Gravidanza e post parto

Ipermobilità e Gravidanza: Quando le Articolazioni Cedono

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 9 settembre 2026

Donna incinta che pratica yoga a casa, concentrandosi sul benessere e sul rilassamento.
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Scendi dal letto e il ginocchio fa quella cosa: cede di un centimetro, si riprende, e ti lascia con il cuore in gola. Ti giri nel sonno e la spalla ti sembra uscita di sede. Cammini venti minuti e il bacino non ti sembra più un pezzo unico, ma due metà per conto loro. E se prima della gravidanza eri già quella che piegava il pollice all'indietro fino al polso e faceva la spaccata senza allenarsi, adesso hai la sensazione che qualcosa sia andato oltre il limite.

Due risposte subito, poi te le smonto con i numeri.

La prima: sì, in gravidanza i tessuti cambiano, ma non nel modo semplice che ti hanno raccontato. La storia della relaxina che «scioglie i legamenti» e per questo ti fa male è molto più fragile, negli studi, di quanto sia popolare nei corsi preparto.

La seconda: se eri già lassa parti da più in alto e senti di più, ma non sei condannata. E quello che funziona non è quello che l'istinto suggerisce: non serve allungare, serve forza e controllo.

Cosa succede davvero ai legamenti

Uno studio longitudinale della Mayo Clinic ha seguito 46 donne dal primo trimestre — 35 arrivate all'analisi finale — misurando la lassità di entrambi i polsi e dosando cortisolo, estradiolo, progesterone e relaxina.

Il 54%, cioè 19 donne su 35, ha aumentato la lassità del polso di almeno il 10% dal primo al terzo trimestre. Non tutte: circa una su due.

La parte interessante viene dopo. Tutti e quattro gli ormoni erano significativamente più alti in gravidanza, e nessuno distingueva le donne che diventavano lasse da quelle che non lo diventavano: nessuna correlazione fra lassità del polso ed estradiolo, progesterone o relaxina. L'unica correlazione significativa era col cortisolo, talmente debole (r = 0,18; p = 0,03) da non spiegare quasi niente.

E ancora: il 57% ha riferito dolore articolare in gravidanza, ma quel dolore non era associato all'aumento di lassità (risultava invece associato a estradiolo e progesterone più alti). Chi aveva più male non era chi aveva le articolazioni più mobili.

E non è vero che col parto si riazzeri tutto: in una coorte svedese di 200 donne l'apertura passiva del quarto dito era in media più ampia tredici settimane dopo il parto che in gravidanza precoce (41,8° contro 40,1°).

La relaxina: dove il racconto e le prove si separano

Qui serve precisione, perché è il punto in cui il passaparola ha corso più veloce delle prove.

L'origine della storia è vera. Nel 1986 uno studio su Lancet misurò la relaxina in 35 donne con dolore pelvico grave e instabilità articolare in gravidanza avanzata, contro 368 campioni di gravidanze normali: la maggior parte dei valori del gruppo con dolore era sopra i limiti di confidenza al 95% della mediana per epoca gestazionale, la differenza nel terzo trimestre era altamente significativa, e i livelli più alti si trovavano nelle donne più invalidate. Da lì è partito tutto.

Poi sono arrivati gli altri studi, e non hanno confermato. Uno studio danese ha dosato la relaxina alla trentesima settimana in 472 donne: 343 pg/ml senza dolore pelvico (n = 118), 332 pg/ml con dolore e qualche limitazione (n = 59), 349 pg/ml con dolore grave (n = 9). Lo stesso numero tre volte.

Uno studio svedese del 2000 ha misurato con l'ecografia la sinfisi pubica alla trentacinquesima settimana. Il dolore pelvico severo era fortemente associato a una sinfisi più larga — 4,5 mm con dolore assente o lieve, 5,7 mm con dolore invalidante, 7,4 mm nei casi inviati come referral (p = 0,044 e p < 0,0001 nei confronti col primo gruppo) — ma i livelli di relaxina non erano associati né alla larghezza della sinfisi né al dolore. Il tessuto si muoveva; la relaxina non spiegava di quanto.

Un solo studio prospettico svedese, del 1996, ha trovato una correlazione significativa fra relaxina media in gravidanza e dolore sinfisario o lombare tardivo.

