Gravidanza e post parto

Prolasso dell'Utero: I Gradi, il Pessario e Quando si Opera

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Pubblicato il 21 agosto 2026

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Esci dallo studio del ginecologo con un numero in mano. "Prolasso di secondo grado." E per i giorni successivi quel numero diventa la cosa che cerchi online, e quella da cui provi a dedurre se finirai in sala operatoria.

Ti do subito la parte scomoda: quel numero descrive un'anatomia, non prevede la tua vita. Nei dati, grado e sintomi vanno d'accordo molto meno di quanto ti aspetti — e la decisione fra lasciare le cose come stanno, provare un pessario o operarsi non si prende guardando lo stadio, ma guardando quanto quel prolasso ti pesa addosso.

I sintomi, la frequenza e cosa fanno davvero gli esercizi li trovi qui: Prolasso pelvico: sintomi, gradi e cosa funziona davvero. Questo è l'altro pezzo: i gradi e le scelte.

Che cosa misura davvero il referto

Il sistema in uso oggi si chiama POP-Q. Non è una scala di gravità a occhio: è una misura in centimetri, presa durante una spinta, che prende come riferimento l'imene. Il documento congiunto IUGA/ICS che lo definisce raccoglie oltre 230 definizioni, proprio per togliere ambiguità dal linguaggio.

Stadio Dove arriva il punto più basso
0 Nessuna discesa
I Più di 1 cm sopra l'imene
II Entro 1 cm sopra o sotto l'imene
III Più di 1 cm sotto l'imene, senza eversione completa
IV Eversione completa

I vecchi "primo, secondo, terzo, quarto grado" descrivono la stessa realtà in modo più grossolano. Quindi sì: il tuo numero è una distanza, misurata in un momento preciso e in una posizione precisa. Niente di più.

Il grado e i sintomi vanno d'accordo poco. Ed è la cosa più utile da sapere

Qui c'è uno studio vecchio ma bellissimo, quasi mai citato in italiano. Sono state esaminate 477 donne venute per un normale controllo ginecologico annuale, dai 18 agli 82 anni, misurando il POP-Q e facendo compilare un questionario sui sintomi. Il primo dato è già spiazzante: solo 18 donne su 477 — meno del 4% — erano allo stadio 0. Erano 214 allo stadio I, 231 allo stadio II, 14 allo stadio III. Nessuna allo stadio IV.

Tradotto: in una popolazione femminile normale, avere un po' di discesa è la regola, non l'eccezione.

Il secondo dato è il cuore della questione. Il numero medio di sintomi per donna era 0,27 allo stadio 0, 0,55 allo stadio I, 0,77 allo stadio II e 2,1 allo stadio III — e questa tendenza non raggiungeva la significatività statistica. Quello che invece risultava significativo era una cosa sola: quando il bordo del prolasso superava l'imene, il numero medio di sintomi passava da meno di uno a più di uno.

Non è la scala a contare, è una soglia: sopra l'imene la maggior parte delle donne non sente niente di particolare, sotto i sintomi cominciano a comparire.

Ecco perché una donna con uno stadio II può stare peggio di una con uno stadio III. E se ti hanno trovato un prolasso di primo grado e tu non senti nulla, non hai una malattia da curare: hai un reperto.

Giovane donna che si gode una pausa su un tappetino da yoga in un ambiente di palestra soleggiato.

Il pessario: l'opzione che in Italia si nomina troppo poco

Il pessario è un dispositivo, di solito in silicone, che il ginecologo sceglie, misura e adatta e che sostiene la vagina dall'interno. Ne esistono forme diverse, e trovare quella giusta è un lavoro di prova ed errore fatto in ambulatorio. Non è una sconfitta, non è "da vecchie", ed è completamente reversibile. Quello che le prove dicono, in ordine.

Aggiungerlo agli esercizi funziona. Nella revisione Cochrane dedicata (4 studi, 478 donne), a 12 mesi il pessario associato all'allenamento del pavimento pelvico faceva percepire un miglioramento dei sintomi a più del doppio delle donne rispetto al solo allenamento (RR 2,15; IC 95% 1,58–2,94; 260 donne, certezza moderata), con una qualità di vita migliore (POPIQ mediano 0,3 contro 8,9; p = 0,02). Confrontato con il solo allenamento, invece, il quadro resta incerto, e gli effetti collaterali locali sono più frequenti.

