Trocanterite, o borsite trocanterica: due nomi per la stessa cosa. Se hai dolore sul lato esterno dell'anca, quello che ti sveglia quando dormi su quel fianco e che fa male anche solo appoggiando un dito sulla sporgenza ossea, quasi certamente ti è stato detto questo nome. È uno dei quadri che vedo più spesso in videochiamata, ed è anche uno di quelli su cui la divulgazione italiana è rimasta indietro di vent'anni.
Vale la pena dirlo subito, perché cambia tutto il resto: nella maggior parte dei casi non è una borsite. La struttura che genera il dolore è quasi sempre il tendine dei glutei, non la borsa. Non è un cavillo da manuale. Se il problema è un tendine che ha perso capacità di carico, il piano di cura è ricostruire quella capacità con l'esercizio — non spegnere un'infiammazione con ghiaccio, riposo e allungamenti.
Prima di tutto: quando il dolore laterale all'anca richiede un medico
Il dolore sul lato dell'anca è nella grande maggioranza dei casi un problema meccanico, fastidiosissimo ma benigno e reversibile. Alcuni quadri però non c'entrano nulla con i tendini, e riconoscerli conta più di qualsiasi esercizio. Una revisione ortopedica dedicata alle borsiti più comuni lo mette come primo passo: la borsite va distinta da artrite, frattura, tendinopatia e patologia nervosa, perché il trattamento è completamente diverso.
Rivolgiti a un medico, non a un articolo, se:
- hai febbre e la zona è calda, arrossata, gonfia e dolente anche a riposo — è il quadro della borsite settica, che si tratta con antibiotici e va riconosciuta in fretta;
- il dolore è comparso dopo una caduta o un trauma e fai fatica a caricare il peso sulla gamba, soprattutto se hai più di 65 anni o osteoporosi nota;
- il dolore osseo è continuo, presente anche a riposo, ti sveglia di notte e si accompagna a perdita di peso inspiegabile, sudorazioni notturne o a una storia di tumore;
- hai aumentato molto il carico di corsa e senti un dolore osseo puntiforme e progressivo che ora compare anche camminando — quadro compatibile con una lesione da stress dell'osso, che peggiora se continui a caricare;
- compaiono formicolio, insensibilità o perdita di forza che scendono lungo la gamba, che spostano il sospetto sulla colonna lombare;
- il dolore è soprattutto inguinale, con rigidità dell'anca e perdita di rotazione, più che sul lato: è più tipico dell'artrosi d'anca e si gestisce diversamente.
Nessuno di questi punti significa automaticamente che hai qualcosa di grave. Significano che serve un occhio clinico prima di iniziare qualsiasi programma. Se niente di tutto questo ti riguarda, si può ragionare sul resto.
Perché il nome "borsite" è sbagliato, e perché conta
La borsa trocanterica è un cuscinetto di scorrimento fra la sporgenza ossea sul lato dell'anca — il grande trocantere — e i tessuti che ci passano sopra. L'idea classica era che si infiammasse, da cui il nome.
Il quadro è cambiato quando si è andati a guardare. Una revisione clinica pubblicata sul Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy riassume così lo stato dell'arte: la tendinopatia glutea è oggi considerata la principale sorgente locale di dolore laterale all'anca, quello che prima veniva chiamato borsite trocanterica. Il protocollo dello studio randomizzato più importante sull'argomento lo dice in modo ancora più diretto: la condizione viene spesso diagnosticata come borsite trocanterica, ma gli studi radiologici e chirurgici hanno rivelato che la patologia più comune è una tendinopatia del medio e del piccolo gluteo.
C'è di più, ed è la parte che dovrebbe rendere prudenti con le diagnosi da referto. In uno studio su 40 persone con dolore laterale a un'anca sottoposte a risonanza magnetica, sono state trovate alterazioni del tendine del medio gluteo, borsiti, artrosi e atrofia muscolare; ma le stesse alterazioni comparivano anche nelle anche senza sintomi, in particolare proprio quelle etichettate come borsite. Gli autori segnalano inoltre che l'accordo fra la diagnosi fisioterapica e quella radiologica era scarso, e concludono che usare la risonanza come standard di riferimento è problematico.
Tradotto: se sul tuo referto c'è scritto "borsite trocanterica", quella parola descrive un'immagine, non necessariamente la fonte del tuo dolore. Per questo la letteratura ha adottato un'etichetta più onesta, sindrome dolorosa del grande trocantere, che dice dove fa male senza pretendere di sapere quale tessuto sta soffrendo.
