Gravidanza e post parto

Dolore al Pube Dopo il Parto: Quanto Dura e Cosa Lo Fa Passare

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Pubblicato il 26 luglio 2026

Madre e bambino condividono un momento di gioia all'aperto con una lussureggiante foresta verde sullo sfondo.
Condividi

Gli esercizi qui sotto valgono per tutti. Il tuo programma no: con Ri-Hub te lo costruisce un fisioterapista sul tuo caso, e lo cambia man mano che migliori — a casa quando basta, in uno studio vicino a te quando servono le mani. Si parte da un colloquio gratuito. Parla con un fisioterapista →

Ti giri nel letto e ti fermi a metà movimento, con una mano appoggiata al materasso, perché spostare una gamba senza l'altra accende una fitta secca proprio davanti, sull'osso del pube. Scendere dall'auto è diventata una manovra che pianifichi. Le scale le fai un gradino alla volta. E sono passate tre settimane dal parto — o sei, o tre mesi — e quello che ti hanno detto tutti, «appena partorisci passa», non è ancora successo.

Due risposte, prima dei numeri.

La prima è quella che ti serve stasera: per la grande maggioranza delle donne passa davvero, e passa in fretta. Su oltre quarantamila donne che avevano dolore al bacino in gravidanza, a sei mesi dal parto ne era guarito il 78%.

La seconda è quella che nessuno ti dice: se sei nella minoranza in cui non passa, aspettare non è una strategia. I fattori che predicono la persistenza si vedono già in gravidanza, e non c'entrano quasi niente con il modo in cui hai partorito.

Qui parliamo di quello che succede dopo. Se sei ancora incinta, il quadro completo — come si distingue dal mal di schiena, cosa funziona nei nove mesi — sta in dolore al bacino e al pube in gravidanza.

Quanto passa da solo, e in quanto tempo

Il numero più solido viene dallo studio norvegese Mother and Child, che ha seguito 41.421 donne che alla trentesima settimana di gravidanza riferivano dolore al cingolo pelvico, richiamandole a sei mesi dal parto.

A 6 mesi dal parto Quota delle donne
Guarite 78,0%
Dolore ancora in una o due sedi del bacino 18,5%
Quadro completo (davanti + entrambi i lati dietro) 3,0%
Forma grave 0,5%

Le percentuali di guarigione calavano man mano che il dolore in gravidanza era stato più intenso. È un dato raccolto con questionari, non con la visita: misura quello che le donne riferiscono, che per un dolore è comunque la cosa che conta di più.

La seconda fotografia arriva da una coorte danese su 1.789 gravide, in cui il dolore era invece confermato all'esame obiettivo. Le donne seguite dopo il parto sono state 341: fra quelle dei quattro gruppi di classificazione, il 62,5% non aveva più dolore entro un mese, e a due anni l'8,6% delle donne seguite aveva ancora dolore. Ma la parte che ti riguarda da vicino è la scomposizione: le donne classificate con sofferenza della sola sinfisi — cioè quelle a cui faceva male solo davanti, sul pube — non avevano più dolore a sei mesi, nessuna; mentre continuava ad avere dolore a due anni il 21% di quelle che avevano male in tutte e tre le articolazioni del bacino.

Tradotto in una frase: se il tuo dolore è concentrato davanti, statisticamente sei nel gruppo con la prognosi migliore di tutti.

La minoranza in cui resta, e cosa la distingue

Restare indietro è meno comune, ma non è raro. Nel follow-up norvegese su 10.603 donne che avevano dolore al bacino nei primi tre mesi dopo il parto, a diciotto mesi il 7,8% aveva ancora il quadro pieno.

E poi c'è il dato lungo, quello che quasi nessuno cita perché non è consolante: in una coorte svedese ricontattata dodici anni dopo, fra le donne che avevano avuto dolore lombopelvico legato alla gravidanza il 40,3% riferiva ancora dolore di qualche grado e il 59% non ne aveva più. Fra chi ancora ne aveva, il 21,8% era stato in malattia nell'ultimo anno. Va detto il limite: ha risposto il 47,3% delle donne contattate, anche se gli autori non hanno trovato differenze statisticamente significative fra chi ha risposto e chi no sulla maggior parte delle variabili di partenza. Ma il messaggio regge: per un sottogruppo la guarigione spontanea senza ricadute non arriva.