Si tiene più a lungo di quanto pensi. In una coorte canadese su 304 donne dai 65 anni in su, nel 63% dei casi l'adattamento è riuscito, indipendentemente dall'età. La probabilità di usarlo ancora era dell'87,5% a un anno e del 62,1% a cinque anni fra le 65-74enni, contro l'80,8% e il 37,8% dalle 75 in su. Le erosioni della parete vaginale hanno riguardato il 19,3% di chi lo usava a lungo, con un rischio più che triplo dopo i 75 anni. Chi aveva già subito un'isterectomia o una chirurgia pelvica ricostruttiva, o aveva un prolasso della parete posteriore, aveva più probabilità che il primo inserimento non riuscisse.

Chi lo abbandona, spesso lo abbandona per scelta. In uno studio danese su 1.371 donne seguite in un reparto ospedaliero, 850 hanno continuato con il pessario e 521 sono state operate. Il dato che conta per te è un altro: lo stadio del prolasso, il compartimento prevalente e una precedente chirurgia non erano associati all'abbandono. Lo erano invece una precedente isterectomia (OR 0,68), l'incontinenza urinaria (OR 0,71) e l'aver già usato un pessario in passato (OR 0,75). E fra le donne dai 26 ai 54 anni, circa il 38% ha smesso per preferenza personale — non perché non funzionasse.

Un dettaglio pratico, perché è la paura che blocca molte donne: il controllo periodico in ambulatorio fa meno male di quanto temi. In uno studio randomizzato su 66 donne il dolore alla rimozione era in media 3,23 cm su scala analogica con un lubrificante normale e 2,66 cm con un gel anestetico: valori bassi in entrambi i casi, e la differenza non era statisticamente significativa: il gel anestetico non aggiungeva nulla.

Pessario contro chirurgia: il confronto diretto esiste

Questo è il pezzo che manca in quasi tutte le pagine italiane. Il trial PEOPLE, condotto in 21 ospedali olandesi, ha randomizzato 440 donne (età media 64,7 anni) con prolasso sintomatico di stadio 2 o superiore: 218 al pessario, 222 alla chirurgia. L'obiettivo era vedere se il pessario fosse non inferiore all'intervento sul miglioramento riferito dalla donna a 24 mesi.

Il risultato, per intero:

  • si dichiarava "molto meglio" o "moltissimo meglio" il 76,3% del gruppo pessario contro l'81,5% del gruppo chirurgia (differenza −6,1%);
  • la non inferiorità non è stata dimostrata (p = 0,16). Nell'analisi per protocollo la distanza cresceva: 70,3% contro 83,3%;
  • il 54,1% delle donne assegnate al pessario è poi passata alla chirurgia;
  • l'effetto avverso più comune con il pessario era il fastidio (42,7%); dopo la chirurgia, l'infezione urinaria (9%).

E la valutazione economica affiancata al trial: i costi sanitari del percorso che parte dal pessario erano più bassi di 1.807 euro a persona (IC 95% −2.172 a −1.446) e quelli sociali di 1.850 euro, con una probabilità di essere costo-efficace pari a 1 per soglie fra 0 e 20.000 euro per anno di vita guadagnato in salute.

Come si legge tutto questo senza barare? Così: il pessario non è dimostrato equivalente all'intervento, e chi te lo dice sta forzando i dati. E quel 76,3% è il risultato di chi ha iniziato dal pessario, non del pessario da solo: più della metà di quelle donne ci è arrivata passando poi dalla sala operatoria. Quello che resta vero è che circa una donna su due non si è operata nei due anni, e che provarlo prima non chiude nessuna porta: chi ne aveva bisogno è passato alla chirurgia, ed è esattamente il senso di provarci.

Quando si valuta l'intervento

Non per un grado. Per quanto pesa.

L'intervento entra nel discorso quando i sintomi condizionano la giornata — camminare, lavorare, avere rapporti, andare in bagno — e il percorso conservativo non basta più. Uno stadio III che non ti dà fastidio non è un'indicazione operatoria; uno stadio II che ti impedisce di stare in piedi lo diventa.

