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Il Gomito che Fa Male nel Giovane Sportivo: il Sovraccarico da Lancio

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Pubblicato il 23 luglio 2026

Due bambini esplorano un rigoglioso giardino domestico, circondati da una vegetazione vibrante e fiori.
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Tuo figlio ha dodici anni, gioca a pallavolo tre volte a settimana più la partita, e da un mese si tocca il gomito quando torna a casa. Fa male sul lato interno, dove si sente un osso sporgere. Passa se sta fermo qualche giorno, torna dopo due allenamenti. L'allenatore dice che è "crescita", il fisioterapista dello zio dice tendinite.

Ti do subito la risposta, perché cambia tutto il resto: nel ragazzo che sta crescendo, sotto quel gesto ripetuto non cede il tendine — cede l'osso che si sta formando. Quella zona non è un tendine infiammato: è un nucleo di accrescimento tirato da un tendine che tira benissimo. Si chiama apofisite mediale del gomito — in inglese little league elbow, perché l'hanno descritta nel baseball — e la cura non è un antinfiammatorio. È togliere il gesto che la provoca per il tempo che serve, e rimetterlo con un conto preciso.

La differenza che spiega tutto il resto

Sulla sporgenza interna del gomito, l'epicondilo mediale, si attaccano il legamento collaterale ulnare e i muscoli flessori dell'avambraccio. Ogni volta che il braccio accelera sopra la testa — un lancio, una schiacciata, un servizio — il gomito subisce una forza che tende ad aprirlo verso l'interno, e quella forza scarica lì.

Nel ragazzo che cresce il punto debole di quella catena non è il legamento. Come descrive la scheda StatPearls sull'apofisite mediale, quel centro di ossificazione compare intorno ai 6-7 anni e si salda tipicamente entro i 15: finché è aperto è cartilagine di accrescimento, e la trazione ripetuta lo allarga, lo infiamma e nei casi estremi lo stacca in una frattura da avulsione. Non è un'eccezione del gomito: la rassegna 2023 di American Family Physician lo dice per tutto il corpo che cresce — la maggior parte degli infortuni sportivi giovanili avviene nei centri di crescita, epifisi e apofisi. È lo stesso meccanismo che sotto il ginocchio produce l'Osgood-Schlatter.

Quanto è serio? Una revisione sistematica su Sports Medicine nel 2022 ha raccolto 128 articoli sulle lesioni da stress dei centri di crescita nei giovani atleti. Nelle serie di casi c'erano 448 pazienti: la maggior parte è tornata allo sport dopo un periodo adeguato di riposo e riabilitazione, ma 57 (12,7%) hanno avuto un disturbo della crescita e 28 (6,2%) sono stati operati. Il pezzo da portarsi a casa è come gli autori descrivono quei casi peggiori: ricorrevano assenza di trattamento, diagnosi tardiva e mancato rispetto del riposo. Non è la gravità iniziale a fare la differenza, è cosa succede dopo — e il numero va letto per quello che è: casi pubblicati.

Non è solo baseball (ed è perché in Italia se ne parla poco)

La letteratura è quasi tutta di baseball, statunitense e giapponese, e in Italia il baseball è di nicchia. Ma la stessa revisione elenca gli sport in cui questi quadri compaiono, ed è un elenco familiare: baseball, badminton, arrampicata, cricket, danza, ginnastica, rugby, calcio, nuoto, tennis e pallavolo.

Un dato fuori dal baseball c'è. Uno studio su 434 giovani atleti di sport sopra la testa fra i 12 e i 18 anni — badminton, cricket, softball, nuoto, pallavolo — ha misurato problemi da sovraccarico nel 31,3% delle spalle e nel 9,2% dei gomiti. La spalla è più frequente, il gomito più grave quando c'è: severità media 30,4 contro 38,4. Allenarsi più di 11 ore a settimana più che raddoppiava le probabilità di problemi di spalla (odds ratio 2,64; IC 95%: 1,31-5,30). È un'indagine trasversale: dice quanti ragazzi hanno un problema, non chi lo svilupperà.

Per chi arrampica, una nota: nei giovani climber il centro di crescita che paga il conto non è il gomito, sono le dita (lesioni da stress delle falangi fra il 5% e il 58% dei gruppi studiati).

Un padre tiene il suo bambino in una stanza serena e debolmente illuminata, con un mobile appeso nei paraggi.

I numeri sul carico: cosa è ben studiato e cosa no

Il baseball ci regala quello che nessun altro sport giovanile ha: vent'anni di studi che contano i gesti uno per uno.

