C'è un rumore che riconosci anche da fuori dal campo: il tonfo di un atterraggio andato male. Tuo figlio scende da un rimbalzo, appoggia sul piede di qualcun altro, si siede per terra e si tiene la caviglia. Oppure — versione meno drammatica e molto più frequente — non succede niente di visibile, ma da tre settimane dice che il ginocchio "gli tira un po'".
Basket e pallavolo sembrano sport lontani. Uno è di contatto, l'altro ha una rete in mezzo. Ma per il corpo di un ragazzo chiedono quasi la stessa cosa: saltare tante volte e atterrare bene. Ed è nell'atterraggio, non nel salto, che si concentra praticamente tutto quello che ti interessa sapere.
Le cose da guardare sono tre: la caviglia, il ginocchio — in due forme diverse, una noiosa e una seria — e il numero di salti che nessuno conta.
Bandiere rosse: quando non aspettare
Prima di tutto il resto, perché è la parte che non deve restare in fondo.
Oggi, in pronto soccorso, se dopo una distorsione della caviglia:
- non riesce a fare quattro passi appoggiando il peso, né sul campo né dopo;
- fa male alla pressione sul bordo posteriore dei malleoli (le sporgenze ossee ai lati della caviglia), sulla base del quinto metatarso (la sporgenza a metà del bordo esterno del piede) o sullo scafoide (bordo interno).
Non è una soglia inventata: è la regola di Ottawa, e nei bambini sopra i cinque anni una meta-analisi su dodici studi e 3.130 pazienti visti in pronto soccorso ha trovato una sensibilità del 98,5% nell'escludere una frattura di caviglia o mesopiede. Se nessuno di quei segni c'è, la probabilità di frattura è bassissima; se anche uno solo c'è, non aspettare: serve una radiografia in giornata.
Oggi, sempre in pronto soccorso, anche se il ginocchio si gonfia entro poche ore da un episodio in cui il ragazzo ha sentito uno schiocco o ha avuto una sensazione di cedimento, o se il ginocchio si blocca e non si estende del tutto.
Senza urgenza ma senza rimandare se:
- un dolore da carico dura più di due o tre settimane nonostante l'attività ridotta;
- la caviglia continua a cedere a sei-otto settimane dalla distorsione;
- c'è dolore di notte o a riposo, febbre, o gonfiore comparso senza alcun trauma.
Il dolore da sovraccarico ha un comportamento riconoscibile: compare con l'attività, cala con il riposo, torna quando si riprende. Quando non si comporta così, va guardato meglio.
La caviglia: il conto più salato, e la buona notizia
Se dovessi scommettere su un solo distretto, è questo. Nella rilevazione nazionale su cento licei statunitensi nell'anno scolastico 2005-2006, il basket maschile aveva il tasso di infortunio alla caviglia più alto fra tutti gli sport monitorati: 7,74 ogni 10.000 esposizioni, davanti al basket femminile (6,93) e al football americano (6,52). Nell'83,4% dei casi si trattava di una distorsione legamentosa con lesione parziale. Il 51,7% tornava in campo in meno di sette giorni, il 10,5% dopo più di tre settimane.
Due precisazioni oneste. Sono adolescenti che giocano a livello scolastico agonistico, con allenatori e partite settimanali: un bambino di dieci anni che va in palestra due volte a settimana sta in un mondo diverso, e quei tassi non si trasferiscono. E il dato descrive un problema che quasi sempre si risolve in fretta — proprio per questo viene sottovalutato.
Perché il vero problema non è la prima distorsione: è la seconda. Nello studio randomizzato su 765 liceali di calcio e basket, chi aveva già avuto una distorsione aveva un rischio doppio di rifarsi male (rischio relativo 2,14). Tradotto: una caviglia già storta una volta resta, per un bel po', una caviglia più a rischio — ed è questo il motivo per cui vale la pena lavorarci anche quando il dolore è passato.
Qui arriva la buona notizia, ed è — per chi si è già fatto male — la parte con le prove più solide di tutto questo articolo. Nello stesso studio, i ragazzi che facevano un programma di equilibrio dimezzavano il rischio (rischio relativo 0,56): distorsioni nel 6,1% del gruppo che si allenava contro il 9,9% del gruppo di controllo. La meta-analisi del 2015 su sette studi randomizzati e 3.726 partecipanti conferma: rischio relativo 0,65 su tutti, 0,64 in chi aveva già avuto una distorsione.
