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Che Scarpe da Ginnastica Comprare a un Bambino: Cosa Conta Davvero

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Pubblicato il 29 giugno 2026

Silhouette di un padre e di un bambino sulla riva, circondati da uccelli.
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Succede in negozio o davanti a un sito, e finisce sempre allo stesso modo. Il piede di tuo figlio va su una pedana che lo fotografa, appare uno schema colorato con le pressioni, e qualcuno ti spiega che lui appoggia un po' dentro: gli serve una scarpa con il supporto dell'arco e una buona ammortizzazione. Costa novanta euro, e la comprerai due o tre volte l'anno perché il piede cresce.

Ti do subito la versione onesta. Le tre cose che ti vengono vendute — supporto dell'arco, ammortizzazione, scarpa scelta sull'impronta — sono le tre su cui le prove sono più deboli. Le tre che decidono davvero — lunghezza, larghezza e punto in cui si piega — non costano niente e nessuno te le controlla. Per un bambino che cammina bene e va a scuola la scarpa non cura niente: protegge e contiene, e si sceglie come un vestito, cioè sulla misura.

Qui parliamo di bambini che camminano già e vanno a scuola: per i primi passi il discorso è diverso, ed è in scarpe per i primi passi: quando servono davvero; la strada opposta, quella delle suole sottili, è in scarpe barefoot per bambini: cosa dicono davvero gli studi.

Le promesse del negozio, e quanto reggono

Il supporto dell'arco e le scarpe correttive

È la promessa più antica e la più smentita. Lo studio che conta è del 1989 e nessuno l'ha ancora ribaltato: 129 bambini con piede piatto documentato radiograficamente, sorteggiati in quattro gruppi — nessun trattamento, scarpe ortopediche correttive, coppetta per il tallone, plantare su misura — e chi era assegnato a un trattamento l'ha portato per almeno tre anni. Alla fine tutti i gruppi erano migliorati in modo statisticamente significativo, compresi i bambini che non avevano fatto niente, e fra trattati e non trattati non c'era nessuna differenza.

La revisione Cochrane del 2022 — 16 studi randomizzati, 1.058 bambini dagli 11 mesi ai 19 anni — arriva allo stesso punto con parole insolitamente dure: in assenza di dolore, l'uso di plantari costosi su misura in bambini sani con piede piatto flessibile non ha prove a sostegno, e la ricerca sul piede piatto asintomatico andrebbe archiviata.

Questa promessa funziona perché il piede piatto nel bambino è comunissimo e fa paura. La linea guida tedesca lo mette in fila così: sotto i sei anni il piede piatto flessibile è quasi sempre fisiologico — presente nel 97% dei bambini di 19 mesi — a dieci anni la forma persistente o progressiva riguarda circa il 4%, e a sviluppare dolore è meno del 2%. E alla voce prevenzione non raccomanda una scarpa tecnica: raccomanda informare i genitori, il movimento quotidiano, un peso nella norma, scarpe morbide e abbastanza lunghe e larghe come protezione, e camminare scalzi su terreni irregolari. Il tema è per esteso in piede piatto nel bambino: quando serve davvero preoccuparsi.

Cautela anche sull'argomento opposto: la meta-analisi del 2022 sui fattori di rischio, che ha raccolto 3.602 bambini con piede piatto da 15 studi, associa al piede piatto l'uso di scarpe sportive (odds ratio 2,97) — ma sono studi trasversali, che non dimostrano nessun rapporto di causa.

L'ammortizzazione e la scarpa scelta sull'impronta

Va detta subito una cosa scomoda: negli studi sull'ammortizzazione i bambini non ci sono. Le prove sono su adulti che corrono, e già lì non reggono le promesse.

La revisione Cochrane del 2022 sulle scarpe da corsa ha messo insieme 12 studi controllati e 11.240 adulti. Le scarpe neutre e ammortizzate fanno poca o nessuna differenza sugli infortuni rispetto alle minimaliste (5 studi, 766 partecipanti; rischio relativo 0,77, intervallo 0,59-1,01), e la suola morbida rispetto alla suola dura (2 studi, 1.095 partecipanti; 0,82, intervallo 0,61-1,10): in entrambi i casi prove di bassa certezza.