Il carico produce dolore. In uno studio prospettico su 476 lanciatori fra i 9 e i 14 anni seguiti per una stagione, metà ha avuto dolore al gomito o alla spalla, con un'associazione significativa fra il numero di lanci — in partita e in stagione — e la comparsa del dolore.

Produce anche infortuni veri, ma più raramente. Lo stesso gruppo ha seguito 481 lanciatori per dieci anni, chiamando "infortunio" solo un intervento a spalla o gomito o l'abbandono: incidenza cumulativa 5,0%. Chi aveva superato 100 inning in un anno solare aveva 3,5 volte più probabilità di infortunarsi (IC 95%: 1,16-10,44).

Quello studio è prezioso anche per il motivo opposto: ha ridimensionato due cose che si dicevano. Non è riuscito a dimostrare che lanciare curve prima dei 13 anni aumenti il rischio, e la maggior frequenza di infortuni in chi faceva anche il ricevitore non era significativa. La revisione storica su Clinical Journal of Sport Medicine conferma: il tipo di lancio non è chiaramente associato agli infortuni, il volume sì.

Il fattore più forte, però, non è un numero: è lo stato del braccio. Una revisione sistematica con meta-analisi del 2020 ha combinato quattro fattori di rischio nei lanciatori adolescenti. Uno solo è risultato significativo: giocare con il braccio affaticato, odds ratio aggregato 13,32 (IC 95%: 3,22-55,09). Stagione lunga, più squadre e ruolo di ricevitore non lo erano. Quell'intervallo larghissimo va detto: la direzione è certa, la dimensione dell'effetto no.

L'indagine su 754 lanciatori dai 9 ai 18 anni mostra il quadro reale: il 43,4% lanciava in giorni consecutivi, il 30,7% in più squadre con stagioni sovrapposte, il 19% faceva più partite in un giorno. Chi lanciava spesso con il braccio stanco aveva 7,88 volte le probabilità di infortunio (IC 95%: 3,88-15,99), chi lanciava con dolore 7,50 (3,47-16,21). E il caso-controllo su 95 ragazzi operati contro 45 mai infortunati arriva alla stessa sintesi: i fattori con l'associazione più forte erano sovraccarico e fatica.

La regola che vale in tutti gli sport

Se il tuo sport non ha limiti scritti — in Italia è quasi sempre così — c'è un riferimento facile. In uno studio caso-controllo su 1.190 giovani atleti fra 7 e 18 anni, fare più ore di sport a settimana di quanti anni ha il ragazzo era associato a 2,07 volte le probabilità di un infortunio serio da sovraccarico (IC 95%: 1,40-3,05); e la specializzazione in un solo sport restava un fattore indipendente anche tenendo conto delle ore (1,36; 1,08-1,72).

Dodici anni, dodici ore. Non è una legge di natura: è la soglia oltre la quale, in quello studio, la statistica cambia.

I limiti di lanci, e perché da soli non bastano

Le raccomandazioni del comitato medico di USA Baseball, su cui i campionati giovanili costruiscono i regolamenti, sono queste — come pubblicate in tabella in uno studio su Sports Health:

Età Lanci per partita Per settimana Per stagione Per anno
9-10 anni 50 75 1.000 2.000
11-12 anni 75 100 1.000 3.000
13-14 anni 75 125 1.000 3.000

Più un limite di calendario: non più di nove mesi di lanci all'anno, a qualunque età. Tre mesi in cui quel gesto non si fa.

Su questi numeri vanno dette due cose opposte. La prima: non nascono da un esperimento. I primi limiti furono introdotti nel 1996 dopo un sondaggio fra 28 chirurghi ortopedici e allenatori, e rivisti nel 2006. Sono un consenso di esperti, e vanno presi per quello.

La seconda: anche così, non vengono applicati. In un'indagine su 95 allenatori giovanili, in media hanno risposto correttamente al 43% delle domande su lanci e giorni di riposo, e il 19% ha riferito che almeno un suo lanciatore aveva giocato con il braccio dolorante o affaticato.

Se succede nello sport che ha i limiti scritti da trent'anni, immagina una palestra di pallavolo il sabato mattina. Il conteggio, alla fine, lo fai tu.

Le bandiere rosse: quando non si aspetta

Il quadro tipico dell'apofisite è dolore interno, legato all'attività, che migliora col riposo. Tutto quello che segue non è quel quadro, e va valutato da un medico.

