Gravidanza e post parto

Il Piede in Gravidanza: Perché Cambia e Se Torna Come Prima

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 9 settembre 2026

Una serena foto in bianco e nero che cattura il momento di tranquillità di una donna incinta in interni.
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Le hai infilate come sempre, e non sono entrate. Oppure sono entrate ma stringono di lato, dove prima non stringevano. Hai pensato al gonfiore, hai aspettato che passasse — e in parte è passato — ma quelle scarpe continuano a non andare bene. Poi qualcuno ti ha detto la frase che ti gira in testa da settimane: "a me dopo il primo figlio il piede non è più tornato".

Non è una leggenda: è una delle poche cose del corpo in gravidanza misurate bene, con calibri e pedane di forza. Due risposte subito, poi i numeri.

La prima: sì, il piede cambia davvero, e in una parte delle donne un residuo resta anche mesi dopo il parto. Si allunga di qualche millimetro, si allarga, e l'arco si abbassa e diventa meno rigido.

La seconda, quella che rimette le cose in proporzione: stiamo parlando di millimetri, non di mezzo numero di scarpa per tutte. E la cosa che ti fa più male al piede adesso, molto probabilmente, non è l'arco: è il gonfiore, che è un fenomeno diverso e finisce.

Cosa è stato misurato davvero

Lo studio di riferimento è del 2013, su American Journal of Physical Medicine & Rehabilitation: 49 donne seguite dal primo trimestre fino a circa 19 settimane dopo il parto, con misure strumentali di altezza dorsale dell'arco, lunghezza, cedimento dell'arco dal seduto allo stare in piedi e rigidità.

Il risultato in una riga: altezza e rigidità dell'arco significativamente calate, lunghezza del piede e cedimento dell'arco aumentati. E ancora così quattro-cinque mesi dopo il parto, quando gli ormoni della gravidanza erano rientrati da un pezzo e il peso era tornato a soli 2,1 kg sopra il valore di partenza.

Uno studio del 2026 su Clinical Orthopaedics and Related Research ha fotografato il piede di 31 donne con un sistema a più telecamere in quattro momenti — inizio, metà e fine gravidanza, più 9-15 settimane dal parto — con 18 donne non incinte come confronto. Dall'inizio alla fine della gravidanza il piede sinistro guadagnava 0,29 cm di lunghezza (differenza media) e 0,21 cm di larghezza (differenza mediana), con oltre 4 cm² in più di area mediale per lato; e la larghezza era ancora aumentata al controllo dopo il parto. Un lavoro tedesco del 2006 su 40 donne aveva già trovato la stessa direzione.

C'è però uno studio che va in senso parzialmente contrario. Su 23 donne seguite in Spagna fino a 4-6 settimane dal parto, gli autori concludono che la lunghezza torna ai valori di partenza nel puerperio mentre l'arco resta appiattito — ma nei risultati le analisi per ciascun piede non differivano in modo significativo fra i tre momenti. Con quei numeri, quel lavoro non conferma né smentisce: mostra quanto è difficile catturare un effetto di pochi millimetri.

Quante donne restano cambiate davvero

Qui sta il numero che cercavi, ed è più onesto della frase da bar. Nello studio sulle 49 donne, a 19 settimane dal parto:

Cosa Quante donne
Piede più lungo di prima 30 su 49 (per lo più 2-10 mm)
Cedimento dell'arco maggiore 35 su 49 (spesso 1-5 mm)
Se ne erano accorte (numero di scarpa) 11 su 49
Se ne erano accorte (arco più basso) 5 su 49

Leggi le ultime due righe accanto alle prime due: il cambiamento è misurabile in circa due donne su tre e percepito in circa una su cinque. Pochi millimetri su un piede che già varia di volume durante la giornata non si sentono. Quando invece li senti — e molte li sentono: in un'intervista a 100 donne nel post partum, più della metà riferiva un piede più largo — non te lo stai inventando.

Un'onestà in più: "piede più lungo" qui significa qualunque aumento misurato, anche di mezzo millimetro, e una parte di quei 30 su 49 può essere rumore di misura. Il segnale robusto sono le medie e la direzione, sempre la stessa in tutti gli studi.

Donne incinte praticano yoga prenatale rilassante in uno studio tranquillo.