E adesso la parte che di solito non ti raccontano. Sulla prevenzione primaria — in chi non si è mai fatto male — la stessa meta-analisi riporta 0,57, ma quel numero arriva da due soli studi, entrambi non significativi presi singolarmente, e gli autori concludono che le prove restano non conclusive. Nello studio sui liceali la differenza fra chi non aveva mai avuto distorsioni (4,3% contro 7,7%) non raggiungeva la significatività (p = 0,059). E nello studio randomizzato su 920 giocatori di basket fra i 12 e i 18 anni il programma riduceva gli infortuni acuti in generale (rischio relativo 0,71), ma sulle sole distorsioni di caviglia il risultato non era significativo — con un'aderenza al programma casalingo ferma al 60%.
Nella pallavolo lo studio di riferimento è quello su 116 squadre olandesi, oltre mille giocatori: il programma con la tavoletta propriocettiva ha ridotto le distorsioni, ma la riduzione significativa si è vista solo nei giocatori con una storia di distorsione. E fra chi aveva già avuto problemi al ginocchio, il gruppo che si allenava ha mostrato più infortuni da sovraccarico al ginocchio: gli autori suggeriscono che una storia di infortunio al ginocchio possa essere una controindicazione a quel tipo di lavoro. Significa che il programma giusto dipende da cosa è già successo a quel ragazzo.
In sintesi: il lavoro di equilibrio è a basso rischio e con prove solide dopo il primo infortunio, più incerto come misura generale su chi sta bene. Nei programmi studiati si lavora poco per volta ma spesso: appoggio su una gamba sola, superfici via via meno stabili, atterraggi controllati, dentro il riscaldamento di ogni allenamento e per tutta la stagione — non per tre settimane a settembre. Il come lo trovi in esercizi propriocettivi per la caviglia.
Una nota sui numeri che girano: la meta-analisi del 2018 che riporta una riduzione del 38% delle distorsioni con il lavoro propriocettivo è stata condotta su atleti fra i 18 e i 35 anni. È un dato buono, ma è un dato di adulti.

Il ginocchio del saltatore, che nel ragazzo è un'altra cosa
"Ginocchio del saltatore" è il nome che senti in palestra, ed è un nome che nasce da studi su adulti. Nello studio norvegese su 613 atleti di livello nazionale, la prevalenza di sintomi in corso era del 44,6% nella pallavolo e del 31,9% nel basket — i numeri più alti fra nove sport. Sono cifre impressionanti, e vanno lette per quello che sono: atleti d'élite adulti, e nel caso di pallavolo e basket uomini. In quello studio i sintomi duravano in media 32 mesi.
Nel ragazzo che cresce cambia l'anello debole. La revisione americana del 2023 sulle lesioni da sovraccarico in età pediatrica lo dice in una riga: la maggior parte degli infortuni sportivi dei ragazzi avviene nei centri di crescita dell'osso, epifisi e apofisi, che sono la parte relativamente più debole. Il tendine rotuleo tiene; cede il punto dove si attacca.
Da qui i due quadri che vedrai davvero:
- Osgood-Schlatter, sotto il ginocchio, sulla sporgenza della tibia. È un capitolo a sé: quanto dura e perché fermare tutto è l'errore più frequente lo abbiamo scritto in Osgood-Schlatter: dolore al ginocchio in adolescenza.
- Sinding-Larsen-Johansson, un piano più su, sul polo inferiore della rotula. Stesso meccanismo, stessa logica di gestione.
Sono apofisiti, non tendinopatie. Cambia la prognosi (si spengono con la fine della crescita) e cambia la gestione (si modula il carico, non si smette).
Verso la fine della maturazione, però, la tendinopatia vera compare eccome. Nello studio prospettico di quattro anni su 141 studenti-atleti di una scuola d'élite norvegese fra i 16 e i 18 anni (69 maschi e 72 femmine), 28 hanno sviluppato il ginocchio del saltatore (22 maschi e 6 femmine, con un rischio da tre a quattro volte più alto nei maschi). I fattori di rischio sono i più concreti possibili: odds ratio 1,72 per ogni ora in più di allenamento a settimana e 3,88 per ogni set in più giocato a settimana. Le partite pesavano più degli allenamenti.
Popolazione dichiarata: sedici-diciotto anni, livello d'élite, in collegio sportivo. Ma il messaggio vale anche per una squadra di provincia — è il carico, ed è soprattutto il carico che cambia in fretta.
Il crociato: il dato sulle ragazze, letto bene
Questo è il punto in cui i genitori si spaventano, e vale la pena essere precisi invece che rassicuranti.
