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Bambino Goffo: Quando la Coordinazione è un Disturbo (e Cosa Fare)

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 8 settembre 2026

Un padre tiene amorevolmente in braccio il suo neonato che dorme mentre è seduto all'interno. Un caldo momento di famiglia catturato.
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C'è una scena che i genitori raccontano quasi sempre con le stesse parole. La palla arriva, lui la guarda arrivare, mette le mani un attimo dopo — e la palla gli rimbalza sul petto. Gli altri ridono, non cattivi, ridono e basta. Lui ride anche lui. E la volta dopo, quando si fanno le squadre, si mette in fondo alla fila.

Poi ci sono le scale fatte un gradino alla volta a otto anni, i lacci che non arrivano mai, il bicchiere rovesciato a ogni cena, il quaderno che sembra scritto da qualcun altro. E la frase che senti da tutti: "è solo un po' goffo, gli passerà".

A volte è vero. A volte no, e ha un nome.

Quando "goffo" ha un nome

Si chiama disturbo dello sviluppo della coordinazione motoria — in giro lo trovi anche come disprassia. È una condizione del neurosviluppo: il bambino ha un'intelligenza nella norma, non ha una malattia neurologica, e comunque impara i movimenti più lentamente e li esegue peggio di quanto ci si aspetterebbe alla sua età.

Non è pigrizia. Non è poco allenamento. Non è che "non si applica". È il modo in cui il cervello pianifica e aggiusta il gesto: la sequenza va costruita quasi da zero ogni volta, invece di diventare automatica. Ed è per questo che i bambini con questa difficoltà si stancano di più a fare le stesse cose — perché a loro costano attenzione, non solo muscoli.

Quanto è frequente? Le stime più usate parlano del 2-7% dei bambini in età scolare: vuol dire in media almeno uno per classe. La forbice è larga perché dipende da come si misura. Uno studio epidemiologico in due fasi ha sottoposto un questionario a 2.306 bambini fra i 6 e i 10 anni e poi ha portato i sospetti a un colloquio clinico vero con i criteri completi del DSM-5: dei 198 valutati, 49 hanno ricevuto la diagnosi, per una prevalenza del 2,1%. Nello stesso studio, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività era significativamente più frequente in questi bambini: le due cose viaggiano spesso insieme.

Come si distingue da una semplice variabilità

Questa è la domanda vera, e la risposta onesta è che la goffaggine da sola non basta. I bambini sono diversi: c'è chi a sei anni prende la palla al volo e chi ci arriva a nove, ed è tutta normalità.

Quello che sposta il discorso è un criterio preciso: l'interferenza. Non "quanto è impacciato", ma quanto gli sta togliendo. Le difficoltà motorie devono essere sotto quanto atteso per l'età, presenti da sempre (non comparse all'improvviso), non spiegate da un'altra condizione — e soprattutto devono interferire con la vita di tutti i giorni: vestirsi, mangiare, scrivere, tenere il passo a scuola e nel gioco.

Nei servizi si usa un test standardizzato e si ragiona per percentili. In uno studio che ha seguito bambini fra i 7 e i 14 anni, la classificazione era questa:

Punteggio al test motorio Fascia Cosa vuol dire
Dal 25° percentile in su Sviluppo tipico Dentro la variabilità normale
Fra il 6° e il 16° percentile Difficoltà moderate Zona grigia, da guardare
Al 5° percentile o sotto Difficoltà gravi Sotto il 95% dei coetanei

Quel "5° percentile" è la traduzione numerica di una frase che magari hai già pensato: è più impacciato di tutti quelli della sua età che conosco.

Ed è qui il dato più utile. Nello stesso studio i gruppi sono stati riseguiti per due anni scolastici. Il gruppo con difficoltà moderate ha guadagnato in media più punti a settimana dei compagni con sviluppo tipico e ha raggiunto il range normale: ha davvero recuperato crescendo. Il gruppo con difficoltà gravi migliorava alla stessa velocità dei coetanei — quindi progrediva — ma restava esattamente alla stessa distanza: cresceva senza mai colmare il divario.