Ci sono però cose che non sono da fisioterapia e non vanno aspettate. Vai dal ginecologo se compare:

  • sanguinamento o una perdita anomala;
  • una parte che sporge irritata, ulcerata o dolente;
  • l'impossibilità di svuotare la vescica, o infezioni urinarie ripetute;
  • un prolasso che sporge stabilmente all'esterno e non rientra;
  • un dolore pelvico nuovo e persistente.

E vale sempre la regola di fondo: la stadiazione e la decisione chirurgica sono ginecologiche. Nessuno può darti un grado a distanza.

Cosa aspettarsi davvero da un intervento

Qui servono numeri veri, perché in giro trovi solo percentuali di successo senza fonte.

Prima di tutto, una cosa che cambia la lettura di ogni statistica che leggerai: il "successo" dipende da come lo definisci. Applicando 18 definizioni diverse alle stesse donne operate all'interno di un trial, il tasso di successo andava dal 19,2% al 97,2%. Le definizioni che pretendevano che tutto il sostegno fosse risalito sopra l'imene davano un successo del 19,2–57,6%; l'assenza di prolasso oltre l'imene lo dava nel 94%; l'assenza del sintomo del rigonfiamento nel 92,1%; l'assenza di un nuovo trattamento nel 97,2%. E la conclusione degli autori è la parte che conta: è la scomparsa del sintomo del rigonfiamento a legarsi al giudizio della donna sul risultato. Il successo anatomico da solo, no.

Con questa lente, guarda il trial americano OPTIMAL, su 374 donne operate per prolasso apicale e incontinenza da sforzo:

  • a 2 anni, il successo chirurgico era del 59,2% e del 60,5% nei due tipi di intervento vaginale confrontati (sospensione uterosacrale e fissazione sacrospinosa): nessuna differenza fra le due tecniche. Eventi avversi seri nel 16,5% e 16,7%;
  • a 5 anni, il fallimento stimato saliva al 61,5% e al 70,3%. Ma — e qui va letto tutto — i punteggi dei sintomi del prolasso restavano migliorati rispetto a prima dell'intervento, di circa 60 punti su una scala che va da 0 a 300.

Il terzo numero mette le cose a posto. In un altro trial, su 91 donne operate con isteropessi con rete, 31 (il 34%) rientravano nella definizione di fallimento entro 5 anni, ma solo 7 hanno scelto di rioperarsi: tutte con sintomi fastidiosi, quasi tutte entro il primo anno.

Quindi: la ricomparsa di una discesa dopo l'intervento è comune, il ritorno del disturbo che ti ha portata a operarti lo è molto meno, il reintervento ancora meno. Confondere le tre cose produce solo paura.

Con o senza l'utero: una domanda legittima

Per anni prolasso uterino ha voluto dire isterectomia vaginale. Non è più automatico. Un trial olandese ha randomizzato 208 donne con prolasso uterino di stadio 2 o superiore a isteropessi sacrospinosa (che conserva l'utero) o isterectomia vaginale con sospensione degli uterosacrali. A 12 mesi la conservazione dell'utero era non inferiore: recidiva apicale con sintomi fastidiosi o reintervento in 0 casi (0%) contro 4 (4,0%).

A 5 anni il vantaggio si era mantenuto e anzi allargato: fallimento apicale in 1 donna (1%) dopo isteropessi contro 8 (7,8%) dopo isterectomia, e successo complessivo nell'87% contro il 76%. Con un limite dichiarato dagli autori: l'analisi del tempo all'evento non trovava differenze fra le due tecniche.

Non vuol dire che l'isteropessi vada bene per tutte: dipende dal caso, e ci sono motivi per cui l'utero va comunque tolto. Vuol dire che "si toglie l'utero" non è più una risposta ovvia, ed è una domanda che hai il diritto di fare.

Le reti: la parola che spaventa, e perché

La revisione Cochrane sulla chirurgia del compartimento anteriore (33 studi, 3.332 donne) è chiara in due direzioni opposte, e vanno dette entrambe.

Con la rete in polipropilene ci sono meno recidive anatomiche (il tessuto nativo aveva un rischio di recidiva 3,01 volte maggiore) e meno reinterventi per il solo prolasso. Ma se conti tutti i reinterventi — prolasso, incontinenza comparsa dopo, esposizione della rete — il bilancio si ribalta a favore del tessuto proprio (RR 0,59; IC 95% 0,41–0,83): se il 10% si riopera dopo una rete, dopo tessuto nativo lo fa il 4-8%.