Il pezzo che riguarda la pedana del negozio è però l'altro. Nei 3 studi su 7.203 partecipanti in cui la scarpa era prescritta in base alla postura statica del piede, il tasso di infortuni era sovrapponibile a quello di chi riceveva una scarpa scelta senza guardare l'impronta (rapporto fra i tassi 1,03, intervallo 0,94-1,13). È l'unico confronto della revisione con certezza moderata, cioè il più affidabile — anche se fatto su reclute militari, quindi non trasferibile in automatico a un bambino di otto anni.

C'è infine un trial che un effetto lo trova, e ribalta lo slogan del negozio. 848 corridori amatoriali hanno ricevuto a sorte uno di due prototipi identici tranne che per l'ammortizzazione, seguiti per sei mesi: chi aveva la scarpa dura si è infortunato di più (rapporto di rischio 1,52, intervallo 1,07-2,16). Ma stratificando per peso corporeo, l'effetto protettivo si vedeva nei corridori più leggeri (1,80) e non nei più pesanti (1,23, non significativo). Esattamente il contrario di "è robusto, gli serve più ammortizzazione".

Quello che conta davvero: la misura

Qui i dati sono abbondanti, coerenti e imbarazzanti.

Studio Chi Cosa è emerso
Austria, 2009 858 bambini in età prescolare, 1.579 piedi Scarpe da interno troppo corte nell'88,8% (su 808 valutati) e da esterno nel 69,4% (su 812); solo il 23,9% dei piedi aveva l'alluce dritto
Spagna, 2019 505 bambini di 3-12 anni Scarpa più corta del piede nel 33,3%; con lo spazio di riferimento, troppo corta nel 72,5% e troppo stretta nel 66,7%
Revisione, 2018 18 studi su bambini, adulti e anziani Fra il 63% e il 72% portava scarpe che non accoglievano lunghezza o larghezza del piede

Nello studio austriaco il legame va in una direzione sola: più la scarpa era corta, più l'alluce era deviato di lato, con un rischio significativamente aumentato di una deviazione di almeno 4 gradi — e nel 14,2% dei piedi la deviazione era già di 10 gradi o più, in bambini non ancora andati a scuola.

Attenzione però al rimedio sbagliato. In uno studio su 100 bambini di sei anni le scarpe troppo lunghe e troppo larghe erano più frequenti di quelle troppo corte, e più erano lunghe e larghe più l'arco risultava basso. È un'associazione trasversale su un campione piccolo, ma toglie forza all'idea di prendere due numeri in più "così durano".

Misurare il piede a casa, in tre minuti

Serve un foglio A4, una matita e un righello.

  1. Fallo di sera, dopo che ha giocato: a fine giornata il piede è più grande.
  2. Appoggia il foglio contro il muro. Tuo figlio ci sale in piedi, peso su entrambi i piedi, tallone contro il muro.
  3. Con la matita perpendicolare al foglio, segna davanti al dito più lungo — che non è sempre l'alluce.
  4. Ripeti con l'altro piede: non sono quasi mai uguali, e da qui conta solo il più lungo.
  5. Misura dal bordo del foglio al segno e aggiungi 10 mm (l'intervallo di riferimento è 5-15).

Quel numero è la lunghezza interna che deve avere la scarpa, non il numero sulla scatola: fra marche diverse lo stesso numero cambia parecchio. Per verificarla, se la soletta è estraibile tirala fuori e appoggiaci sopra il piede; se non lo è, infila fino in fondo un cartoncino della lunghezza calcolata, che deve stare piatto senza piegarsi. Il metodo peggiore è quello che usano tutti, premere il pollice sulla punta a scarpa calzata: un bambino ritrae le dita appena gli tocchi la scarpa, e non ti dirà mai che gli sta stretta.

La larghezza, che nessuno controlla

È il parametro dimenticato: la revisione del 2018 chiede più attenzione proprio alla larghezza, e nello studio spagnolo il 66,7% delle scarpe era troppo stretto. Il riferimento è circa 10 mm in più della larghezza dell'avampiede e il controllo è visivo: la tomaia non deve debordare oltre la suola sui lati, e l'alluce non deve essere spinto verso le altre dita. Le sneaker affusolate in punta sono un problema di forma, non di taglia: puoi salire di numero quanto vuoi, la punta resta a triangolo.

Bambina che pratica yoga in un ambiente interno sereno, focalizzandosi sul benessere e sulla consapevolezza.