Tradotto: "gli passerà" è vero per alcuni e falso per altri, e la differenza sta nella gravità. È il motivo per cui vale la pena guardarci dentro invece di aspettare a occhio.

Se il tuo dubbio riguarda invece un bambino più piccolo, che non ha ancora messo insieme le tappe di base, il quadro è un altro e lo trovi in Non gattona e non cammina: le finestre vere delle tappe motorie.

Bambina che gioca in un soggiorno moderno e luminoso con decorazioni accoglienti e giocattoli di peluche.

I segnali, età per età

Nessuno di questi da solo significa qualcosa. È il numero e la persistenza che contano.

Nella prima infanzia e alla materna

  • Impara i gesti nuovi molto più lentamente degli altri e li dimentica in fretta.
  • Cade spesso anche su terreno piano, sbatte contro le cose, sembra "non sapere dove finisce".
  • Rifiuta puzzle, forbici, colorare: le attività fini lo frustrano subito.
  • Non sta su un piede, non salta a piedi uniti quando i coetanei ci riescono.

Alle elementari

  • Bottoni, lacci, cerniere restano un'impresa molto oltre l'età dei compagni.
  • La scrittura è lenta, faticosa, poco leggibile — e lui si stanca a scrivere, non solo scrive male.
  • In palestra è sempre l'ultimo scelto; palla e bicicletta arrivano tardi o non arrivano.
  • Comincia a evitare: "non mi va", "è noioso", mal di pancia il giorno di educazione fisica.

Quell'ultimo punto è il più importante.

La parte che quasi tutti sottovalutano: la partecipazione

Quando si parla di bambino goffo, si parla quasi sempre di movimento. Ma il danno più grosso non è il gesto: è quello che smette di fare per non fare brutta figura.

Parte dal ritirarsi. Una revisione sistematica su 12 studi che hanno misurato l'attività fisica con strumenti oggettivi (accelerometri, non questionari), dieci dei quali riuniti in meta-analisi, ha trovato che i bambini con questo disturbo passano meno tempo in attività moderata-vigorosa dei coetanei, con l'effetto più netto e più coerente proprio nella fascia 6-14 anni. Meno movimento vuol dire, negli studi, più sedentarietà, più sovrappeso e una forma fisica più bassa: un circolo che si chiude su sé stesso.

E non si chiude a fine infanzia. Uno studio longitudinale finlandese ha valutato la competenza motoria di 656 persone a cinque anni e le ha rimisurate con l'accelerometro a venticinque: chi era a rischio da bambino faceva ancora meno passi totali da adulto e passava più tempo in attività leggera-sedentaria. Vent'anni dopo.

Poi c'è la parte emotiva, ed è quella che i genitori sentono ma faticano a dimostrare. In un campione di 1.206 ragazzi fra i 12 e i 14 anni, quelli con probabile disturbo della coordinazione erano meno attivi, avevano un senso di valore personale più basso e più problemi interiorizzanti — ansia, umore basso, ritiro. Ma lo stesso studio ha trovato anche la buona notizia: quando salivano insieme attività fisica e autostima, i problemi interiorizzanti scendevano più nei ragazzi con difficoltà motorie che negli altri. Sono i più fragili e insieme quelli che guadagnano di più.

Come passa il danno dal corpo all'umore? Attraverso i compagni. In un'analisi su 70 bambini fra i 5 e gli 11 anni, il legame fra difficoltà motorie e problemi di comportamento risultava mediato almeno in parte dalle difficoltà con i pari: non è la goffaggine a fare male, è restare fuori.

Sulla qualità della vita, in uno studio su 50 bambini di circa 10 anni sia loro sia i genitori la riportavano più bassa dei valori normativi. Con un dettaglio che vale la pena tenere: i genitori la valutavano peggiore di quanto facessero i bambini stessi. Se ti stai facendo un film più nero del suo, è documentato — e lui sta meglio di come lo vedi tu.

