Dolore e Patologie

Displasia dell'Anca nel Neonato: Cosa Guarisce da Sola e Cosa No

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 8 settembre 2026

Ragazza in maglietta nera seduta a un tavolo di legno all'aperto mentre digita su un laptop; sul tavolo borraccia rosa, custodia/tablet nero e un…
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La displasia dell'anca è una delle poche cose dei primi mesi in cui la differenza fra "si sistema da sola" e "va trattata subito" è netta, misurata, e dipende da un esame che dura pochi secondi.

Vale la pena capirla bene, perché è anche una delle poche condizioni pediatriche con una conseguenza a lunghissima distanza: la displasia non trattata è la causa principale di protesi d'anca nelle persone giovani, con stime che vanno dal 21% al 29% dei casi.

Non è una cosa sola

Il termine copre uno spettro: l'instabilità neonatale, la displasia dell'acetabolo (la cavità in cui si appoggia la testa del femore, che si forma poco), la sublussazione e la vera lussazione.

Il meccanismo che le tiene insieme è semplice e spiega perché il tempismo conta: la cavità dell'acetabolo si forma correttamente solo se la testa del femore è dentro, e ben centrata. Se l'anca resta sublussata o lussata mentre il bambino cresce, la cavità si sviluppa male — e più tempo passa, più il difetto si struttura.

Cosa si risolve da solo, e cosa no

Qui i numeri sono rassicuranti, ma vanno letti per intero.

Circa il 90% delle instabilità lievi presenti alla nascita si risolve spontaneamente entro le prime otto settimane. E il 96% delle alterazioni osservate all'ecografia si risolve spontaneamente entro le prime sei settimane di vita. La maggior parte di quello che si vede nelle primissime settimane, insomma, è un'immaturità che si sistema.

Ma nella stessa frase la letteratura mette il limite: un'anca positiva alla manovra di Ortolani — cioè un'anca lussata che rientra con una manovra — richiede trattamento immediato. Quella non appartiene al gruppo che si aggiusta da solo, e aspettare non è un'opzione.

È questa doppia verità che confonde i genitori: "si risolve quasi sempre da solo" e "questa va trattata adesso" sono entrambe vere, ma riguardano situazioni diverse. Chi le distingue è chi ha fatto l'esame.

Primo piano dell'uomo barbuto seduto sul divano, occhiali appesi alla camicia, mani con anelli che impugnano un bastone di legno all'altezza delle…

I fattori di rischio, con i numeri

Una meta-analisi del 2024 su 979.757 bambini ha quantificato i fattori associati alla displasia. I principali:

  • sesso femminile — rischio circa 7 volte maggiore (OR 6,97);
  • fasciatura con le gambe distese — quasi 7 volte (OR 6,74);
  • parto podalico — circa 4 volte (OR 4,14);
  • familiarità positiva — circa 4 volte (OR 4,07);
  • oligoidramnios — circa 4 volte (OR 3,93);
  • primogenito — quasi 2 volte (OR 1,84).

E il dato che dà la misura: nei bambini con fattori di rischio l'incidenza è risultata di circa 48 casi su mille, contro 3 su mille nella popolazione generale.

La fasciatura: l'unica cosa che i genitori possono cambiare

Fra tutti quei fattori di rischio, uno solo dipende da quello che si fa a casa — ed è anche l'unico su cui esiste uno studio randomizzato.

Un trial condotto su ottanta neonati con anche a rischio ha confrontato la fasciatura tradizionale mongola, in cui le gambe vengono tenute distese e ravvicinate, con la fasciatura che lascia libere le anche. La conclusione degli autori è diretta: la fasciatura che tiene le gambe estese e le anche in adduzione aumenta il rischio di displasia.

La regola pratica è semplice: le gambe del bambino devono poter stare piegate e aperte, a rana. Vale per le fasce, per i sacchi nanna e per i marsupi: la posizione corretta è quella in cui le cosce sono sostenute fino al ginocchio e le anche restano flesse e divaricate, non quella in cui il bambino penzola con le gambe dritte.

Come si tratta

Sotto i sei mesi il trattamento di prima scelta è il divaricatore di Pavlik, un tutore che mantiene le anche in flessione e in una divaricazione moderata, lasciando al bambino la libertà di muovere le gambe. L'obiettivo dichiarato è ottenere una riduzione stabile e concentrica senza forzare l'abduzione.

Quando l'anca viene ridotta correttamente, nella maggior parte dei casi la displasia dell'acetabolo migliora da sola, perché è la presenza della testa del femore nella sua sede a stimolare la cavità a formarsi. Il parametro migliore per prevedere se una displasia resterà è l'evoluzione nel tempo dell'indice acetabolare, che è il motivo per cui i controlli non finiscono quando si toglie il tutore.

Se resta una displasia residua, o se il bambino è più grande e non ci si aspetta più una correzione spontanea, si valutano interventi sul bacino o sul femore.

La cosa da non fare mai

C'è una tentazione comprensibile: se il problema è che l'anca sta "chiusa", verrebbe da aprirla.

Non fatelo. La complicanza più seria della displasia è la necrosi avascolare della testa del femore, ed è legata in modo diretto a quattro cose: l'abduzione eccessiva dell'anca, una riduzione forzata quando ci sono ostacoli alla riduzione, un'anca lasciata lussata dentro il tutore, e la riduzione chirurgica a cielo aperto.

Le prime due si possono provocare in casa con le migliori intenzioni. Un'anca displasica non si tratta con esercizi di apertura: si tratta con un tutore prescritto, posizionato e controllato da un ortopedico pediatrico.

Che ruolo ha la fisioterapia

Va detto senza girarci intorno: la fisioterapia non è il trattamento della displasia dell'anca. Il trattamento è ortopedico, e chi vi propone di "risolvere" una displasia con la manualità o con gli esercizi vi sta raccontando qualcosa che la letteratura non dice.

Ha senso invece attorno al percorso, e non è poco:

  • durante il tutore, per sostenere lo sviluppo motorio e per insegnarvi come tenere in braccio, trasportare, vestire e cambiare il bambino senza compromettere la posizione;
  • quando il tutore viene tolto, per seguire l'acquisizione delle tappe motorie, che spesso arrivano con qualche settimana di ritardo e quasi sempre recuperano;
  • prima, nella prevenzione: sulla fasciatura, sul marsupio e sul modo di posizionare il bambino, che è l'unico fattore di rischio modificabile.

Farsi seguire

Se avete un dubbio su un'anca, la prima porta è il pediatra: le manovre di instabilità e, dopo i due-tre mesi, la valutazione dell'abduzione sono un esame clinico che va fatto di persona, e l'eventuale ecografia va prescritta da chi quell'esame l'ha fatto.

Se invece il percorso ortopedico è già in corso e le domande riguardano lo sviluppo motorio, come maneggiare il bambino con il tutore o cosa aspettarsi dopo, quello è il terreno di Ri-Hub Junior: si parte da una prima visita gratuita di venti minuti, e se la risposta giusta è "questo lo deve vedere l'ortopedico" ve lo diciamo lì.


Se state cercando informazioni sulla displasia dell'anca diagnosticata in età adulta, il quadro e le scelte sono diversi: leggi Displasia dell'anca negli adulti: sintomi e quando preoccuparsi.

Sulle altre due cose che più spesso preoccupano nei primi mesi, la forma della testa e il collo: Testa piatta nel neonato e Torcicollo del neonato.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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