Chi ha messo ordine. Una revisione sistematica su European Spine Journal ha esaminato 731 riferimenti e ne ha inclusi 6 pertinenti: cinque caso-controllo e una coorte prospettica, quattro di alta qualità metodologica e due di bassa. Fra i quattro di alta qualità, tre non hanno trovato alcuna associazione fra relaxina e dolore del cingolo pelvico. Il livello di evidenza complessivo è stato classificato basso.

Attenzione a non ribaltare troppo. Una meta-analisi del 2025 su 54 articoli conclude che gravidanza, contraccettivi orali e menopausa possono modificare le proprietà dei legamenti, con effetti mediati almeno in parte dalla relaxina. E le schede cliniche sulla diastasi della sinfisi elencano ancora la relaxina alta fra i fattori di rischio — che però è un esito diverso dal dolore.

La sintesi onesta: la relaxina agisce sui tessuti, ma non è il tuo dolore. E cambia tutto. Se il problema fosse un ormone che non puoi toccare non ci sarebbe niente da fare fino al parto; se invece è come il tuo corpo gestisce il carico su articolazioni più mobili, è esattamente il tipo di cosa su cui si lavora.

Madre in attesa che medita su una palla da ginnastica al chiuso per uno stile di vita sano.

Se eri già ipermobile: cosa cambia, e quanto

Il punteggio di Beighton è una scala a 9 punti che misura l'escursione di mignoli, pollici, gomiti, ginocchia e colonna; negli studi che seguono l'ipermobilità generalizzata è definita da almeno 5 punti su 9. È uno screening, non una diagnosi: dice che le tue articolazioni si muovono più della media, non che tu abbia una malattia.

Tre studi, da leggere insieme.

Il più grande. Su 2.455 donne svedesi, l'ipermobilità auto-riferita risultava nel 28,7%. Il dolore del cingolo pelvico nell'intera gravidanza riguardava il 47,9% delle ipermobili contro il 41,0% delle altre (odds ratio aggiustato 1,27; IC 95% 1,11-1,47), con il segnale concentrato nel primo trimestre: 31,6% contro 22,0%, odds ratio aggiustato 1,54 (IC 95% 1,20-1,96). Nel secondo e nel terzo trimestre le associazioni non raggiungevano la significatività (1,24 con IC 0,82-1,88 e 1,20 con IC 0,99-1,45).

Il più rigoroso. Una coorte prospettica su 356 donne, con Beighton misurato all'esame clinico e dolore definito da una mappa più almeno un test positivo, ha trovato in gravidanza precoce il 47,1% di dolore nelle ipermobili contro il 32,6% — ma con odds ratio aggiustato 1,76 e intervallo di confidenza 0,86-3,62, quindi non significativo. Significativa era invece l'intensità: odds ratio aggiustato 2,04 (IC 95% 1,02-4,07). Gli autori concludono che le donne con ipermobilità generalizzata non avevano un rischio aumentato di dolore pelvico durante o dopo la gravidanza, ma riferivano un dolore più intenso all'inizio.

Il terzo. Su 283 donne norvegesi l'intensità del dolore serale alla trentesima settimana era uguale fra chi aveva Beighton ≥ 5 e chi no (differenza 2,8 mm su scala 0-100; IC 95% da -9,2 a 14,9).

C'è però un fattore che sposta le carte: il peso. Ipermobilità più BMI ≥ 25 dava, nella coorte prospettica, un odds ratio aggiustato di 6,88 rispetto a mobilità normale e BMI < 25 — con intervallo da 1,34 a 35,27, troppo impreciso per contarci da solo — e nello studio norvegese 28,7 mm di dolore serale in più (IC 95% 14,3-43,1). Gli autori stessi chiedono cautela: campioni piccoli.

Cosa ne ricavi tu. Che l'ipermobilità è un fattore reale ma modesto, che pesa soprattutto all'inizio della gravidanza e sull'intensità di quello che senti più che sulla probabilità di sentirlo. Motivo in più per muoversi presto.

Prima di muoverti, però, un passaggio. L'ACOG scrive che in assenza di complicanze o controindicazioni ostetriche o mediche l'attività fisica in gravidanza è sicura e desiderabile; la linea guida canadese ha giudicato moderati i benefici e non ha identificato danni. Il punto è quel «in assenza di controindicazioni»: se ce ne sono lo dicono la ginecologa o l'ostetrica che ti seguono, non un articolo — e gli studi sull'esercizio prenatale arruolano solo donne senza controindicazioni. Chiedi il via libera, e chiedilo presto.