Questo non significa che il tuo dolore sia immaginario o che non ci sia niente da fare. Significa che il bersaglio del trattamento è un tendine che ha bisogno di carico graduale, non una fiammata da spegnere.

Chi ne soffre e qual è il meccanismo
Quella che chiamiamo borsite trocanterica è una condizione tutt'altro che rara: la meta-analisi del 2024 sulle onde d'urto, quella di cui parlo più avanti, riporta in premessa che la sindrome dolorosa del grande trocantere interessa il 17,6 per cento degli adulti fra i 50 e i 79 anni, con una netta prevalenza femminile. Nello studio randomizzato principale su questo tema, dei 204 partecipanti 167 erano donne, con un'età media di 54,8 anni (deviazione standard 8,8). La letteratura la descrive come particolarmente frequente nelle donne in postmenopausa.
Sul meccanismo, la ricostruzione più accreditata è che a danneggiare questi tendini sia la combinazione di compressione eccessiva e carichi in trazione elevati. La compressione dipende soprattutto dalla posizione dell'anca: quando la coscia si avvicina alla linea mediana del corpo — cioè in adduzione — i tendini glutei vengono schiacciati contro il grande trocantere. Insieme agli elementi muscolari e ossei, la posizione articolare è indicata come fattore chiave.
Da qui discende tutta la parte pratica di questo articolo, e conviene tenerla a mente perché è il filo che collega consigli apparentemente scollegati: quasi tutto quello che aiuta serve a ridurre l'adduzione dell'anca, e quasi tutto quello che peggiora la mette.
Va detto con onestà che questo è un modello, coerente con l'anatomia e con la clinica, non una legge dimostrata. Gli stessi autori che lo propongono segnalano che mancano ancora studi di alta qualità su questa condizione e che non c'è consenso su quali test clinici siano i più affidabili per diagnosticarla.
La cura della borsite trocanterica: cosa dicono gli studi
Qui la notizia è buona, ed è la parte con le prove migliori di tutto l'articolo.
Lo studio di riferimento è un trial randomizzato pubblicato sul BMJ nel 2018. Ha arruolato 204 persone fra 35 e 70 anni, con dolore laterale all'anca da più di tre mesi, intensità almeno 4 su 10, e tendinopatia glutea confermata sia clinicamente sia con risonanza. Sono state divise in tre gruppi: un programma di educazione alla gestione del carico più esercizio, condotto da fisioterapisti in 14 sedute nell'arco di otto settimane (69 persone); una singola infiltrazione di cortisone ecoguidata (66 persone); un approccio di attesa con sole rassicurazioni (69 persone). A 52 settimane ha completato il follow-up il 92,6 per cento dei partecipanti.
A otto settimane, il numero di persone che riportava un miglioramento globale significativo era 51 su 66 nel gruppo educazione ed esercizio, 38 su 65 con l'infiltrazione, 20 su 68 in chi non faceva nulla. Il dolore medio nell'ultima settimana era 1,5 (deviazione standard 1,5) con l'esercizio, 2,7 (2,4) con l'infiltrazione, 3,8 (2,0) senza trattamento. Il vantaggio dell'esercizio sull'infiltrazione era di 19,9 punti percentuali sul miglioramento globale (intervallo di confidenza al 95 per cento da 4,7 a 35,0) e di poco più di un punto sulla scala del dolore.
A 52 settimane il successo era riportato da 51 su 65 nel gruppo esercizio, 36 su 63 con l'infiltrazione, 31 su 60 in attesa. L'esercizio restava superiore all'infiltrazione sul miglioramento globale (20,4 punti percentuali, da 4,9 a 35,9), ma sull'intensità del dolore la differenza fra i due era sparita. Questo pezzo va detto per intero: a un anno, chi aveva fatto l'infiltrazione aveva mediamente lo stesso dolore di chi aveva fatto fisioterapia, pur essendo meno soddisfatto del risultato complessivo.
Una meta-analisi del 2024 ha poi raccolto sei studi randomizzati per 733 pazienti e ha concluso che l'evidenza attuale supporta una raccomandazione forte per l'esercizio come trattamento di prima linea, e che rispetto all'infiltrazione l'esercizio aumenta la probabilità di un miglioramento globale percepito come rilevante. Anche qui la sfumatura conta: gli autori usano la parola "leggermente" per descrivere l'effetto dell'esercizio sul dolore e sulla funzione rispetto a un gruppo di controllo, e ricordano che il risultato poggia su pochi studi e su un numero moderato di pazienti. Non sono stati riportati eventi avversi seri.
