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Bambini, Schermi e Collo: Quanto Conta Davvero la Postura

Revisione clinica: Daniele Carretto, Fisioterapista (Albo 2019) · Aggiornato il 9 settembre 2026

Una giovane ragazza prepara il suo zaino a casa, circondata da materiale scolastico, pronta per andare a scuola.
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C'è una scena che conosci: lui sul divano, tablet appoggiato sulle gambe, mento praticamente sul petto, immobile da quaranta minuti. E tu che dalla cucina dici la frase che dicono tutti — stai dritto — ottenendo esattamente trenta secondi di risultato.

Ti do subito la conclusione, poi ti spiego da dove viene: il modo in cui tiene il collo conta molto meno di quanto ti hanno raccontato, e quanto sta fermo di fila pesa di più. Quello su cui si può davvero lavorare non è la postura giusta: è dove appoggia lo schermo, ogni quanto si alza e quanto si muove nel resto della giornata.

Quanto tempo ci passano davvero

Partiamo dai numeri veri, perché su questo tema si discute quasi sempre a occhio.

La meta-analisi più ampia sul cambiamento del tempo davanti agli schermi ha raccolto 46 studi e 29.017 bambini, con età media di 9 anni. Prima della pandemia si stava davanti a uno schermo in media 162 minuti al giorno, cioè 2,7 ore; durante la pandemia il tempo è cresciuto di 84 minuti al giorno, un più 52%. L'aumento maggiore è stato tra i 12 e i 18 anni (110 minuti in più al giorno); a crescere di più sono stati i computer personali (46 minuti) e, subito dietro, i dispositivi che si tengono in mano (44 minuti).

Il secondo numero riguarda l'insieme delle abitudini di movimento. In una meta-analisi su 387.437 ragazzi di 3-18 anni in 23 Paesi, solo il 7,12% rispettava tutte e tre le raccomandazioni sulle 24 ore — attività fisica, schermi e sonno. Tra gli adolescenti la quota crollava al 2,68%.

Tradotto: tuo figlio non è un caso limite, è la norma. E non stiamo parlando di correggere un'anomalia, ma di gestire una condizione ordinaria.

Cosa dicono davvero gli studi sul dolore al collo

Va detta subito una cosa scomoda: le prove su schermi e dolore al collo nei bambini sono in gran parte trasversali. Trasversale vuol dire che si misurano insieme, lo stesso giorno, quante ore usa il telefono e se gli fa male il collo — e quindi non sai chi è venuto prima. Può darsi che il telefono provochi il dolore, ma può anche darsi che chi ha male si muova di meno e stia più fermo con il telefono in mano.

La revisione sistematica con meta-analisi su comportamento sedentario e dolore al collo in bambini e adolescenti ha trovato 15 studi, tutti trasversali, e ne ha potuti unire sette:

  • uso prolungato del telefono: odds ratio 1,36 (IC 95%: 1,001-1,85). Significativo, ma appena;
  • tempo davanti agli schermi in generale: odds ratio 1,13 (0,98-1,30), quindi non significativo. Diventava significativo (1,30) solo dopo aver tolto uno studio in analisi di sensibilità;
  • tempo seduto prolungato: associazione significativa, ma riportata in due soli studi.

Gli autori la chiamano associazione lieve. Una revisione precedente, che aveva passato al setaccio 9.908 articoli e ne aveva inclusi 45 su dispositivi touch e sintomi muscoloscheletrici, era ancora più netta: prove limitate, e nessuno studio longitudinale identificato.

Lo studio che ha seguito i ragazzi nel tempo

Poi è arrivato quello che mancava. A Singapore, 1.691 adolescenti di 10-19 anni sono stati seguiti per un anno. Chi all'inizio usava lo smartphone aveva una probabilità più alta di riferire sintomi a collo e spalle dodici mesi dopo (OR 1,61, IC 95%: 1,06-2,44) e alla schiena bassa (1,86). Per il tablet l'associazione riguardava collo e spalle, schiena bassa e braccia, con odds ratio tra 1,33 e 1,52.

Ma il dettaglio più utile va contro il senso comune: in questo studio la durata dell'uso non era associata ai sintomi. Erano associati i modi di usarli — la lunghezza delle sessioni ininterrotte, il tipo di attività, il fare più cose insieme. È l'unico studio prospettico che abbiamo sull'uso dei dispositivi, ed è tutto autoriferito con un questionario: non dimostra un rapporto di causa, ma è l'indizio migliore che il totale delle ore conti meno di quanto sta fermo di fila senza cambiare niente. In altri studi, trasversali, il totale delle ore risulta invece associato al dolore: ci torniamo più avanti.

