli esercizi giusti per il tuo quadro.

Si fa bene in videochiamata, perché la parte che conta succede a casa tua, con il tuo divano, la tua macchina e tuo figlio: un professionista che ti vede un'ora in studio non vede niente di tutto questo. Con Ri-Hub Mamma si parte da una prima visita gratuita di venti minuti con una fisioterapista: ci racconti com'è andata la prima volta, guardiamo insieme come ti muovi e ti diciamo da dove partire. Le sedute successive costano 29,90 €.

Due cose che non facciamo, e preferiamo dirtele subito: non sostituiamo la ginecologa, e se il quadro richiede una valutazione in presenza o riguarda condizioni neurologiche o neuromuscolari complesse, te lo diciamo invece di farti perdere settimane.

Se non sei ancora incinta e leggi in anticipo, sei nel momento migliore: cosa è sicuro fare in gravidanza è il punto da cui partire.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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