La conclusione degli autori è netta: le prove attuali non sostengono l'uso della rete transvaginale rispetto alla riparazione con tessuto nativo per il compartimento anteriore, per la maggiore morbilità. Molte reti transvaginali sono state ritirate dal mercato, e quelle più leggere arrivate dopo non sono state valutate da studi randomizzati.

L'esercizio: dove serve e dove no

Questa è la parte in cui, essendo fisioterapisti, avremmo tutto l'interesse a esagerare. Non lo facciamo.

Prima dell'intervento, come trattamento a sé: sì, con prove solide. La consultazione internazionale IUGA del 2022, che ha classificato gli studi randomizzati dal 1996 al 2021, riporta prove di alto livello da 11 studi randomizzati per raccomandare l'allenamento del pavimento pelvico come trattamento di prima linea negli stadi I, II e III, senza effetti avversi seri — con l'avvertenza esplicita che richiede istruzione e supervisione accurate per funzionare. La tecnica giusta la trovi qui: Esercizi di Kegel: come farli bene, e il quadro d'insieme in Pavimento pelvico: a cosa serve e quando allenarlo.

Attorno all'intervento: no. La stessa consultazione non trova prove, in 9 studi randomizzati su 10, che aggiungere l'allenamento prima e dopo la chirurgia migliori l'esito del prolasso. E nel trial OPTIMAL, dove metà delle donne aveva ricevuto una terapia comportamentale con allenamento perioperatorio, il fallimento anatomico a 5 anni era del 45,6% contro il 47,2% di chi non l'aveva ricevuta: nessuna differenza.

Detto senza giri: l'esercizio ha il suo posto prima, come primo tentativo. Non è la preparazione magica all'intervento e non riduce le recidive. Continuare ad allenarsi dopo ha senso per altro — la continenza, la gestione dello sforzo quotidiano — ma non vendiamolo per quello che non è.

Perché alcune donne ricadono di più

C'è un fattore che quasi nessuno ti nomina: l'avulsione del muscolo elevatore dell'ano, cioè il distacco del muscolo dal suo aggancio osseo durante un parto vaginale. Una meta-analisi su 25 studi e 9.333 donne l'ha trovata nel 22% delle primipare dopo parto vaginale (dal 12,7% al 39,5% a seconda dello studio), più frequente dopo forcipe (OR 6,25), lesioni sfinteriche ostetriche (OR 3,93) e ventosa (OR 2,41). Gli autori la descrivono come uno dei fattori legati sia al prolasso sia alla sua recidiva.

Perché dirtelo, visto che oggi non è modificabile? Perché toglie una colpa. Se dopo un intervento ben fatto il prolasso è tornato, non è perché non hai fatto abbastanza Kegel.

Cosa possiamo fare noi, e cosa no

Mettiamola come sta. La scelta fra pessario e chirurgia non è nostra. È del tuo ginecologo, insieme a te, e chi da uno schermo ti dice che tipo di intervento ti serve — o che con gli esercizi eviterai la sala operatoria — sta improvvisando.

Quello che possiamo fare è la parte che negli studi ha davvero funzionato: insegnarti la contrazione corretta, costruire un programma progressivo invece di "cento Kegel al giorno", lavorare sul respiro e sugli sforzi quotidiani che spingono in basso senza che tu te ne accorga. E aiutarti a preparare le domande da fare in visita: se il pessario è un'opzione nel tuo caso, se conservare l'utero è praticabile.

Se ti serve un punto di partenza, si comincia con una prima visita gratuita di venti minuti in videochiamata: ci racconti cosa senti e quando, guardiamo insieme come respiri e come contrai, e se la cosa giusta da fare per prima è tornare dal ginecologo te lo diciamo lì. Le sedute successive costano 29,90 €.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

Domande frequenti

Quanti gradi ha il prolasso e cosa vuol dire il mio?

Oggi si usa il sistema POP-Q, definito nel documento congiunto IUGA/ICS che raccoglie oltre 230 definizioni: il punto di riferimento è l'imene e si misura in centimetri quanto il punto più basso resta sopra o scende sotto. Stadio 0 nessuna discesa, stadio I più di 1 cm sopra l'imene, stadio II entro 1 cm sopra o sotto, stadio III più di 1 cm sotto senza eversione completa, stadio IV eversione completa. I vecchi 'primo, secondo, terzo, quarto grado' descrivono la stessa cosa in modo più grossolano. È una misura anatomica, non una prognosi.