Due avvertenze prima di tradurre tutto questo in pratica. La prima: la popolazione studiata è cronica, con dolore da oltre tre mesi. Non sappiamo se un dolore comparso la settimana scorsa si comporti allo stesso modo. La seconda: nel trial il programma era guidato da un fisioterapista in quattordici sedute in otto settimane. Gli esercizi si facevano anche a casa — il protocollo dello studio lo dice esplicitamente — ma la progressione veniva decisa e corretta di seduta in seduta, non consegnata su un foglio. Non è un dettaglio, come si vede fra poco.
Un consiglio importante: prima di provare questi esercizi, assicurati di aver ricevuto una diagnosi corretta. Spesso si pensa di avere un problema, ma la causa reale del dolore e un'altra. Eseguire esercizi sbagliati può peggiorare la situazione invece di migliorarla.
"È il medio gluteo debole": un'ipotesi, non una causa dimostrata
L'idea che il medio gluteo debole causi la trocanterite è raccontata ovunque come un fatto. Quello che abbiamo è più modesto.
Uno studio ha confrontato 40 donne sopra i 45 anni, sedentarie, metà con il disturbo e metà senza. Le immagini di risonanza non distinguevano i due gruppi per frequenza di tendinopatia, peritendinite, borsite o entesite (l'unica differenza, al limite della significatività, riguardava le lesioni del tendine del medio gluteo), e nemmeno i parametri di allineamento sagittale del bacino differivano. A distinguere i due gruppi era la forza: chi aveva il disturbo era più debole in tutti i gruppi muscolari dell'anca, abduttori ma anche adduttori, flessori, estensori e rotatori, e reggeva meno nei test di resistenza del ponte supino e prono.
Due conseguenze pratiche. La prima: essendo un confronto scattato in un singolo momento, non può dire se la debolezza venga prima del dolore o sia il risultato di mesi in cui hai evitato di caricare quella gamba. La seconda: se la debolezza è diffusa a tutta l'anca, ostinarsi solo sull'abduzione ha poco senso.
Il punto scomodo: non sappiamo quale programma sia il migliore
Questa è la parte che di solito non trovi negli articoli sulla trocanterite, e invece cambia il modo di lavorare.
Uno studio randomizzato ha confrontato, in 94 donne in postmenopausa con sindrome dolorosa del grande trocantere, un programma mirato di carico dei glutei della durata di 12 settimane contro un programma di esercizi finti. Attenzione a cosa significa: il gruppo di controllo non stava fermo, faceva anch'esso esercizi, semplicemente non pensati per caricare i glutei. E tutte le partecipanti, in entrambi i gruppi, ricevevano la stessa educazione: come evitare la compressione del tendine e come modificare le attività quotidiane. Nell'analisi per intenzione di trattare, tra i due programmi non è emersa alcuna differenza. Entrambi i gruppi però miglioravano in modo significativo a 12 e a 52 settimane. Solo guardando i soli soggetti che avevano risposto al trattamento il programma mirato risultava superiore, il che suggerisce l'esistenza di un sottogruppo che ne beneficia, non che l'esercizio specifico funzioni per tutti.
La lettura più onesta è questa: quale esercizio scegli conta meno di quanto si racconti. Da qui nasce l'ipotesi che a pesare sia soprattutto l'elemento comune ai due gruppi, cioè l'educazione alla gestione del carico — ma resta un'ipotesi, perché in nessuno degli studi citati qui l'educazione da sola è stata messa alla prova contro il pacchetto completo, e il pacchetto che nel LEAP ha battuto l'attesa comprendeva anche l'esercizio. Quello che se ne ricava in pratica è che la gestione del carico non va trattata come un contorno: è anche la parte che puoi correggere da subito, tutti i giorni, senza attrezzi.
Il primo intervento: togliere la compressione
Prima ancora di rinforzare, si smette di comprimere. Questa parte non ha uno studio dedicato che la validi da sola, ma discende direttamente dal modello meccanico ed è quella che nella mia esperienza dà il sollievo più rapido sul sonno.