Perché succede soprattutto alla prima gravidanza

Questa è la parte più sorprendente, e viene dallo stesso studio. Separando le donne per numero di gravidanze, quasi tutto l'effetto veniva dal gruppo alla prima:

  • prima gravidanza (35 donne): lunghezza del piede +1,4 ± 0,3 mm, cedimento dell'arco +1,0 ± 0,2 mm, rigidità dell'arco −0,019 ± 0,004 — tutti con p < 0,0001;
  • seconda gravidanza (20 donne): restavano significativi il cedimento dell'arco (+0,7 ± 0,3 mm) e la rigidità, ma non la lunghezza;
  • terza o successive (5 donne): nessun cambiamento significativo.

Attenzione a come lo leggi: cinque donne sono pochissime, e quel "nessun cambiamento" può voler dire che l'effetto non c'è oppure che lo studio non aveva la potenza per vederlo. Esiste anzi un dato che va verso l'accumulo: in una coorte americana su 1.177 donne con età media di quasi 68 anni, la pronazione del piede nel cammino cresceva col numero di figli (p = 0,002) — ma dopo aver corretto per età e indice di massa corporea l'associazione non era più significativa.

L'interpretazione più semplice: i legamenti che sostengono l'arco cedono una volta e non si riaccorciano, quindi la prima gravidanza fa il grosso e le successive trovano il terreno già fatto. Plausibile, coerente con i dati, mai dimostrata.

Peso o relaxina? Nessuno dei due come pensi

La spiegazione che gira ovunque è: la relaxina rende i legamenti lassi, il peso li schiaccia, il piede cede. Metà di questa frase regge male alla prova dei fatti.

Sulla relaxina. Uno studio longitudinale su 46 donne (35 arrivate all'analisi) ha misurato in ogni trimestre la lassità del polso insieme a cortisolo, estradiolo, progesterone e relaxina. La lassità aumentava nel 54% delle donne, ma i livelli ormonali non erano diversi fra chi diventava lassa e chi no, e la regressione non ha trovato alcuna correlazione fra lassità e relaxina. Una revisione sistematica sul dolore del cingolo pelvico è arrivata alla stessa conclusione: fra gli studi di buona qualità, tre su quattro non trovavano associazione con la relaxina, e il livello di prova è stato giudicato basso. La relaxina fa cose importanti — la sinfisi pubica, il collo dell'utero — ma come spiegazione del tuo piede è un'ipotesi, non un fatto.

Sul peso. Durante la gravidanza il carico conta eccome: in uno studio su 30 donne misurate su pedana di forza nei tre trimestri, l'appiattimento dell'arco nel cammino era massimo a fine gravidanza (p = 0,01) e correlava con la massa corporea in tutti e tre i trimestri (r ≥ 0,44). Ma per prevedere chi resta col piede cambiato dopo, il peso non serve: nello studio sulle 49 donne, l'aumento di peso in gravidanza (in media 14,2 kg), il peso residuo e persino il punteggio di lassità articolare generale non erano associati alle modifiche del piede.

La risposta onesta a "di chi è la colpa" è quindi: probabilmente carico spostato in avanti, tessuti più cedevoli e mesi di esposizione insieme — ma non sappiamo perché succeda a te e non a tua sorella.

Il gonfiore è un'altra cosa, e va distinto

Questa è la confusione che costa più scarpe comprate male. Il gonfiore è un fenomeno di liquidi, non di struttura. In una coorte di primigravide sane seguite trimestre per trimestre, l'edema alle gambe era assente nel primo trimestre, presente nel 20% nel secondo e nel 55% nel terzo — e nel post partum non lo aveva più nessuna.

Come li distingui a casa:

  • il gonfiore oscilla: peggiora la sera, dopo ore in piedi, col caldo; migliora dopo la notte e con le gambe sollevate, e se premi col dito per qualche secondo resta la fossetta;
  • il cambiamento strutturale non oscilla: la scarpa stringe uguale la mattina e la sera, e stringe soprattutto in larghezza, spesso sul bordo interno;
  • il gonfiore, di regola, rientra: nella coorte di primigravide sane, al controllo dopo il parto non ce l'aveva più nessuna. Non sempre però è immediato: in un'indagine su 52 donne nel post partum, 18 riferivano di aver avuto edema legato alla gravidanza e 13 di loro l'avevano avuto sia in gravidanza sia dopo; una sola l'aveva avuto esclusivamente dopo il parto.