Il grado dice quanto starò male?

Poco, ed è il punto più importante di tutto l'articolo. In uno studio su 477 donne che facevano un normale controllo ginecologico, il numero medio di sintomi per donna era 0,27 allo stadio 0, 0,55 allo stadio I, 0,77 allo stadio II e 2,1 allo stadio III — e questa tendenza non raggiungeva la significatività statistica. Quello che invece contava, in modo statisticamente significativo, era una soglia sola: quando il bordo del prolasso superava l'imene, i sintomi passavano da meno di uno a più di uno. Non è il numero sul referto: è se supera o no quella linea.

Che cos'è il pessario e quanto si riesce a tenere?

È un dispositivo in silicone che il ginecologo sceglie e adatta e che sostiene la vagina dall'interno. Dura più di quanto si creda. In una coorte canadese su 304 donne dai 65 anni in su, il 63% è stato adattato con successo, e la probabilità di usarlo ancora era dell'87,5% a un anno e del 62,1% a cinque anni fra le 65-74enni, contro l'80,8% e il 37,8% dalle 75 in su. Le erosioni della parete vaginale hanno riguardato il 19,3% di chi lo usava a lungo. In uno studio danese su 1.371 donne, 850 hanno continuato e 521 sono state operate — e lo stadio del prolasso non era fra i fattori legati all'abbandono.

Meglio il pessario o l'intervento?

Il confronto diretto esiste: il trial PEOPLE ha randomizzato 440 donne olandesi con prolasso sintomatico di stadio 2 o più a pessario o chirurgia. A 24 mesi si dichiarava migliorato il 76,3% del gruppo pessario contro l'81,5% del gruppo chirurgia: la non inferiorità del pessario non è stata dimostrata. Ma il 54,1% delle donne assegnate al pessario è poi passato alla chirurgia, e i costi sanitari del percorso col pessario erano più bassi di 1.807 euro a testa. La lettura onesta è che partire dal pessario non ti toglie l'intervento, se poi ti servirà: te lo fa provare prima.

Quando si decide di operare?

Non per un grado su un referto, ma quando i sintomi pesano sulla tua vita e il percorso conservativo non basta più. Ci sono però situazioni che vanno viste dal ginecologo subito, senza aspettare: sanguinamento, una parte che sporge irritata o ulcerata, l'impossibilità di svuotare la vescica, infezioni urinarie ripetute, un dolore pelvico nuovo e persistente. La scelta se e come operare è ginecologica: nessun fisioterapista può farla, e nessuno può stadiare un prolasso a distanza.

Dopo l'intervento il prolasso può tornare?

Sì, più spesso di quanto si racconti — ma bisogna capire cosa si sta contando. Nel trial americano OPTIMAL, a 5 anni dall'intervento per prolasso apicale il 'fallimento chirurgico' stimato era del 61,5% e del 70,3% nei due gruppi: ma è una definizione composita che basta soddisfare in un punto solo — una discesa apicale oltre un terzo della vagina o una parete che supera l'imene, oppure un nuovo trattamento, oppure semplicemente il sintomo del rigonfiamento riferito come fastidioso. Nello stesso studio i punteggi dei sintomi restavano comunque migliorati rispetto a prima. E in un altro trial, su 91 donne operate con isteropessi con rete, 31 rientravano nella definizione di fallimento a 5 anni ma solo 7 hanno scelto di rioperarsi. Fallimento su carta e reintervento vero non sono la stessa cosa.

Servono gli esercizi del pavimento pelvico prima e dopo l'intervento?

Prima sì, come trattamento a sé: la consultazione internazionale IUGA del 2022 riporta prove di alto livello da 11 studi randomizzati per raccomandare l'allenamento come trattamento di prima linea negli stadi I, II e III. Attorno all'intervento, onestamente, no: la stessa revisione non trova prove in 9 studi randomizzati su 10 che aggiungerlo prima e dopo la chirurgia migliori l'esito del prolasso, e nel trial OPTIMAL il fallimento anatomico a 5 anni era del 45,6% con la terapia comportamentale e del 47,2% senza. Allenarsi resta utile per altre ragioni, ma non aspettarti che riduca le recidive.

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