Se hai una sindrome del tessuto connettivo

La classificazione internazionale del 2017 riconosce 13 sottotipi di sindrome di Ehlers-Danlos, e per tutti tranne uno la diagnosi definitiva richiede un test genetico. L'eccezione è proprio la forma ipermobile (hEDS), che non ha una mutazione nota e si diagnostica clinicamente coi criteri 2017. Chi ha ipermobilità sintomatica ma non soddisfa quei criteri rientra nei disturbi dello spettro dell'ipermobilità (HSD).

La prima cosa è rassicurante. Una coorte nazionale svedese ha confrontato 314 nati singoli da donne con sindrome da ipermobilità articolare o Ehlers-Danlos con 1.247.864 nati da donne senza queste diagnosi: nessuna associazione con parto pretermine (odds ratio aggiustato 0,6; IC 95% 0,3-1,2), rottura prematura delle membrane, cesareo, nato morto, Apgar basso o peso alla nascita. Nel solo sottogruppo Ehlers-Danlos — 62 donne, pochissime — più induzioni del travaglio (2,6; IC 95% 1,4-4,6) e più amnioressi (3,8; IC 95% 2,0-7,1). Limite: lo studio accorpa diagnosi diverse e non separa i sottotipi, quindi non dice nulla sulle forme rare.

La seconda è pratica. La letteratura sull'hEDS descrive sintomi ben oltre le articolazioni: dolore cronico, fatica, intolleranza ortostatica, disturbi gastrointestinali funzionali e disfunzioni pelviche e vescicali. E una meta-analisi su 14 studi ha trovato un'associazione fra ipermobilità e prolasso degli organi pelvici con odds ratio 2,37 (IC 95% 1,54-3,64), eterogeneità alta (I² = 77%) e sei studi ad alto rischio di distorsione. È un'associazione, non una condanna, ma è un motivo per non minimizzare i sintomi pelvici.

Bandiere rosse: le soglie, in chiaro

Quasi tutto quello che hai letto finora è fisiologia da gestire. Queste situazioni no.

  • Diastasi della sinfisi pubica. Fuori gravidanza le ossa pubiche distano 4-5 mm; la larghezza passa da circa 4 mm a otto settimane a circa 7 mm a termine. Una separazione oltre 1 cm è considerata patologica. Se dopo il parto hai dolore pubico severo, non riesci a camminare, senti il bacino «cedere» o hai difficoltà a urinare, serve una valutazione medica con ecografia o radiografia, non un programma di esercizi. La separazione completa è rara (le stime vanno da 1 caso su 300 a 1 su 30.000 parti) e si tratta di solito in modo conservativo — cintura pelvica, fisioterapia, antidolorifici — ma oltre i 4 cm può servire la chirurgia.
  • Una lussazione vera che non rientra da sola: pronto soccorso.
  • Febbre con dolore e gonfiore articolare, o dolore notturno che non cambia con la posizione.
  • Perdita di forza in una gamba, alterazione della sensibilità nella zona a sella, difficoltà nuova a urinare o incontinenza comparsa all'improvviso: valutazione urgente.
  • Sospetto mai inquadrato di sindrome del tessuto connettivo — sublussazioni ripetute, cute che si stira in modo anomalo, cicatrici che guariscono male, familiarità: l'inquadramento è del medico. E una diagnosi familiare di Ehlers-Danlos diversa dalla forma ipermobile va portata al ginecologo prima di programmare il parto: quelle forme hanno percorsi propri.

Le linee guida europee sul dolore del cingolo pelvico dicono anche cosa non serve: radiografie, TC, scintigrafia, test di mobilità e iniezioni diagnostiche non sono raccomandati di routine.

Cosa aiuta: forza e controllo, non stretching

Il livello più alto. La revisione Cochrane del 2015 ha incluso 34 studi randomizzati e 5.121 donne. Per il dolore lombare e pelvico combinati ha trovato prove di qualità moderata che un programma di 8-12 settimane riduce il numero di donne che riferiscono dolore (RR 0,66; IC 95% 0,45-0,97; 1.176 donne, 4 studi). Ma sul dolore pelvico isolato non ha trovato differenze significative rispetto alle cure prenatali usuali (RR 0,97; IC 95% 0,77-1,23), con prove di qualità bassa. Gli effetti avversi riportati erano minori e transitori.