  • Uno schiocco secco durante un lancio, con dolore immediato e impossibilità di usare il braccio: può essere il distacco del nucleo di accrescimento. È l'unica voce che significa pronto soccorso, oggi.
  • Il gomito si blocca, si inceppa o scatta: fa sospettare un frammento libero nell'articolazione.
  • Non si estende più completamente. Anche pochi gradi, anche senza dolore: la perdita di estensione va misurata, non raccontata.
  • Gonfiore evidente.
  • Formicolio o intorpidimento nel mignolo e nell'anulare, o mano che perde forza: è il nervo ulnare, che passa proprio dietro l'epicondilo mediale.
  • Dolore a riposo o di notte, o presente anche nelle settimane senza sport.
  • Febbre, rossore, calore locale: non è sovraccarico, ed è un'urgenza diversa.

E una soglia esplicita, perché è quella che nella pratica manca: se dopo due settimane di stop completo dai gesti sopra la testa il dolore è ancora lì, o ricompare appena riprende, serve una valutazione medica con esami per immagini. È il modo per non scambiare per una tendinite la cosa di cui parliamo adesso.

L'osteocondrite dissecante del capitello: il quadro da non mancare

Sta dall'altra parte. Mentre l'apofisite è sul lato interno, l'osteocondrite dissecante colpisce il capitello omerale, sul lato esterno, dove a ogni lancio l'omero viene compresso contro il radio. Il danno riguarda cartilagine articolare e osso sottostante, e a differenza dell'apofisite non si risolve aspettando la fine della crescita.

In uno screening ecografico su 2.433 giocatori adolescenti (età media 14,5 anni) è stata trovata nel 3,4% delle braccia dominanti. Chi aveva la lesione aveva iniziato prima, giocava da più tempo e aveva avuto più dolore al gomito; il ruolo in campo non faceva differenza. Dei 68 che hanno completato gli esami radiologici, il 14,7% era allo stadio iniziale, il 38,2% in frammentazione e il 13,2% aveva già un frammento libero: oltre la metà arrivava alla diagnosi dopo il momento più facile da trattare.

E adesso il dato che conta. In uno screening su 1.040 bambini fra 10 e 12 anni la prevalenza era del 2,1%, e il 31,8% di chi aveva la lesione non aveva mai avuto dolore al gomito. Uno studio su 1.275 giocatori fra 6 e 11 anni ha misurato un'incidenza a un anno dell'1,8% (IC 95%: 1,1-2,7), più alta fra i 10 e gli 11 anni (odds ratio 3,96; IC 95%: 1,10-18,97, intervallo molto ampio), e in quel gruppo solo il 34,8% riferiva dolore. Lì età d'inizio, anni di gioco, ore di allenamento, ruolo e storia di dolore non erano associati al rischio: non abbiamo un identikit affidabile di chi la svilupperà.

La conseguenza va contro l'istinto: il dolore non è un buon filtro per l'osteocondrite. E la revisione della letteratura sottolinea che le lesioni in stadio precoce rispondono al trattamento conservativo molto meglio di quelle avanzate. Se tuo figlio lancia o schiaccia da anni e ha dolore sul lato esterno, o ha perso qualche grado di estensione, una lastra non è troppo.

Riposo e ritorno: come si fa davvero

Comincio da quello che non sappiamo: nessuno studio randomizzato dice quante settimane di riposo servono per un'apofisite mediale. Chi ti dà una cifra secca riporta una consuetudine clinica, non una prova. Quello che le prove dicono è che il riposo, quando c'è, funziona quasi sempre, e che i casi finiti male sono quelli in cui è mancato.

In quest'ordine:

  1. Togliere il gesto, non lo sport. Zero lanci, schiacciate, servizi, trazioni in sospensione; gambe, tronco, corsa e tecnica senza carico del braccio si tengono. Fermare tutto è il modo migliore per far tornare il problema alla ripresa.
  2. Aspettare che il gomito sia libero. Nessun dolore alla pressione sull'epicondilo, movimento completo, forza simmetrica. Non "quasi": libero.
  3. Ricostruire quello che manca sopra e sotto — spalla, scapola, anca, tronco.
  4. Rientrare contando. Volumi bassi, progressione decisa prima, e una regola non negoziabile: se compare dolore o il braccio si affatica, si scende di un gradino.

Prevenire: l'unica cosa dimostrata, ed è un riscaldamento

Qui c'è una buona notizia, e viene da uno studio di livello alto. Un trial randomizzato ha assegnato 16 squadre giovanili di baseball, 237 giocatori fra 9 e 11 anni, a un programma di prevenzione o al riscaldamento abituale, per 12 mesi. Il programma: cinque esercizi di allungamento, due di mobilità dinamica e due di equilibrio. Gli infortuni a spalla e gomito sono passati da 3,1 a 1,7 ogni 1.000 esposizioni (hazard ratio 1,940; IC 95%: 1,175-3,205; P = 0,010): quasi la metà. E la velocità della palla non è peggiorata: nel gruppo con il programma tendeva anzi ad aumentare rispetto ai controlli. Uno studio precedente dello stesso gruppo, non randomizzato, aveva misurato sugli infortuni mediali del gomito 0,8 contro 1,7 ogni 1.000 esposizioni.