Dove si piega, e quanto pesa

La flessione. Prendi la scarpa per la punta e per il tallone e piegala: deve piegarsi sotto le dita, dove si piega il piede quando spinge, non a metà suola. Onestà sulle prove: la revisione sistematica del 2019 sulla flessibilità della suola — 4 studi, 262 partecipanti fra i 15 e i 79 mesi — classifica come limitate le prove sulle singole caratteristiche, e ha trovato il picco di pressione plantare generalmente più basso con la suola rigida e più alto con la scarpa ultraflessibile. Più flessibile non vuol dire meglio su tutto: la regola della piega sotto le dita è un punto di partenza sensato, non un dogma.

Il peso. Nessuno ha confrontato bambini con scarpe leggere e bambini con scarpe pesanti. Esiste però una misura interessante: 25 bambini di circa 9,7 anni hanno camminato a passo libero su un tapis roulant, scalzi e con una scarpa da corsa, e con la scarpa il consumo di ossigeno era più alto — 17,6 contro 16,3 ml/kg/min, circa l'8% in più. Non isola il peso dagli altri effetti della calzatura, ma dice che calzare costa: fra due scarpe che vanno bene uguale, preferisci la più leggera.

Guarda infine il contrafforte del tallone: schiacciato fra due dita deve opporre resistenza. Non serve invece che sia alto sopra la caviglia — non ci sono prove che la caviglia di un bambino sano vada sostenuta.

Palestra e tutti i giorni: due scarpe, non cinque

Il consenso internazionale costruito con 121 partecipanti fra genitori, professionisti sanitari, ricercatori e operatori del settore, che ha prodotto una classificazione condivisa di 14 tipi di calzatura per bambini sotto i sei anni, arriva a una frase che vale anche dopo: una scarpa non va bene per tutti gli usi. E la differenza è pratica più che biomeccanica. La scarpa di tutti i giorni sta addosso sei-otto ore, prende pioggia e fango, deve infilarsi da sola (strappo o elastico, finché non sa allacciarsi) e va presa larga perché a fine giornata il piede si gonfia. Quella da palestra resta in una sacca, asciutta, e serve per un'ora di salti e cambi di direzione su un pavimento liscio: lì la suola non deve lasciare segni e la calzata dev'essere più precisa, perché in una scarpa che balla il piede scivola. Effetto utile: usata un'ora a settimana dura molto di più.

Ogni quanto cambiarle, e il mito del "sono ancora buone"

Il criterio non è l'usura. Le scarpe dei bambini finiscono la loro vita perché diventano corte, non perché si rompono: in nessuno degli studi visti il problema erano le suole consumate — era, ovunque, la lunghezza. Quando una scarpa sembra ancora nuova, di solito è perché lo è, e sta diventando piccola.

Un intervallo di controllo dimostrato da uno studio non esiste, e chi ti dà una cifra al mese te la sta dando senza prove. Quello che è misurato è che nella grande maggioranza dei bambini la scarpa è troppo corta, e non per distrazione dei genitori: il piede cresce in silenzio e un bambino non protesta finché non gli fa male davvero. Gli autori dello studio spagnolo chiedono infatti di sensibilizzare genitori e insegnanti sulla sostituzione periodica delle calzature. Il rimedio è mettere il metro in calendario: ogni due o tre mesi nei più piccoli, ogni tre o quattro in età scolare — prudenza, non un dato.

Sull'usura vera, la suola che si consuma sempre dallo stesso lato, c'è una pagina apposta: scarpe consumate da un lato: cosa dice davvero l'usura della suola.

Le scarpe di seconda mano

La risposta onesta è meno drastica di quella che si sente in giro. Partiamo da quello che non sappiamo: nessuno ha mai confrontato bambini in scarpe nuove e bambini in scarpe usate. Non esiste uno studio, quindi chi risponde con sicurezza — in un senso o nell'altro — va oltre le prove.

Possiamo però ragionare con coerenza. L'argomento classico contro è che la scarpa prenda la forma del piede di chi l'ha portata prima e poi la imponga al tuo. Ma se tre anni di scarpe ortopediche costruite apposta per correggere un piede non l'hanno modificato più di quanto sia cambiato da solo, è poco credibile che qualche mese di un altro bambino deformi la scarpa abbastanza da danneggiare il piede di tuo figlio. La calzatura ha meno potere di quanto le si attribuisca, e vale in entrambe le direzioni: non corregge, e quindi non guasta.