C'è un dato che ribalta le priorità. Nello studio del 2026 sulle 31 donne, gli autori concludono che il dolore riferito e la perdita di funzione erano associati soprattutto all'edema degli arti inferiori. Un legame con la forma del piede c'era — chi peggiorava di più nel dolore aveva anche più area mediale del piede — ma il peso maggiore ce l'aveva il gonfiore. Detto altrimenti: mentre sei incinta, se il piede ti fa male è più probabile che sia gonfio, non che sia cambiato. Se è questo il tuo problema adesso, la parte pratica sta in gambe gonfie in gravidanza: cosa aiuta davvero e in mani e piedi gonfi in gravidanza: quando è normale.

Le scarpe: cosa fare adesso

Le difficoltà con le calzature non sono un dettaglio estetico. In uno studio caso-controllo su 159 donne, con un questionario validato sulla salute del piede, le gravide stavano peggio delle non gravide in funzione del piede, calzature, attività fisica e vigore — ma non nel dolore, che non differiva. Un secondo studio trasversale ha trovato lo stesso schema nel terzo trimestre.

Quattro regole pratiche, in ordine di importanza:

  1. Compra per la larghezza, non per la lunghezza. Il piede si allarga più di quanto si allunghi, e la scarpa che stringe ai lati è quella che ti rovina la giornata.
  2. Provale la sera, quando il piede è al massimo del volume.
  3. Niente infradito. In uno studio su 43 donne al secondo e terzo trimestre, confrontando sei tipi di calzatura, le infradito erano quelle con la peggior performance nell'equilibrio statico (p < 0,001); scarpe chiuse e sandali con cinturino alla caviglia andavano meglio. Per onestà: nello stesso studio la differenza nel rischio di caduta simulato non era significativa.
  4. Non ricomprare tutto adesso. Il guardaroba definitivo si decide a qualche mese dal parto, quando il gonfiore è sparito e vedi cosa è rimasto davvero.

Sul tacco non c'è uno studio che dica quale sia l'altezza giusta in gravidanza: quello che è stato misurato riguarda la stabilità, e va verso una calzatura bassa, chiusa e che non scivoli. Intanto il modo in cui cammini è già cambiato: una meta-analisi su 21 studi ha misurato passo più corto, andatura più lenta, base d'appoggio più larga e più tempo con entrambi i piedi a terra. Non è goffaggine, è stabilità — un motivo in più per non metterci sopra una calzatura che scivola.

Plantari ed esercizi: cosa funziona e cosa no

I plantari su misura, per prevenire il cedimento dell'arco, non hanno funzionato. È uno dei pochi studi randomizzati sul tema: 72 donne al primo trimestre assegnate a caso alle loro scarpe abituali oppure alle stesse scarpe più un plantare su misura, con controllo a circa 8 settimane dal parto. Nessuna differenza fra i gruppi su altezza dell'arco da seduta (p = 0,44) o in piedi (p = 0,48), cedimento (p = 0,67), rigidità (p = 0,68). Gli autori notano che lì l'arco non è ceduto in nessuno dei due gruppi, il che rende il risultato ancora meno conclusivo. Non vuol dire che un plantare sia inutile se hai male: vuol dire che come prevenzione non ha prove.

Gli esercizi hanno prove modeste, e non su donne in gravidanza. Una network meta-analisi su 11 studi randomizzati in adulti con piede piatto flessibile ha trovato che l'esercizio di "piede corto" riduce il cedimento dello scafoide rispetto al controllo (differenza media 1,23; IC 95% 1,02-1,44). Ma diverse voci in cima alla classifica di efficacia hanno intervalli che attraversano lo zero — l'esercizio neuromuscolare centrato sull'anca dà una differenza media di 6,22 con IC da −1,69 a 14,12, cioè potrebbe anche non fare niente. E in un piccolo trial su 39 persone, quattro settimane di esercizi per i muscoli intrinseci del piede hanno migliorato l'equilibrio dinamico ma non l'altezza dell'arco nel gruppo che si allenava senza elettrostimolazione.