Cosa distingue chi resta indietro? Qui viene la parte controintuitiva. Una revisione sistematica con meta-analisi che ha vagliato dodici studi prospettici, scartandone sette per alto rischio di bias, ha trovato come fattori di rischio significativi: una storia di mal di schiena precedente, un indice di massa corporea sopra 25 prima della gravidanza, avere avuto dolore al bacino in gravidanza, la depressione in gravidanza e un carico di lavoro pesante in gravidanza. E — questa è la notizia — nessun fattore ostetrico o legato al bambino risultava significativo. Un limite da dire per intero: le analisi erano univariate, cioè guardavano un fattore alla volta senza poter districare le interazioni.

Una seconda revisione, del 2023, su dieci studi di coorte arriva a un elenco compatibile: molto dolore in gravidanza, molti test di provocazione positivi, una storia di lombalgia, alta disabilità in gravidanza e alti livelli di paura-evitamento del movimento. Su disagio emotivo, catastrofismo e disturbi del sonno le prove erano deboli o contraddittorie.

Che il parto conti poco non significa che non conti affatto. Nello stesso studio norvegese, fra le 10.400 donne che a trenta settimane avevano il quadro completo, il cesareo programmato era associato a una forma grave ancora presente a sei mesi (odds ratio corretto 2,3; IC 95% 1,4-3,9), e fra chi in gravidanza aveva camminato con le stampelle l'associazione saliva a 3,3 (IC 95% 1,9-5,9). È uno studio osservazionale: molto probabilmente chi stava peggio arrivava più spesso al cesareo, non il contrario. Ma smonta l'idea che il cesareo protegga il pube.

Una giovane donna che riposa pacificamente su un tappetino da yoga con pesetti accanto a lei, in casa.

La diastasi della sinfisi pubica: un'altra cosa, e molto più rara

Prima di tutto, un numero che serve a togliere ansia. In uno studio prospettico su 91 donne al primo figlio seguite con radiografie del bacino entro 48 ore dal parto e poi a 6, 12 e 24 settimane, la separazione media della sinfisi subito dopo il parto era di 7,6 mm, senza differenza significativa fra parto vaginale (7,18 mm) e cesareo (8,04 mm; P = 0,08). Ed era rientrata ai 4-5 mm considerati normali entro sei settimane. Una separazione fra 10 e 15 mm si era vista in 10 donne su 91, dopo entrambe le modalità di parto.

Quindi: la sinfisi si apre in tutte, si richiude quasi sempre da sola, e se ti hanno detto che è «aperta di qualche millimetro» quello è il funzionamento normale di un bacino che ha appena partorito.

La diastasi della sinfisi pubica peripartum è un'altra cosa. Si definisce come una separazione superiore a 1 cm con interruzione dell'articolazione e delle strutture legamentose. È rara: l'incidenza riportata per la separazione completa varia da 1 caso su 300 a 1 su 30.000 parti, e questa forbice è essa stessa un'informazione — vuol dire che molti casi non vengono riconosciuti e che nessuno ha un numero affidabile. Fra i fattori associati descritti in letteratura ci sono il primo parto, la macrosomia fetale, il travaglio molto rapido o molto prolungato, il parto operativo con ventosa o forcipe e l'abduzione eccessiva delle cosce durante il parto.

Il modo in cui si presenta è diverso da quello che stai vivendo tu, se sei arrivata a leggere fin qui: compare entro ore o pochi giorni dal parto, con dolore molto forte davanti e difficoltà a caricare il peso, e molte donne raccontano di aver sentito qualcosa che cedeva durante il parto. La diagnosi si fa correlando i sintomi con la larghezza della sinfisi su una radiografia o un'ecografia del bacino. Il trattamento è quasi sempre conservativo — fascia pelvica, antidolorifici, fisioterapia — e la chirurgia resta per le separazioni marcate o per l'instabilità evidente dell'anello pelvico.