Il dettaglio che vale più dei numeri: in entrambi gli studi le cose migliorate erano la mobilità della spalla, la rotazione interna dell'anca non dominante e la cifosi toracica. Non il gomito. Il gomito paga il conto di quello che non fanno spalla, torace e anca — la stessa storia de la spalla del giovane nuotatore.

Un limite: in entrambi gli studi si tratta di bambini giapponesi fra gli 8 e gli 11 anni che giocano a baseball. Trasferire quel riscaldamento a un pallavolista di quindici anni è ragionevole, non dimostrato.

Sullo sfondo c'è la posizione dell'American Academy of Pediatrics, che in due documenti — sul sovraccarico e sulla specializzazione precoce — parte da una frase da rileggere: il sovraccarico è una delle cause più comuni di infortunio nel bambino e nell'adolescente che fa sport. Non il trauma: il troppo.

Cosa può fare un fisioterapista (e cosa no)

Un fisioterapista non ti dice se tuo figlio deve giocare. Può guardare come si muove davvero: quanta rotazione ha la spalla dominante rispetto all'altra, se il tronco partecipa al gesto o se il braccio lavora da solo, quanto carico regge in una settimana tipo — e costruire con te un rientro contato invece che a sensazione. Se non è chiaro se lo sport che fa è dentro le sue possibilità, il quadro è in Quando un bambino è pronto per uno sport.

Funziona bene in videochiamata, perché quasi tutto sta nel vedere il gesto e decidere i numeri della settimana. Con Ri-Hub Junior si parte da una prima visita gratuita di venti minuti con una fisioterapista specializzata in età evolutiva. Fino ai 10 anni le sedute durano 50 minuti e costano 59,90 €; dagli 11 ai 18 vale la standard a 29,90 €.

Due cose che non facciamo. Non trattiamo online le condizioni neurologiche e neuromuscolari complesse, che richiedono valutazioni in presenza e centri dedicati. E non facciamo diagnosi di osteocondrite in videochiamata: se il sospetto c'è — dolore esterno, blocchi, perdita di estensione — il passo successivo sono il medico e un esame per immagini.

In tre righe

Nel ragazzo che cresce il gomito non cede dove cede negli adulti: cede il centro di accrescimento, e per questo il tempo e il conteggio contano più di qualunque terapia. Il segnale da non ignorare non è il dolore forte, è il braccio stanco: l'unico fattore di rischio significativo nella meta-analisi, con un odds ratio sopra 13. E se il dolore è sul lato esterno, o il gomito non si raddrizza più del tutto, si guarda dentro: l'osteocondrite del capitello, in un caso su tre, non fa nemmeno male.

Nel tennis e nel padel il gomito del ragazzo non è quello dell'adulto: Tennis e padel.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

Domande frequenti

Mio figlio ha male al gomito dopo gli allenamenti: che cos'è?

L'apofisite mediale del gomito — in inglese little league elbow — è una delle lesioni da sovraccarico più comuni negli sport in cui il braccio lavora sopra la testa, e il quadro che descrivi le somiglia; a confermarlo, però, dev'essere un medico. Il dolore sta sulla parte interna del gomito, nel bozzo osseo che senti sporgere, compare con il gesto sopra la testa — lanciare, schiacciare, servire — e passa con il riposo. Non è un tendine infiammato: è il nucleo di accrescimento a cui il tendine si attacca, tirato ripetutamente prima che abbia finito di saldarsi all'osso. Quel centro di crescita compare verso i 6-7 anni e si chiude tipicamente entro i 15, e finché è aperto è il punto più debole della catena. Un altro segnale frequente, insieme al dolore, è che il ragazzo lancia più piano o più impreciso.

Perché nel ragazzo che cresce cede la cartilagine e non il tendine?

Perché nel ragazzo che cresce l'anello debole è l'osso in formazione. Sull'epicondilo mediale — la sporgenza interna del gomito — si inseriscono il legamento collaterale ulnare e i muscoli flessori dell'avambraccio, e ogni lancio applica lì una forza che tende ad aprire il gomito verso l'interno. Finché quel centro di crescita non si è saldato, la trazione ripetuta si concentra sulla cartilagine di accrescimento, che si allarga, si infiamma e nei casi estremi si stacca in una frattura da avulsione: la scheda StatPearls descrive esattamente questo meccanismo. È la stessa regola che vale in tutto il corpo che cresce: una revisione su American Family Physician la riassume dicendo che la maggior parte degli infortuni sportivi giovanili avviene nei centri di crescita, epifisi e apofisi, cioè nelle zone relativamente più deboli dell'osso.