La differenza esiste ed è ben documentata. Nella meta-analisi del 2016 su liceali statunitensi — 700 rotture del crociato anteriore in oltre 11 milioni di esposizioni — le ragazze avevano un rischio per esposizione 1,57 volte quello dei ragazzi. Dentro il basket, il rapporto fra femmine e maschi era il più alto di tutti gli sport: 3,80. La rilevazione nazionale su cento licei statunitensi fra il 2007 e il 2012, con 617 rotture, riporta negli sport praticati da entrambi i sessi 8,9 contro 2,6 ogni 100.000 esposizioni; il 42,8% delle rotture nasceva da un contatto fra giocatori e il 37,9% senza alcun contatto.
Ora i numeri che servono davvero a un genitore, cioè quelli per stagione. Sempre nella meta-analisi del 2016: per una ragazza il rischio di rompersi il crociato in una stagione era 1,11% nel calcio e 0,88% nel basket. Poco meno di una su cento in una stagione di basket liceale agonistico: un rischio reale, e per il 99% delle ragazze quella stagione finisce senza. La pallavolo non compare fra i tre sport a rischio più alto in quella classifica.
Sul quando: analizzando vent'anni di dati assicurativi statunitensi su ragazzi dai 6 ai 18 anni, l'incidenza cresce con l'età e ha un picco a 16 anni nelle femmine e a 17 nei maschi. Non è un problema dei bambini piccoli. È un problema che arriva insieme agli anni del liceo.
E il perché ha un nome poco elegante ma un significato semplice. Nello studio su 181 giocatori e giocatrici di basket e calcio delle medie e superiori, prima della maturazione maschi e femmine atterravano allo stesso modo. Dopo, le ragazze atterravano con più movimento del ginocchio verso l'interno, un angolo di valgismo maggiore e una coppia flessoria ridotta rispetto ai coetanei maschi.
Va detto con chiarezza, perché è il punto in cui il dato viene spesso rigirato male: questo non è un difetto e non è una colpa. È una fase di un corpo che cambia in fretta, e è modificabile con l'allenamento. Non è una condanna scritta nell'anatomia.
E qui la notizia è buona, con una precisazione sulla popolazione. La sintesi del 2018 che ha aggregato otto meta-analisi precedenti riporta un dimezzamento del rischio di rottura del crociato in tutti gli atleti (odds ratio 0,50) e una riduzione di due terzi delle rotture senza contatto nelle atlete (0,33); gli autori parlano di prove conclusive, ma avvertono anche che sei di quelle otto meta-analisi contenevano solo dati femminili e che sui maschi i dati non bastano per concludere. La meta-analisi del 2019 su 18 studi e 27.231 partecipanti — tutte ragazze e donne — traduce il tutto in una frase comprensibile: si passa da una infortunata su 54 a una su 111. E aggiunge due cose molto pratiche: l'effetto era più forte nelle atlete delle medie e superiori (odds ratio 0,38) che in quelle universitarie o professioniste (0,65), e i programmi efficaci avevano in comune esercizi di forza per gli arti inferiori e un lavoro specifico sull'atterraggio stabilizzato — saltare e fermarsi, tenendo la posizione.
Il dosaggio medio dei programmi inclusi in quella revisione, tutti rivolti ad atlete femmine: circa 24 minuti a sessione, 2,5 volte a settimana, per una diciottina di ore lungo la stagione. È la stessa logica del riscaldamento strutturato, e il "prima di giocare" non è tempo tolto all'allenamento: ne abbiamo scritto in Il riscaldamento nei bambini serve davvero.
Il volume di salti: la cosa che nessuno conta
Nel calcio si contano i minuti. Nel basket e nella pallavolo la valuta vera sono i salti, e non li conta nessuno.
Uno studio norvegese ha fatto la fatica di contarli: 11.943 salti analizzati da video su 26 ragazzi e 18 ragazze fra i 16 e i 18 anni di un collegio sportivo d'élite, in una settimana di allenamenti e dieci partite. In allenamento si andava da 50 a 666 salti a settimana nei ragazzi e da 11 a 251 nelle ragazze. In media 35,7 salti all'ora per i maschi contro 13,7 per le femmine; in partita 62,2 contro 41,9. Ma il risultato che conta è un altro: le differenze fra un giocatore e l'altro erano più grandi di quelle fra i ruoli.
Dentro la stessa squadra, allo stesso allenamento, un ragazzo può fare dieci volte i salti di un compagno. Quindi "quanto si allena la squadra" non dice nulla su quanto sta caricando tuo figlio, e le settimane da guardare sono quelle in cui il conto raddoppia senza che nessuno se ne accorga: i tornei di fine stagione, le doppie sedute, il ragazzo che gioca in due categorie.