Bandiere rosse: quando non aspetti il controllo

Queste situazioni non sono «il pube che fa male». Chiama la ginecologa, il tuo medico o il pronto soccorso, e fallo subito:

  • non riesci a stare in piedi o a fare qualche passo per il dolore al pube, o cammini a gambe divaricate senza riuscire a fare altrimenti;
  • hai sentito uno schiocco o una sensazione di cedimento al pube durante il parto o subito dopo, e da allora non carichi il peso;
  • non riesci a urinare, o non riesci più a trattenere la pipì, o hai un getto che si è bloccato;
  • il dolore al pube si accompagna a febbre, gonfiore, arrossamento o dolore che aumenta di giorno in giorno invece di calare: non è il decorso atteso e va fatto vedere subito;
  • compare all'improvviso un dolore forte alla base della schiena o nel gluteo che si accende quando carichi il peso: fra le cause meno note c'è la frattura da stress del sacro nel post partum, e su questa una revisione narrativa del 2026 avverte che la radiografia è spesso normale ed è la risonanza a mostrarla;
  • debolezza, formicolio o perdita di sensibilità in una gamba, oppure dolore che non cambia in nessuna posizione: non si comporta da dolore meccanico e va guardato da un medico.

Cosa dicono le prove su esercizio e cinture

La revisione più aggiornata è del 2025: 37 studi e 3.769 partecipanti nel primo anno dopo il parto. I programmi di soli esercizi, in particolare il rinforzo dei muscoli del tronco, hanno ridotto l'intensità del dolore lombopelvico di 2,21 punti su una scala 0-10 rispetto a chi non faceva esercizio (4 studi randomizzati, 210 donne) e la disabilità associata, con un effetto ampio (6 studi, 296 donne) e certezza delle prove moderata. Attenzione a leggerla per quello che è: l'esito misurato è il dolore lombopelvico nel suo insieme, non il dolore isolato sul pube.

Sul dolore del bacino specificamente, il riferimento resta un trial randomizzato norvegese su 81 donne dopo il parto: venti settimane di esercizi specifici di stabilizzazione contro fisioterapia individualizzata senza quegli esercizi, con valutatore cieco e nessun abbandono. Il gruppo con gli esercizi specifici ha avuto 30 mm in meno di dolore serale sulla scala visiva e una riduzione della disabilità superiore al 50%, mentre nel gruppo di controllo i cambiamenti erano trascurabili. A due anni le differenze erano ancora lì: disabilità minima nell'85% del gruppo esercizi contro il 47% del controllo. Ma va detta anche la riga scomoda dello stesso lavoro: le differenze fra i gruppi sparivano quando si teneva conto del livello di partenza a un anno dal parto, e chi partiva più disabilitato migliorava di più a prescindere dal gruppo.

Il trial più recente, multicentrico e pubblicato nel 2026 su 127 donne arruolate (107 arrivate a fine follow-up), ha confrontato tre percorsi — solo opuscolo, esercizi supervisionati, esercizi più cintura pelvica — dalla fine della gravidanza al terzo mese dopo il parto. A un mese dal parto chi aveva fatto gli esercizi stava meglio (5,4 punti di differenza media sull'Oswestry Disability Index, IC 95% 3,3-7,6), con o senza cintura. A tre mesi le differenze non erano più chiare (4,4 punti, IC 95% da -7,1 a 15,9): l'intervallo attraversa lo zero, quindi il risultato non è conclusivo. E aggiungere la cintura agli esercizi non ha cambiato nulla. Un limite che pesa: le donne non erano randomizzate individualmente ma assegnate per centro.

Sulla cintura da sola, il dato più onesto è un trial svedese su 118 donne arruolate in gravidanza e seguite fino a dodici mesi dopo il parto, in cui tutti e tre i gruppi ricevevano una cintura sacroiliaca non elastica e le informazioni, e aggiungere esercizi a casa o in palestra non produceva differenze a 3, 6 e 12 mesi dal parto. Tutte miglioravano. Uno studio così non dimostra che la cintura funzioni: dimostra che, sopra la cintura, quegli esercizi non aggiungevano niente.

Il pezzo che ribalta il consiglio più diffuso

«Devi rinforzare il core» è la frase che ti sentirai dire più spesso. I dati la complicano parecchio.

Uno studio con ecografia ha misurato lo spessore del trasverso dell'addome durante il test di sollevamento della gamba tesa in 43 donne con dolore posteriore del bacino iniziato in gravidanza o al parto e in 39 donne senza dolore: nelle donne con dolore il muscolo si contraeva di più, non di meno (31% di aumento contro 11-13%). Gli autori concludono che non c'è una base razionale per prescrivere esercizi che aumentino ulteriormente quella contrazione. In un altro piccolo studio, la capacità di contrarre volontariamente gli addominali profondi e la forza del pavimento pelvico non differivano fra donne con dolore persistente e donne guarite.