Infine la scuola, dove il conto si vede tutto. In uno studio prospettico britannico, 284 ragazzi con diagnosi a 7 anni sono stati confrontati con 5.425 coetanei all'esame di fine scuola secondaria a 16 anni: mediana di 2 esami superati contro 7. Il divario si riduceva molto correggendo per genere, condizione socioeconomica e QI, ma restava. E il dato che dice tutto: quasi il 40% di questi ragazzi non riceveva alcun sostegno formale a scuola.

Cosa funziona: allenare il compito, non la capacità

Qui la ricerca è insolitamente chiara nella direzione, e insolitamente prudente sulla misura.

La direzione: funzionano gli approcci orientati al compito. Cioè si sceglie con il bambino un obiettivo concreto e suo — voglio andare in bici, voglio allacciarmi le scarpe da solo, voglio prendere la palla — e si allena quello, spezzandolo, semplificandolo, dandogli strategie per pensarlo prima di farlo. L'alternativa storica era allenare le "funzioni di base" (equilibrio, percezione, integrazione sensoriale) sperando che il beneficio si trasferisse da solo alle attività reali. Le linee guida internazionali sul disturbo della coordinazione — 35 raccomandazioni costruite su revisioni della letteratura e consenso formale di un panel multidisciplinare — trattano gli interventi orientati all'attività e alla partecipazione come l'impianto di riferimento, quello a cui tutto il resto si aggiunge; e la revisione sistematica del 2025 che aggiorna le linee guida di fisioterapia richiama l'intervento orientato al compito come prima scelta raccomandata.

La misura, invece, va detta con onestà. Una meta-analisi del 2025 su 32 studi controllati randomizzati ha trovato miglioramenti netti sulle abilità motorie complessive, sull'equilibrio e sulla prestazione nelle attività quotidiane, con l'allenamento orientato al compito come strategia più efficace. Ma nella stessa analisi la partecipazione non è migliorata e i fattori psicosociali non hanno raggiunto la significatività. E una revisione Cochrane su 15 studi e 649 bambini ha concluso, sulla qualità delle prove disponibili, di avere "molto poca fiducia" nella stima dell'effetto — in contrasto con le revisioni precedenti, tutte entusiaste.

Non è un dettaglio da nascondere, è un'informazione che ti serve: il movimento si allena, l'autostima e la partecipazione vanno lavorate a parte e apposta. Chi ti promette che imparando a prendere la palla si sistemerà anche il resto ti sta raccontando una cosa che i dati non dicono.

Un'ultima indicazione pratica, e vale oro. In una revisione sistematica su 66 studi (18 riuniti in meta-analisi), la dose totale in minuti e la frequenza delle sedute erano moderatori significativi dell'effetto: più minuti e più spesso, effetti più robusti. Non "più intenso": più spesso.

Perché con questi bambini si lavora bene a distanza

Metti insieme le due cose appena viste — si allena il compito reale e conta la frequenza — e la conclusione è quasi ovvia: il posto giusto non è una palestra di riabilitazione una volta a settimana. È casa tua, tutti i giorni, dentro il gioco.

Un'ora in studio insegna un gesto in un contesto che non è il suo. Il bambino deve allacciarsi le sue scarpe, sul suo pavimento, con te che hai fretta perché è tardi. Quello è il compito vero.

Le prove dirette sul lavoro a distanza sono ancora poche e piccole, e te le do per quello che sono. Uno studio controllato randomizzato del 2025 su 20 bambini fra i 3 e i 7 anni ha confrontato otto settimane di terapia in presenza con le stesse otto settimane più una sessione settimanale di trenta minuti a distanza a casa: il gruppo con l'aggiunta a distanza ha ottenuto guadagni maggiori sull'autonomia nelle attività quotidiane e sugli obiettivi scelti dalla famiglia. Va letto per quello che dice: la parte a distanza si è aggiunta, non ha sostituito. E in uno studio qualitativo su genitori di bambini con questa diagnosi seguiti in teleriabilitazione, la richiesta era chiara: un modello misto, non tutto online.