Di notte. Dormire sul fianco dolente schiaccia il tendine contro il pavimento del letto. Se riesci, dormi sull'altro fianco o sulla schiena; in entrambi i casi metti un cuscino fra le ginocchia e le caviglie, altrimenti la gamba di sopra cade in adduzione e ricrei esattamente la compressione che volevi evitare. Se il dolore notturno è il tuo sintomo dominante, ho approfondito la questione nell'articolo sul dolore all'anca di notte.
In piedi. Stare fermi appoggiando tutto il peso su un fianco, con il bacino che scivola di lato, è una posizione di adduzione mantenuta. Vale anche per chi lavora in piedi: alterna, tieni i piedi alla larghezza delle anche.
Da seduto. Non accavallare le gambe e non tenerle strette una sull'altra. Sedie troppo basse e divani morbidi che fanno affondare le anche sotto il livello delle ginocchia peggiorano il quadro.
Nel movimento. Riduci temporaneamente ciò che riproduce il dolore: corsa, scale ripetute, cammini lunghi in discesa, affondi profondi. Riposo relativo, non assoluto: si mantiene il movimento con quello che non fa male.
Gli esercizi
Il nucleo del programma è il rinforzo progressivo degli abduttori dell'anca, medio e piccolo gluteo. È l'ingrediente che ricorre negli studi. I singoli esercizi con cui lo si allena sono invece pratica clinica corrente, non una lista copiata da una ricerca, e vanno adattati a quanto il tendine è irritabile.
Fase iniziale: isometria. Contrazioni tenute senza movimento, in posizioni neutre dell'anca, sono il modo abituale di iniziare quando il tendine è sensibile: permettono di caricare senza attraversare le escursioni compressive. Un esempio semplice è spingere il lato della gamba contro un muro stando in piedi, o contro un cuscino da sdraiati sulla schiena.
Ponte gluteo. Sdraiato sulla schiena, ginocchia piegate e piedi alla larghezza delle anche, solleva il bacino contraendo i glutei senza inarcare la schiena. È ben tollerato perché l'anca non va mai in adduzione.
Abduzione da sdraiato sul fianco. Sul fianco sano, solleva la gamba di sopra restando allineato. La regola pratica: non far scendere la gamba sotto la linea del corpo alla fine del movimento, perché quello è il punto in cui si comprime. Il clamshell, con le anche impilate e i piedi uniti che aprono il ginocchio superiore, è la variante più usata come primo passo.
Camminate laterali con elastico. Elastico sopra le ginocchia o alle caviglie, passi laterali mantenendo il bacino stabile e senza far collassare il ginocchio verso l'interno. Aggiungono una componente in carico.
Lavoro su una gamba. Squat parziali, salite su un gradino basso, step down controllati: qui non conta il numero di ripetizioni ma la qualità, cioè che il bacino non si sbilanci di lato e il ginocchio non cada verso l'interno. È il gesto che si ripete migliaia di volte camminando, quindi è quello che vale la pena allenare bene.
Il criterio di progressione, quando si lavora su un tendine, è il comportamento del dolore: un fastidio contenuto durante l'esercizio che si spegne entro le ore successive è accettabile; un dolore che aumenta il giorno dopo dice che il carico era troppo. Se vuoi il ragionamento generale su come si caricano i tendini, l'ho spiegato nell'articolo sulla tendinopatia e il trattamento basato sulle evidenze; se invece cerchi il quadro specifico del tendine più coinvolto, c'è l'articolo sulla tendinite del gluteo medio.
Stretching: qui la guida classica sbaglia
Praticamente ogni scheda che troverai online sulla borsite trocanterica mette lo stretching della bandelletta ileotibiale e del piriforme. Ed è, con ogni probabilità, il consiglio meno difendibile di tutti.
Il motivo è coerenza interna. Il classico allungamento della bandelletta si esegue incrociando la gamba dolente dietro l'altra e spingendo il bacino di lato; il classico allungamento del piriforme si esegue portando il ginocchio verso la spalla opposta. Sono entrambe posizioni di adduzione dell'anca, esattamente quello che il modello meccanico indica come la posizione che comprime i tendini glutei contro il trocantere. Lo stesso articolo che ti dice di non accavallare le gambe ti chiede poi di tenere l'anca accavallata per trenta secondi in nome dell'allungamento.
Sono onesto sul livello di prova: non esiste uno studio che dimostri che questi allungamenti peggiorino la sindrome dolorosa del grande trocantere. Ma non ne esiste nemmeno uno che dimostri che la migliorino, e nelle revisioni sui trattamenti conservativi lo stretching non compare fra gli interventi che sono stati testati. Abbiamo quindi un intervento senza prove a favore e con un motivo teorico per sospettarne il contrario.