Sono studi piccoli e riguardano il dolore posteriore del bacino, non quello isolato sul pube: non chiudono la questione. Ma bastano a mettere in guardia da due cose che ti verranno proposte: stringere sempre la pancia e portare la cintura tutto il giorno. Se il tuo problema è un sistema già in tensione, aggiungere tensione non è la cura.

Nel frattempo: alzarsi, girarsi nel letto, salire in auto

Le linee guida europee sul dolore del cingolo pelvico mettono al primo posto del trattamento raccomandato informazione adeguata e rassicurazione, poi un programma individualizzato. Quello che segue è ragionamento clinico costruito sul modo in cui questo dolore si comporta — carichi asimmetrici, una gamba alla volta — non un protocollo testato in studi randomizzati. Tieni quello che ti fa stare meglio.

Girarsi nel letto. Il movimento che fa male è dissociare le gambe. Piega prima entrambe le ginocchia, tienile unite (una piccola federa o un asciugamano fra le cosce aiuta), poi ruota il bacino e le spalle insieme, come un blocco unico. Per alzarti: girati sul fianco, scendi con le gambe fuori dal letto mentre ti spingi su con il braccio.

Salire e scendere dall'auto. Non entrare una gamba per volta. Siediti prima sul sedile, di schiena, poi ruota e porta dentro le due gambe insieme. Per scendere il contrario. È il singolo gesto quotidiano che le donne segnalano di più, e il singolo su cui una modifica cambia tutto.

Stare in piedi. Evita la posizione in cui scarichi il peso su una gamba sola, con il bacino appoggiato di lato: è comodissima e ti costa carissimo. Peso distribuito, piedi alla larghezza dei fianchi. Se devi restare ferma a lungo, cambia appoggio spesso.

Vestirsi. Pantaloni, mutande e calze da seduta, sempre. Restare in equilibrio su una gamba mentre infili l'altra nel pantalone è esattamente il carico che il pube non tollera.

Scale. Un gradino alla volta, portando l'altro piede accanto al primo invece di alternare. Sale prima la gamba che fa meno male.

Il bambino. Portarlo appoggiato su un fianco sposta tutto il carico su una metà del bacino. Meglio centrale, contro il petto, o in una fascia che distribuisca. E se hai un altro figlio più grande, il "su in braccio" al volo è il gesto che più spesso fa ricominciare tutto da capo.

Camminare sì, ma a passi corti. L'immobilità non è la cura, e nei quadri più seri l'immobilizzazione prolungata è descritta come una conseguenza da evitare, non come un trattamento. Passi più corti riducono l'apertura del bacino a ogni passo. Se dopo dieci minuti fa più male, hai trovato la tua soglia di oggi: si sposta in su lavorandoci, non evitandola.

Quando arriva il momento di rimettere carico vero, la sequenza giusta — respiro, pavimento pelvico, poi il resto — è in ginnastica post parto: da dove si comincia davvero. Se il dolore è misto, davanti e dietro, trovi la parte lombare in mal di schiena dopo il parto.

Cosa possiamo fare noi, e cosa no

Diciamo prima i confini. Non facciamo diagnosi e non prescriviamo farmaci: se dal racconto emerge il sospetto di una diastasi della sinfisi, di una frattura da stress o di un'infezione, il passo successivo è un medico e te lo diciamo subito, senza farti perdere settimane. E c'è una cosa che online non si può fare: la valutazione interna del pavimento pelvico richiede la presenza fisica, e chi te la promette in videochiamata ti sta raccontando qualcosa che non esiste.

Quello che facciamo in videochiamata è il pezzo che sposta di più, ed è anche quello per cui l'evidenza migliore esiste: guardarti muovere. Come ti alzi dalla sedia, come ti giri, come stai in piedi mentre reggi il bambino, come cammini. Da lì costruiamo un programma progressivo di stabilizzazione — quello che nei trial ha prodotto i risultati migliori — tarato sul tuo livello di dolore di adesso, e correggiamo i gesti della giornata che lo riaccendono. Senza che tu debba caricare un neonato in auto per venire in ambulatorio, che nelle prime settimane è l'ostacolo vero.