Quello che il lavoro in videochiamata fa benissimo, però, è la cosa che serve di più: allenare te. Vedere come il bambino affronta il compito nel suo ambiente, capire dove si inceppa la sequenza, sceglierne uno alla volta, semplificarlo e darti il modo di ripeterlo ogni giorno per dieci minuti. La frequenza che negli studi fa la differenza si ottiene solo così.

Se noti anche un cammino sulle punte persistente o piedi che ti sembrano piatti, sono capitoli diversi e spesso meno gravi di come sembrano: Bambino che cammina sulle punte e Piede piatto nel bambino.

Cinque cose da cambiare da questa settimana

  1. Un obiettivo alla volta, scelto da lui. Non "migliorare la coordinazione": saltare la corda tre volte di fila. Deciderlo lui è metà del lavoro.
  2. Dieci minuti al giorno, non un'ora la domenica. La frequenza batte la durata.
  3. Spezza il gesto. Prima la palla che rimbalza e la prende da fermo, poi da un passo, poi al volo. Se sbaglia tre volte di fila, sei salito di un gradino troppo in fretta.
  4. Cambia sport, non toglierlo. Nuoto, arrampicata, arti marziali, danza, bici: senza palla in volo e senza squadra da battere, il movimento regala successo invece di umiliazione. Le linee guida internazionali riconoscono anche i videogiochi attivi come complemento utile, non come sostituto.
  5. Diglielo. "Il tuo corpo impara i movimenti più lentamente, non sei stupido e non sei pigro." I bambini che non hanno una spiegazione se ne costruiscono una da soli, ed è sempre peggiore della verità.

Quando serve prima un medico

Alcune cose non sono un disturbo della coordinazione e chiedono una valutazione medica prima di qualsiasi lavoro sul movimento:

  • peggiora o perde abilità che aveva già acquisito;
  • la difficoltà è comparsa all'improvviso, in un bambino che prima andava bene;
  • c'è una netta asimmetria: usa sempre lo stesso lato, trascina un piede, tiene un braccio diverso dall'altro;
  • ha rigidità marcata, movimenti involontari o tremori;
  • fa sempre più fatica a salire le scale o ad alzarsi da terra;
  • cadute con perdita di coscienza, mal di testa forti o problemi di vista.

Questi quadri non li seguiamo noi e non si valutano in videochiamata: servono il pediatra e, quando indicato, la neuropsichiatria infantile.

Cosa possiamo fare noi (e cosa no)

Prima l'onestà: la diagnosi non la facciamo noi. La inquadra un'équipe, di solito in neuropsichiatria infantile, con test standardizzati e l'esclusione di altre condizioni. Se cerchi quello, la strada è quella — e vale la pena farla: apre la porta al sostegno a scuola che a quasi quattro ragazzi su dieci non arriva.

Quello che possiamo fare è il pezzo che manca quasi sempre: guardare come si muove nel suo ambiente e insegnarti come allenarlo ogni giorno, con obiettivi scelti da lui e un compito alla volta. Non serve aspettare un foglio per cominciare: il percorso diagnostico e il lavoro sul movimento possono andare avanti in parallelo.

Con Ri-Hub Junior si parte da una prima visita gratuita di venti minuti con una fisioterapista specializzata in età evolutiva: ci mostri il bambino mentre fa qualcosa che gli riesce difficile — le scarpe, le scale, la palla — e ti diciamo se ha senso approfondire e da dove partire. Fino ai 10 anni le sedute durano un'ora e costano 59,90 €; dagli 11 ai 18 anni è la seduta standard da 29,90 €.

E se dietro c'è una condizione neurologica complessa, il posto giusto non siamo noi: quei percorsi richiedono valutazioni in presenza e centri specializzati, e te lo diciamo subito invece di farti perdere tempo.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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