Come usare questa informazione: non mettere lo stretching al centro del programma, e soprattutto non insistere se ti provoca dolore nel punto esatto in cui fa male. Se l'anca ti sembra rigida, si lavora su mobilità attiva in escursioni non compressive e sui muscoli, non tirando la coscia attraverso la linea mediana. Il lavoro che conta, qui, è il carico progressivo.
Ghiaccio e antinfiammatori
Il ghiaccio compare in tutte le schede sulla borsite trocanterica, coerentemente con l'idea che ci sia un'infiammazione della borsa da spegnere. Nelle revisioni sui trattamenti conservativi di questa condizione, però, gli interventi che sono stati effettivamente studiati sono infiltrazioni, onde d'urto, esercizio a domicilio e plantari: ghiaccio e antinfiammatori orali non hanno prove specifiche.
Il rovescio della medaglia, che è giusto riportare: la revisione ortopedica sulle borsiti più comuni afferma che la maggior parte dei pazienti risponde a un trattamento non chirurgico fatto proprio di ghiaccio, modifica delle attività e antinfiammatori. È una raccomandazione di pratica clinica in un articolo di sintesi, non il risultato di uno studio controllato sulla borsite trocanterica, e va pesata per quello che è: dice che questi rimedi sono d'uso comune e ragionevoli, non che siano stati misurati e trovati efficaci in questa condizione.
Il modo sensato di leggerlo non è buttare via la borsa del ghiaccio. È capire cosa ti aspetti: se dopo venti minuti di ghiaccio senti meno male e dormi meglio, è un analgesico, e va benissimo così. Non è la cura, e soprattutto non è quello che sta cambiando lo stato del tendine. Lo stesso vale per un antinfiammatorio assunto per qualche giorno nella fase più acuta, che è comunque una decisione da prendere con il medico e non un'automedicazione a tempo indeterminato.
L'infiltrazione di cortisone
Funziona, nel breve periodo, e sarebbe disonesto negarlo. Una revisione sistematica sui trattamenti conservativi della sindrome dolorosa del grande trocantere, che ha incluso otto studi per 696 pazienti, ha rilevato che l'infiltrazione di cortisone mostrava risultati superiori sul dolore fino a tre mesi rispetto all'esercizio a domicilio, alle onde d'urto radiali e alle cure abituali. Nella stessa revisione, l'unico studio a basso rischio di bias è quello che ha mostrato che guidare l'iniezione con la fluoroscopia non aggiunge alcun beneficio.
Attenzione però a come si incastrano le due evidenze, perché è il punto più interessante di tutta la questione. Nella revisione il confronto perdente era l'esercizio a domicilio — un solo studio, di cui gli stessi autori dicono che le prove sono limitate. Nel trial del BMJ, dove l'esercizio era guidato da un fisioterapista per quattordici sedute, il risultato si ribalta e l'esercizio batte l'infiltrazione già a otto settimane. Va detto che questo non è un confronto diretto: sono studi diversi, con pazienti diversi, e nessuno ha messo faccia a faccia esercizio supervisionato ed esercizio a domicilio nella stessa popolazione. L'ipotesi più ragionevole per spiegare il ribaltamento è che a fare la differenza non sia l'esercizio in sé ma la supervisione e la progressione del carico; resta un'ipotesi, non un risultato misurato.
L'infiltrazione ha quindi un ruolo, ma è quello di aprire una finestra di minor dolore in cui diventa possibile lavorare. Non è un trattamento causale: agisce sul sintomo, non sulla capacità di carico del tendine. Va ricordato anche che fra i limiti riconosciuti alle infiltrazioni c'è il possibile indebolimento del tendine: è uno dei motivi per cui la meta-analisi sulle onde d'urto va a cercare alternative. Qui però bisogna essere precisi su cosa è documentato e cosa no: l'osservazione citata dalla revisione ortopedica sulle borsiti riguarda un altro distretto, cioè l'iniezione di steroide nella borsa retrocalcaneare, che può alterare le proprietà biomeccaniche del tendine d'Achille. Non è una prova raccolta sui tendini glutei, e non va spacciata per tale — ma è un motivo sufficiente per non prendere alla leggera le iniezioni ripetute.