Il rischio vero è banale: si eredita la misura che c'è, non quella che serve. Una scarpa arriva, va "più o meno", e resta ai piedi tre mesi — lo stesso motivo per cui è rischiosa una scarpa nuova comprata di fretta. In concreto, una usata va bene se supera quattro controlli:

  • La misura, con il cartoncino o la soletta. Se non passa questo, ci si ferma qui.
  • Il contrafforte del tallone: se è collassato, il piede scivola indietro.
  • La tomaia: non deve uscire oltre il bordo della suola, segno che il piede precedente la spingeva già fuori.
  • La suola: consumo simmetrico fra destra e sinistra, nessun tacco mangiato da una parte sola.

Sull'igiene nessuno degli studi qui citati dice niente: per prudenza, meglio una scarpa lavabile, e i calzini non si condividono. Non è una ragione per rinunciare alla seconda mano: è una ragione per lavarle prima.

Bandiere rosse: quando la scarpa non c'entra

Qui non si risolve cambiando calzatura: serve il pediatra. Le soglie sono esplicite apposta.

  • Dolore al piede o alla gamba che dura più di due settimane, lo sveglia di notte o c'è a riposo.
  • Zoppia che dura più di tre o quattro giorni.
  • Piede piatto rigido: l'arco non compare quando si alza sulle punte o da seduto.
  • Asimmetria netta fra i due piedi: uno piatto e uno no.
  • Cammina stabilmente sulle punte oltre i tre anni.
  • Gonfiore, rossore o calore in un punto del piede, con o senza febbre.
  • Ha perso qualcosa che prima faceva: non corre più, si fa portare in braccio.
  • Vesciche o calli sempre nello stesso punto nonostante scarpe della misura verificata.

Un piede piatto flessibile, simmetrico e indolore a sei anni non è in questo elenco: è la normalità statistica.

Farsi seguire, se serve

Se tuo figlio ha male ai piedi o ai polpacci dopo la scuola, se si stanca prima degli altri, se hai comprato tre paia diverse e il problema è rimasto, la domanda non è quale scarpa comprare: è da dove venga.

Con Ri-Hub Junior si parte da una prima visita gratuita di venti minuti in videochiamata con una fisioterapista specializzata in età evolutiva: si guarda come cammina e come corre, si testano forza, mobilità della caviglia ed equilibrio, e si capisce se c'è qualcosa da allenare. Fino ai 10 anni le sedute durano 50 minuti e costano 59,90 €; dagli 11 ai 18 anni vale la seduta standard a 29,90 €.

Due limiti, detti prima e non dopo. Se ci sono le bandiere rosse dell'elenco qui sopra, il posto giusto è il pediatra, subito. E le condizioni neurologiche e neuromuscolari complesse richiedono valutazioni in presenza e centri specializzati: quelle non le seguiamo online.

In tre righe

Le caratteristiche che si pagano di più — supporto dell'arco, ammortizzazione, scarpa scelta dall'impronta — sono quelle su cui le prove sono più deboli, e nel bambino sano non hanno mai dimostrato niente. Quelle che contano costano zero: dieci millimetri davanti al dito più lungo, larghezza sufficiente, flessione sotto le dita, peso basso, col metro in mano ogni due o tre mesi. E la seconda mano non è un problema in sé: lo diventa se ti fa accettare una misura che non è quella di tuo figlio.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

Domande frequenti

Qual è la cosa più importante in una scarpa da ginnastica per bambini?

La lunghezza interna, e non è nemmeno una gara. In uno studio su 505 bambini spagnoli fra 3 e 12 anni, la scarpa era internamente più corta del piede nel 33,3% dei casi, e usando come riferimento uno spazio adeguato di 5-15 mm in lunghezza risultava troppo corta nel 72,5% e troppo stretta nel 66,7%: solo un terzo dei bambini aveva calzature della misura giusta. In uno studio austriaco su 858 bambini in età prescolare, le scarpe da interno erano troppo corte nell'88,8% degli 808 casi valutati e quelle da esterno nel 69,4% di 812, e più la scarpa era corta più l'alluce risultava deviato di lato. Prima del modello, del marchio e della tecnologia, viene il centimetro davanti alle dita.

Servono le scarpe con il supporto dell'arco plantare?