Traduzione pratica: allenare il piede migliora controllo ed equilibrio, e sposta di poco la forma dell'arco. Il programma per l'arco già ceduto sta in piede piatto nell'adulto: esercizi e cosa funziona.

Perché tutto questo ci interessa lo dice un dato più vecchio: su 107 donne nel post partum contro 91 nullipare, il dolore al piede era riferito dal 31% contro il 22% (OR 2,2), e l'82% dei dolori era iniziato nel secondo o terzo trimestre — un tempismo che punta verso la biomeccanica più che verso gli ormoni.

La catena che si sospetta — arco più basso, tibia che ruota, ginocchio che ne risente — resta un'ipotesi: in un esperimento su 11 donne nel post partum, rimettere su l'arco con un supporto semirigido spostava la rotazione della tibia di meno di un grado (0,75° in media, p = 0,02), senza differenze rilevabili nello stress di contatto del ginocchio.

Quando il piede in gravidanza merita attenzione subito

Quasi tutto quello che hai letto è fisiologia lenta. Queste situazioni no, e hanno soglie precise.

  • Gonfiore su una gamba sola, soprattutto la sinistra, con polpaccio più grosso dell'altro, dolore o tensione al polpaccio, calore o arrossamento: fa sospettare una trombosi venosa profonda e va valutato in giornata. La regola clinica derivata su 194 gravide con sospetto di trombosi assegna un punto ai sintomi alla gamba sinistra, uno a una differenza di circonferenza del polpaccio ≥ 2 cm e uno alla comparsa nel primo trimestre; nella validazione su 96 gravide, chi aveva tutti e tre i criteri risultava positivo in 3 casi su 4, contro 1 su 30 di chi non ne aveva nessuno. Numeri piccolissimi, direzione inequivocabile.
  • Gonfiore che arriva all'improvviso, soprattutto se prende viso e mani, insieme a mal di testa che non passa, disturbi della vista o dolore sotto le costole a destra: si misura la pressione subito. La preeclampsia riguarda almeno il 2-4% delle gravidanze ed è definita da ipertensione più danno d'organo di nuova insorgenza. In uno studio su 341 donne con eclampsia, i sintomi che precedevano la crisi molto più di mal di testa e disturbi visivi erano scosse o scatti agli arti (OR 42), alterazioni dell'udito (OR 36), stato mentale alterato (OR 33,6) e difficoltà a parlare (OR 33,1). Se compare uno di questi, si va in pronto soccorso.
  • Dolore acuto e localizzato che compare all'improvviso e non ti fa caricare il piede: va guardato, non gestito con il riposo a oltranza.
  • Formicolio, intorpidimento o perdita di forza che non passa cambiando posizione, o che riguarda un piede solo: è un sintomo neurologico e va valutato.
  • Dolore che ti sveglia la notte, o che è peggiore al risveglio e non migliora affatto in due-tre settimane nonostante scarpe adeguate.

Cosa possiamo fare noi, e cosa no

Mettiamo subito i confini. Non possiamo impedire al tuo arco di abbassarsi: nessuno può, e l'unico studio randomizzato che ci ha provato con i plantari non ha trovato differenze. Non facciamo diagnosi: la trombosi, la pressione e gli esami sono del medico, e se dal racconto emerge qualcosa da guardare te lo diciamo prima di iniziare.

Quello che possiamo fare è il pezzo pratico: guardarti camminare e stare in piedi in videochiamata, capire dove finisce il carico ora che il baricentro si è spostato, lavorare sul controllo di piede e anca, darti esercizi che si fanno in cucina in cinque minuti. Se invece ci cerchi per il pavimento pelvico, sappilo subito: la valutazione interna richiede la presenza fisica e online non la facciamo.

Con il percorso Ri-Hub Mamma puoi partire da una prima visita gratuita di venti minuti: ci racconti cosa succede al tuo piede e ti diciamo con franchezza se ha senso lavorarci insieme. Le sedute successive costano 29,90 €.

Una cosa però puoi farla stasera, gratis: prendi le scarpe che usi tutti i giorni e verifica se stringono di lato. Se sì, quella è la prima cosa da cambiare — prima di qualunque esercizio.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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