Il carico è anche la variabile su cui una famiglia può davvero intervenire: nello studio norvegese sulla pallavolo, ogni ora di allenamento in più a settimana e ogni set in più giocato alzavano il rischio di ginocchio del saltatore. Sul tema esiste anche un documento di consenso del Comitato Olimpico Internazionale dedicato allo sviluppo dell'atleta giovane, scritto proprio per mettere ordine fra pratiche molto diverse fra loro.
Cosa puoi guardare tu, da bordo campo
Non serve un occhio clinico. Bastano quattro cose:
- Come atterra. Ginocchia che vanno verso l'interno quando scende da un salto, atterraggi rumorosi e rigidi, atterraggi su una gamba sola quando il gesto non lo richiede.
- Il giorno dopo. Un fastidio che si spegne in serata è normale. Una zoppia il mattino dopo, o un dolore che peggiora di allenamento in allenamento, no.
- Cosa dice quando gli chiedi. I ragazzi minimizzano. La domanda utile non è "ti fa male?" ma "quante volte questa settimana hai giocato con un fastidio?".
- Le settimane di picco. Se ha giocato più partite del solito o si è allenato con due gruppi, è lì che i problemi si accendono.
E, dopo un infortunio, la trappola più comune: "non fa più male" non basta come criterio di rientro. Nello studio sui 765 liceali chi aveva già avuto una distorsione correva comunque un rischio doppio di rifarsi male, dolore o non dolore. Su cosa serve davvero prima di rimettere un ragazzo in campo abbiamo scritto qui: Quando un ragazzo può tornare a giocare dopo un infortunio.
Farsi seguire, quando serve
Tre situazioni in cui parlare con qualcuno invece di aspettare: una prima distorsione di caviglia — è lì che si decide se ci sarà la seconda —, un dolore al ginocchio che dura da più di due settimane, e gli anni in cui una ragazza che gioca a basket entra nella fascia di rischio più alta per il crociato, quando impostare la prevenzione costa poco e rende molto.
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Fonti
- Ankle injuries among United States high school sports athletes, 2005-2006 — Journal of Athletic Training, 2007
- The effect of a balance training program on the risk of ankle sprains in high school athletes — American Journal of Sports Medicine, 2006
- The effectiveness of proprioceptive training in preventing ankle sprains in sporting populations: a systematic review and meta-analysis — Journal of Science and Medicine in Sport, 2015
- The effect of a proprioceptive balance board training program for the prevention of ankle sprains: a prospective controlled trial — American Journal of Sports Medicine, 2004
- A prevention strategy to reduce the incidence of injury in high school basketball: a cluster randomized controlled trial — Clinical Journal of Sport Medicine, 2007
- Effects of proprioceptive training on the incidence of ankle sprain in athletes: systematic review and meta-analysis — Clinical Rehabilitation, 2018
- Accuracy of Ottawa Ankle Rules to exclude fractures of the ankle and midfoot in children: a meta-analysis — Academic Emergency Medicine, 2009
- Prevalence of jumper's knee among elite athletes from different sports: a cross-sectional study — American Journal of Sports Medicine, 2005
- Childhood and Adolescent Sports-Related Overuse Injuries — American Family Physician, 2023
- Training volume and body composition as risk factors for developing jumper's knee among young elite volleyball players — Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports, 2013
- Jump frequency may contribute to risk of jumper's knee: a study of interindividual and sex differences in a total of 11,943 jumps video recorded during training and matches in young elite volleyball players — British Journal of Sports Medicine, 2014
- Sport-Specific Yearly Risk and Incidence of Anterior Cruciate Ligament Tears in High School Athletes: A Systematic Review and Meta-analysis — American Journal of Sports Medicine, 2016
- A multisport epidemiologic comparison of anterior cruciate ligament injuries in high school athletics — Journal of Athletic Training, 2013
- ACL Tears in School-Aged Children and Adolescents Over 20 Years — Pediatrics, 2017
- Decrease in neuromuscular control about the knee with maturation in female athletes — Journal of Bone and Joint Surgery (Am), 2004
- Meta-analysis of meta-analyses of anterior cruciate ligament injury reduction training programs — Journal of Orthopaedic Research, 2018
- Evidence-Based Best-Practice Guidelines for Preventing Anterior Cruciate Ligament Injuries in Young Female Athletes: A Systematic Review and Meta-analysis — American Journal of Sports Medicine, 2019
- International Olympic Committee consensus statement on youth athletic development — British Journal of Sports Medicine, 2015
Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.