Nel bambino sano e senza dolore, no: non hanno prove a sostegno. Lo studio più netto è del 1989 ed è ancora quello che regge: 129 bambini con piede piatto sorteggiati in quattro gruppi — nessun trattamento, scarpe ortopediche correttive, coppetta per il tallone, plantare su misura — e chi era stato assegnato a un trattamento l'ha portato per almeno tre anni. Alla fine tutti i gruppi erano migliorati, compresi i bambini che non avevano fatto niente, e fra trattati e non trattati non c'era differenza. La revisione Cochrane del 2022, su 16 studi e 1.058 bambini, conclude allo stesso modo: in assenza di dolore, l'uso di plantari su misura nei bambini sani con piede piatto flessibile non ha prove a sostegno.

Quanto spazio deve avanzare davanti alle dita?

L'intervallo usato in letteratura è 5-15 mm di lunghezza in più rispetto al piede più lungo, e circa 10 mm di larghezza. In pratica dieci millimetri sono una buona regola: sotto i cinque il margine sparisce subito, sopra i quindici il piede scivola dentro. Attenzione a non esagerare in senso opposto: in uno studio su 100 bambini di sei anni, le scarpe troppo lunghe e troppo larghe erano più frequenti di quelle troppo corte e strette, e più le scarpe erano lunghe e larghe più l'arco plantare risultava basso. È un'associazione trasversale, non una prova di causa, ma toglie forza all'idea di comprare due numeri in più per farle durare.

Ogni quanto vanno cambiate le scarpe di un bambino?

Il criterio non è l'usura, è la lunghezza interna: le scarpe dei bambini diventano inutilizzabili perché sono corte, non perché sono rotte. Un intervallo di controllo dimostrato da uno studio non esiste, e chi ti dà una cifra precisa te la sta dando senza prove: quello che è misurato è che la maggioranza dei bambini in ogni studio pubblicato porta scarpe troppo corte. Un controllo con il metro ogni due o tre mesi è una scelta prudente, non un dato. Gli autori dello studio spagnolo su 505 bambini concludono esplicitamente che serve sensibilizzare genitori e insegnanti sulla necessità di sostituire periodicamente le calzature dei bambini in età scolare.

L'ammortizzazione protegge il bambino dagli infortuni?

Non ci sono prove che lo dimostrino nei bambini, e negli adulti il quadro è più debole di quanto suggerisca la pubblicità. La revisione Cochrane del 2022 su 12 studi controllati e 11.240 adulti ha trovato che le scarpe neutre e ammortizzate fanno poca o nessuna differenza sugli infortuni rispetto alle minimaliste (5 studi, 766 partecipanti) e che la suola morbida fa poca o nessuna differenza rispetto alla suola dura (2 studi, 1.095 partecipanti), con prove di bassa certezza. Un trial su 848 corridori amatoriali ha trovato un rischio più alto con le scarpe dure, ma con un risultato controintuitivo: l'effetto protettivo dell'ammortizzazione si vedeva nei corridori più leggeri, non nei più pesanti. Tutto questo riguarda adulti che corrono, non bambini che vanno a scuola.

Le scarpe di seconda mano fanno male ai piedi?

Nessuno studio ha mai confrontato bambini in scarpe nuove e bambini in scarpe usate, quindi chi risponde con sicurezza in un senso o nell'altro sta andando oltre le prove. L'argomento che si sente — che la scarpa prende la forma del piede di chi l'ha portata prima — è però difficile da conciliare con quello che sappiamo: se tre anni di scarpe ortopediche correttive non modificano il piede di un bambino, è poco credibile che qualche mese di un altro bambino modelli la scarpa al punto da danneggiare il tuo. Il rischio vero della seconda mano è un altro ed è banale: si eredita la misura che c'è, non quella che serve. Una scarpa usata poco, della misura giusta, con il contrafforte del tallone ancora rigido e la suola consumata in modo simmetrico è una scelta ragionevole.

Serve una scarpa diversa per la palestra e per tutti i giorni?

Sì, ma per motivi pratici più che biomeccanici. Una scarpa da tutti i giorni sta addosso sei-otto ore, si infila e si sfila da sola, prende pioggia e fango; una scarpa da palestra sta in una sacca, resta asciutta e pulita, serve per un'ora di salti e cambi di direzione su un parquet. Il consenso internazionale raggiunto da 121 fra genitori, professionisti sanitari e operatori del settore su 14 tipi di calzatura arriva a questa conclusione: una sola scarpa non va bene per tutti gli usi. Il che non significa che servano cinque paia: ne bastano due, e la seconda dura più a lungo proprio perché si usa meno.

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