Onde d'urto
Una meta-analisi del 2024 ha raccolto otto studi randomizzati per 754 pazienti sulle onde d'urto extracorporee in questa condizione. Il risultato: un vantaggio significativo sul dolore rispetto agli altri trattamenti fra i due e i quattro mesi (differenza media standardizzata −0,431, intervallo di confidenza al 95 per cento da −0,82 a −0,039), con eterogeneità molto alta fra gli studi. Sulla funzione, il miglioramento a sei mesi era statisticamente significativo ma non superava la soglia di rilevanza clinica minima. Le onde d'urto focali sono risultate più efficaci di quelle radiali.
Va letto con la cautela che gli autori stessi raccomandano: sette degli otto studi inclusi sono stati giudicati ad alto rischio di bias. La conclusione ragionevole è che un ciclo di tre sedute, una a settimana, può dare un sollievo di breve periodo e affiancare il percorso, non sostituirlo.
Quanto ci vuole
Non ho un numero affidabile da darti, e diffiderei di chi te lo dà con precisione decimale. Quello che si può dire è cosa hanno misurato gli studi: il programma del trial principale durava otto settimane, con misurazioni a otto e a cinquantadue settimane, e già a otto settimane la maggior parte delle persone del gruppo esercizio riportava un miglioramento rilevante.
Due dati vanno però tenuti insieme, perché ridimensionano sia il pessimismo sia le promesse. Il primo: a un anno, nel gruppo esercizio riportava un successo il 78 per cento di chi era arrivato a fine studio (51 su 65) — il che significa che circa una persona su cinque non era migliorata in modo soddisfacente nemmeno con il trattamento migliore disponibile. Il secondo: nel gruppo che non aveva fatto nulla, a 52 settimane riportava un miglioramento poco più della metà di chi era arrivato in fondo (31 su 60). Il tempo, da solo, fa una parte del lavoro; ma la fa più lentamente e meno bene.
Il criterio pratico resta il comportamento del dolore nelle settimane, non il calendario.
E la chirurgia
Nella borsite trocanterica la chirurgia resta riservata ai casi che non rispondono al trattamento conservativo, ed è un'eventualità rara. Non troverai qui una soglia in mesi oltre la quale operare, perché quella soglia non è stabilita da studi: le revisioni descrivono la chirurgia come opzione per i casi refrattari, senza indicare un tempo preciso. È una decisione che si prende con lo specialista dopo un percorso conservativo condotto sul serio, cioè supervisionato e progressivo, non dopo qualche settimana di esercizi fatti a caso.
Fisioterapia online
Questa condizione si presta bene alla gestione a distanza, e non è una frase di circostanza: quello che ha funzionato nel trial del BMJ era educazione alla gestione del carico più esercizio supervisionato, e sono entrambe cose che si fanno benissimo in videochiamata. La parte educativa — capire quali posizioni comprimono, come dormire, come sistemare la postazione, cosa aspettarsi dal dolore durante gli esercizi — è per metà del lavoro. L'altra metà è vederti mentre esegui, correggere l'appoggio su una gamba, e alzare il carico quando è il momento invece che quando ti ricordi.
Quello che serve davvero è la continuità: essere seguito nelle settimane in cui la progressione va aggiustata, che è esattamente la variabile che separa i risultati dell'esercizio supervisionato da quelli del foglio di esercizi consegnato e dimenticato. Le sedute di fisioterapia online su Ri-Hub costano 29,90 euro.
In sintesi
La cosiddetta borsite trocanterica quasi mai è una borsite: è una tendinopatia dei glutei, e il nome corretto è sindrome dolorosa del grande trocantere. Da questo cambio di prospettiva discende tutto.
Quello che ha le prove migliori è meno spettacolare della lista di rimedi che si trova in giro: ridurre le posizioni che comprimono il tendine — dormire sul fianco dolente, accavallare le gambe, appoggiare il peso su un fianco — e rinforzare progressivamente gli abduttori dell'anca con una supervisione vera. L'infiltrazione aiuta per qualche mese ma non cambia la capacità di carico. Le onde d'urto danno un sollievo di breve periodo su prove fragili. Ghiaccio e antinfiammatori sono analgesici. Gli allungamenti della bandelletta e del piriforme, che quasi tutti consigliano, non hanno prove a favore e mettono l'anca proprio nella posizione che si cerca di evitare.
Se stai facendo da mesi la cosa sbagliata con grande costanza, non ti manca la disciplina: ti manca la leva giusta.