La meta-analisi più grande. Su 32 studi e 52.297 donne, l'esercizio prenatale non ha ridotto la probabilità di avere dolore lombare o pelvico, né in gravidanza né nel post parto (13 studi randomizzati), ma ne ha ridotto la gravità (SMD -1,03; IC 95% -1,58 a -0,48; 15 studi randomizzati). È una distinzione che cambia le aspettative: l'esercizio non ti garantisce di non avere male, ti rende il male più gestibile.

Sul cingolo pelvico. In uno studio randomizzato su 386 donne, sei settimane di esercizi stabilizzanti aggiunti al trattamento standard davano meno dolore del solo standard al mattino (differenza mediana 9; IC 95% 1,7-12,8; p = 0,0312) e alla sera (13; IC 95% 2,7-17,5; p = 0,0245). Onestà: lì l'agopuntura faceva meglio degli esercizi la sera.

Specifico per l'ipermobilità. Qui le prove sono più sottili. Una revisione sistematica sulla fisioterapia nell'hEDS ha incluso 6 studi randomizzati (da 20 a 57 pazienti, programmi di 4-8 settimane): dolore o propriocezione miglioravano indipendentemente dal tipo di intervento, ma mancano studi robusti. Una seconda revisione su 10 studi e 330 partecipanti ha trovato qualche miglioramento in tutti e un solo evento avverso non grave; solo 2 dei 5 randomizzati erano di alta qualità. E un piccolo randomizzato su 24 persone ha mostrato che quattro settimane di esercizi in catena cinetica chiusa e propriocettivi miglioravano propriocezione del ginocchio, dolore e qualità della vita rispetto a nessun intervento.

Perché non stretching, allora. Non perché qualcuno abbia dimostrato che allungare fa male: quello studio non esiste. Ma perché gli studi qui sopra hanno testato rinforzo, stabilizzazione e propriocezione, non lo stretching, e perché un'articolazione che ha già escursione in eccesso non ha bisogno di altra escursione. Quella rigidità che ti viene voglia di allungare è quasi sempre un muscolo che sta facendo il lavoro che il legamento non fa più: allungarlo lo lascia solo più scoperto. La linea guida fisioterapica internazionale sull'ipermobilità dice esplicitamente che le prove sono limitate per dimensione e qualità: è il livello reale di quello che si sa.

Un dato recente, coi suoi limiti: in un randomizzato a due centri su 42 primipare, otto settimane di Pilates prenatale non peggioravano lassità e punteggio di Beighton, mentre i controlli peggioravano su tutti gli esiti, con differenze grandi sulle limitazioni di attività dovute al dolore pelvico (p = 0,021). Sono 42 donne: un segnale, non una dimostrazione.

La logica di allenamento, valida anche fuori dalla gravidanza, è in ipermobilità articolare: allenarsi in sicurezza. Se il problema è il bacino, il quadro completo è in dolore al bacino e al pube in gravidanza; se il dolore è sul pube, c'è pubalgia in gravidanza.

Cosa possiamo fare noi, e cosa no

I confini prima di tutto. Non facciamo diagnosi di hEDS né di disturbi dello spettro dell'ipermobilità: quella è del medico, coi criteri 2017, e se dal racconto emerge che va inquadrata te lo diciamo subito. E la valutazione interna del pavimento pelvico richiede la presenza fisica: online non la facciamo. Se hai sintomi di prolasso o perdite di urina servirà comunque una visita di persona, e te lo diremo.

Quello che facciamo bene in videochiamata è il pezzo che decide come stai ogni giorno: costruire forza e controllo attorno alle articolazioni che cedono. Guardiamo come ti alzi, come cammini, come sollevi. Lavoriamo su catena chiusa, propriocezione e resistenza, non su escursione. E tariamo il carico: con un corpo ipermobile la differenza fra progresso e ricaduta è quasi sempre quanto, non cosa.

Con il percorso Ri-Hub Mamma puoi partire da una prima visita gratuita di venti minuti: ci racconti come sei fatta e cosa cede, e ti diciamo con franchezza se ha senso lavorarci insieme o se ti conviene prima un inquadramento medico. Le sedute successive costano 29,90 €.

Una cosa però puoi tenerla da oggi: quando qualcosa cede, la risposta non è allungare. È rinforzare quello che sta intorno. Il tuo corpo non ha bisogno di più spazio: ha bisogno di qualcuno che glielo governi.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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