Con il percorso Ri-Hub Mamma puoi partire da una prima visita gratuita di venti minuti: ci racconti come è andata, guardiamo insieme due o tre movimenti e ti diciamo con franchezza se ha senso lavorarci o se ti conviene prima un controllo medico. Le sedute successive costano 29,90 €.

E una cosa puoi provarla stanotte, gratis: la prossima volta che ti giri nel letto, tieni le ginocchia unite e ruota tutto insieme. Se quella fitta non arriva, hai appena scoperto che il problema non è un corpo rotto: è il modo in cui il carico attraversa il bacino. E quello si allena.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

Domande frequenti

Quanto dura il dolore al pube dopo il parto?

Per la maggior parte delle donne poche settimane, ed è la parte rassicurante di tutta questa storia. Nel follow-up di 41.421 donne norvegesi che alla trentesima settimana di gravidanza avevano dolore al cingolo pelvico, a sei mesi dal parto il 78% era guarito, il 18,5% aveva ancora dolore in una o due sedi del bacino, il 3% aveva il quadro completo con dolore davanti e su entrambi i lati dietro e lo 0,5% ne aveva una forma grave. In una coorte danese su 1.789 gravide, fra le donne dei quattro gruppi di classificazione con dolore pelvico confermato all'esame obiettivo il 62,5% non aveva più dolore entro un mese dal parto. Le prime settimane sono le più dure, ma sono anche quelle in cui la curva scende più in fretta.

E se a sei mesi fa ancora male? Vuol dire che resterà così?

No, ma vuol dire che aspettare non è più una strategia. Nel follow-up norvegese su 10.603 donne che avevano dolore al bacino nei primi tre mesi dopo il parto, a diciotto mesi il 7,8% aveva ancora il quadro pieno (dolore davanti più dolore dietro da entrambi i lati). E in una coorte svedese seguita per dodici anni, fra le donne che avevano avuto dolore lombopelvico legato alla gravidanza il 40,3% riferiva ancora dolore di qualche grado, mentre il 59% non ne aveva più: uno studio con il 47% di risposte, quindi da leggere con prudenza, ma che dice una cosa chiara. Per una minoranza il recupero spontaneo senza ricadute non arriva, e quella minoranza va intercettata prima, non dopo anni.

Come capisco se è una diastasi della sinfisi pubica e non il solito dolore al pube?

Dai tempi e dall'entità. La diastasi della sinfisi pubica peripartum si definisce come una separazione superiore a 1 cm dell'articolazione, e nelle descrizioni cliniche compare entro ore o pochi giorni dal parto con dolore molto forte davanti e difficoltà a caricare il peso. Molte donne raccontano una sensazione di qualcosa che cede al momento del parto, poi un dolore al pube che impedisce di alzarsi dal letto o di camminare. Chiama subito se non riesci a fare un passo o a stare in piedi, se senti uno schiocco al pube, se hai difficoltà a urinare o non riesci a trattenere la pipì, se il dolore è accompagnato da febbre o gonfiore in zona pubica, o se compare all'improvviso un dolore forte alla base della schiena che si accende sotto carico. La stragrande maggioranza dei dolori al pube dopo il parto non è questo, ed è proprio per questo che i pochi casi che lo sono vanno riconosciuti in fretta.

Mi hanno detto che la sinfisi è 'aperta' di 8 mm: è grave?

Molto probabilmente no, ed è un dato che va contestualizzato invece di spaventare. In uno studio prospettico su 91 donne al primo figlio seguite con radiografie seriali entro 48 ore dal parto e poi a 6, 12 e 24 settimane, la separazione media della sinfisi subito dopo il parto era di 7,6 mm — praticamente uguale dopo parto vaginale (7,18 mm) e dopo cesareo (8,04 mm) — ed era rientrata ai 4-5 mm considerati normali entro sei settimane dal parto. Una separazione fra 10 e 15 mm si era vista in 10 donne su 91, sia dopo parto vaginale sia dopo cesareo. In altre parole: la sinfisi si apre in tutte, si richiude quasi sempre da sola, e il cesareo non la protegge.

Serve una radiografia o una risonanza?