Quanti lanci può fare un ragazzo in una partita?

Le raccomandazioni del comitato medico di USA Baseball, riportate in tabella in uno studio pubblicato su Sports Health, indicano un massimo di 50 lanci a partita fra i 9 e i 10 anni, 75 fra gli 11 e i 14; a settimana 75, 100 e 125 rispettivamente per le fasce 9-10, 11-12 e 13-14 anni; 1.000 lanci a stagione per tutti, e non più di 9 mesi di lanci all'anno. Va detto da dove vengono quei numeri: una revisione storica su Clinical Journal of Sport Medicine ricorda che i primi limiti nacquero nel 1996 da un sondaggio fra 28 chirurghi ortopedici e allenatori, poi rivisti nel 2006. Sono un consenso ragionevole, non il risultato di uno studio randomizzato. In pallavolo, tennis, pallamano e arrampicata limiti equivalenti pubblicati non ce ne sono; la stessa revisione ricorda che non esistono nemmeno per il softball.

Deve smettere di fare sport?

Quasi mai del tutto, ma il gesto che fa male va tolto sul serio, non ridotto un po'. Il riposo pesa: nella revisione sistematica su Sports Medicine, che ha raccolto 128 articoli sulle lesioni da stress dei centri di crescita, dei 448 casi descritti nelle serie cliniche il 12,7% ha prodotto un disturbo della crescita e il 6,2% è finito in sala operatoria — e gli autori segnalano che nei casi con danno alla crescita ricorrevano assenza di trattamento, diagnosi tardiva e mancato rispetto del riposo. Nel frattempo si allena tutto il resto: gambe, tronco, la spalla in modo controllato, la parte tecnica che non carica il gomito.

Il braccio stanco quanto conta davvero?

È il singolo fattore con le prove più forti, molto più del tipo di lancio. Una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata su Physical Therapy in Sport, che ha messo insieme cinque studi, ha trovato che giocare con il braccio affaticato è l'unico fattore di rischio risultato significativo, con un odds ratio aggregato di 13,32 (IC 95%: 3,22-55,09); gli altri tre esaminati — stagione lunga, giocare in più squadre e fare anche il ricevitore — non lo erano. L'intervallo di confidenza è enorme e questo va detto: la direzione è chiarissima, la dimensione precisa no. In un'indagine su 754 giovani lanciatori dai 9 ai 18 anni, chi lanciava spesso con il braccio stanco aveva 7,88 volte le probabilità di infortunio (IC 95%: 3,88-15,99) e chi lanciava con dolore 7,50 (3,47-16,21).

Che cos'è l'osteocondrite dissecante del capitello?

È il quadro serio, e sta dall'altra parte del gomito: non sul lato interno ma su quello esterno, dove l'omero si appoggia contro il radio a ogni lancio. Lì si può danneggiare la cartilagine insieme all'osso sotto, e a differenza dell'apofisite non si risolve semplicemente aspettando. Su 2.433 giocatori adolescenti sottoposti a screening ecografico ne è stata trovata nel 3,4%; in 1.040 bambini fra 10 e 12 anni nel 2,1%. Il dettaglio che conta per te è un altro: spesso non fa male. Nello studio sui bambini di 10-12 anni il 31,8% di chi aveva la lesione non aveva mai avuto dolore al gomito, e in uno studio a un anno su 1.275 giocatori fra 6 e 11 anni solo il 34,8% di chi la sviluppava riferiva dolore. Per questo un gomito che si blocca, che scrocchia con uno scatto o che non si estende più del tutto va guardato anche se non fa male.

Quando devo portarlo dal medico subito?

Subito, senza aspettare, se durante un lancio ha sentito uno schiocco secco con dolore immediato e non riesce più a usare il braccio: può essere un distacco del nucleo di accrescimento. Poi se il gomito si blocca, si inceppa o non si raddrizza completamente; se è gonfio in modo evidente; se compaiono formicolio o intorpidimento nel mignolo e nell'anulare o la mano perde forza; se il dolore c'è anche di notte o a riposo; se c'è febbre, rossore o calore. E in modo meno drammatico ma altrettanto importante: se dopo due settimane di stop completo dai gesti sopra la testa il dolore è ancora lì, o se torna appena riprende, serve una valutazione medica con esami per immagini. Non è eccesso di zelo: è il modo di non scambiare un'osteocondrite per una tendinite.

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