Nella grande maggioranza dei casi no, e le linee guida europee sul dolore del cingolo pelvico sono esplicite: radiografie, TAC, scintigrafia, infiltrazioni diagnostiche e fissazione esterna diagnostica non sono raccomandate per fare la diagnosi, che si fa con test di provocazione del dolore, palpazione della sinfisi e il test dell'active straight leg raise. La risonanza è indicata per escludere una spondilite anchilosante e in presenza di bandiere rosse. Le eccezioni sono i quadri strutturali: se si sospetta una diastasi della sinfisi, la diagnosi si fa correlando i sintomi con la larghezza della sinfisi su un'immagine del bacino (radiografia o ecografia). E in caso di sospetta frattura da stress del sacro — dolore lombare o gluteo insorto all'improvviso e legato al carico — una revisione narrativa del 2026 segnala che la radiografia normale non basta, perché è la risonanza a mostrare la frattura e l'edema osseo.

Gli esercizi funzionano davvero dopo il parto?

Sì, con un effetto misurabile e alcuni distinguo onesti. Una revisione sistematica con meta-analisi del 2025 su 37 studi e 3.769 partecipanti nel primo anno dopo il parto ha trovato che i programmi di soli esercizi, in particolare il rinforzo dei muscoli del tronco, riducevano l'intensità del dolore lombopelvico di 2,21 punti su una scala 0-10 rispetto a chi non faceva esercizio (4 studi randomizzati, 210 donne) e la disabilità associata (6 studi, 296 donne, effetto ampio), con certezza delle prove moderata. Sul dolore del bacino in senso stretto lo studio più citato è un trial randomizzato norvegese su 81 donne dopo il parto: venti settimane di esercizi specifici di stabilizzazione hanno prodotto 30 mm di differenza sul dolore serale rispetto alla fisioterapia senza quegli esercizi, e oltre il 50% di riduzione della disabilità. Il distinguo: al follow-up a due anni le differenze fra i gruppi sparivano quando si teneva conto del livello di partenza a un anno. Il momento in cui si lavora conta.

La cintura pelvica serve nel post partum?

Le prove nel post partum sono deboli, molto più deboli di quanto lasci intendere il marketing. Nel trial multicentrico giapponese pubblicato nel 2026 su 127 donne con dolore lombopelvico, il gruppo che riceveva esercizi supervisionati stava meglio del gruppo che riceveva solo un opuscolo a un mese dal parto (differenza media 5,4 punti di Oswestry Disability Index), ma aggiungere la cintura agli esercizi non ha cambiato nulla; e a tre mesi le differenze non erano più chiare. In uno studio randomizzato svedese su 118 donne arruolate in gravidanza, tutti e tre i gruppi ricevevano una cintura sacroiliaca non elastica più informazioni, e aggiungere esercizi a casa o in palestra non dava alcun vantaggio a 3, 6 e 12 mesi dal parto. Discorso diverso per la diastasi della sinfisi: lì la fascia pelvica è parte del trattamento conservativo descritto nelle revisioni. Se la usi, mettila bassa sul bacino e non in vita, e usala per fare di più, non per muoverti di meno.

Non c’è la tua domanda? Scrivila a un fisioterapista →

Hai una domanda sul tuo dolore dopo il parto?

Un articolo parla al caso medio. Scrivi qui la tua domanda: ti risponde un fisioterapista iscritto all’Albo. Non è una diagnosi — per quella serve vederti — ma per capire se sei sulla strada giusta spesso basta.

Preferisci WhatsApp? Scrivici lì → — oppure prenota il colloquio gratuito →

Dal singolo esercizio al percorso

Questi esercizi sono generici. Il tuo no.

Quelli che hai appena letto valgono per tutti, e per questo non valgono per nessuno in particolare. Un fisioterapista iscritto all'Albo guarda il tuo caso nel primo colloquio — gratuito, venti minuti — e da lì costruisce il programma su di te: da casa quando basta, in uno studio vicino a te quando servono le mani. Il dolore che torna non toglie solo il movimento: toglie il sonno, la pazienza, la voglia di uscire di casa. Rimetterti in movimento è il nostro mestiere.

Inizia il questionario →

Sedute individuali 29,90€ · Pagamento sicuro · Nessun abbonamento

Articoli correlati