Un bambino corre in un luminoso corridoio scolastico, sottolineando l'architettura moderna e l'energia.

L'angolo del collo: cosa succede davvero

La meccanica esiste ed è misurabile, anche se le conseguenze sono meno drammatiche di come vengono raccontate.

In laboratorio, con 18 partecipanti impegnati in tre compiti tipici — messaggi, navigazione, video — la flessione della testa in avanti stava tra i 33 e i 45 gradi rispetto alla verticale. Scrivere messaggi produceva l'angolo maggiore, e da seduti l'angolo era maggiore che in piedi (la spiegazione plausibile: in piedi il corpo oscilla e cambia posizione di continuo, da seduti molto meno). Attenzione a cosa misura questo studio: quanto si piega la testa, non quanto fa male il collo.

Sui bambini c'è una misurazione diretta. Trentaquattro maschi di 5-12 anni sono stati fotografati mentre usavano lo smartphone e di nuovo mezz'ora dopo aver smesso. Chi lo usava più di 4 ore al giorno aveva angoli di flessione di testa e collo maggiori e un angolo craniocervicale minore rispetto a chi lo usava meno, in entrambe le posizioni esaminate; e in tutti e due i gruppi l'angolo craniocervicale peggiorava da seduti rispetto che in piedi, sia durante l'uso sia a mezz'ora di distanza. È uno studio piccolo, solo maschi e osservazionale: dice che chi usa molto il telefono sta più chiuso, non che il telefono lo abbia chiuso.

La cifra dei "chili sul collo"

Il numero che gira ovunque — decine di chili di carico sulla cervicale quando pieghi la testa in avanti — viene da un articolo di tre pagine pubblicato nel 2014 su una rivista di tecnica chirurgica. È un calcolo su modello biomeccanico, non una misurazione su bambini veri: il record non riporta nemmeno un abstract con i risultati, solo la premessa.

Il punto non è che il calcolo sia sbagliato, è che un carico stimato non è un dolore. Il collo regge carichi tutto il giorno senza far male, e la verifica su persone vere dice qualcosa di diverso.

Dove appoggia il tablet conta più di come sta seduto

Qui i numeri sono concreti e subito utilizzabili. Venticinque bambini di 10-12 anni hanno giocato quindici minuti al tablet in tre configurazioni diverse, con misurazione del dolore subito dopo e dell'attività elettrica dei muscoli del collo:

Come è appoggiato il tablet Dolore al collo (0-10) Attività dei muscoli estensori del collo
Sul tavolo, su un supporto inclinato 0,37 22,4
Sul tavolo, piatto 1,74 35,4
In grembo 1,72 35,3

Circa quattro volte il dolore e una volta e mezza l'attività muscolare a parità di bambino, di gioco e di minuti: l'unica cosa cambiata è l'altezza e l'inclinazione dello schermo. Due precisazioni oneste: i valori sono bassi in assoluto — 1,7 su 10 dopo un quarto d'ora non è un bambino che sta male — e in grembo e piatto sul tavolo davano lo stesso risultato. Quello che fa la differenza è il supporto inclinato, non il grembo in sé.

Perché il tablet può essere più impegnativo dello smartphone? Non c'è uno studio che li abbia messi a confronto su questo, e nello studio prospettico di Singapore gli odds ratio del tablet erano anzi più bassi di quelli dello smartphone, anche se riguardavano più distretti (collo e spalle, schiena bassa e braccia). I motivi che seguono sono meccanici: un ragionamento plausibile, non un risultato misurato.

  1. è più grande e più pesante, quindi tende a finire appoggiato — sulle gambe, sul tavolo — invece che sollevato all'altezza degli occhi come fa istintivamente chi tiene un telefono;
  2. occupa entrambe le mani, quindi le braccia restano impegnate e le spalle salgono;
  3. immobilizza di più: in uno studio di laboratorio su dieci bambini di 3-5 anni, durante il gioco al tablet gli angoli medi di testa, tronco e braccio erano maggiori sia rispetto alla televisione sia rispetto ai giochi non digitali, e rispetto a questi ultimi c'era meno variazione posturale, più tempo seduti e meno attività fisica. Dieci bambini in laboratorio sono pochi: prendilo come indizio, non come prova.

Un vecchio studio su 18 bambini di circa 5 anni e mezzo aggiunge la sfumatura onesta: rispetto al computer fisso il tablet dava posture spinali meno neutre e più attività dei muscoli di collo e spalle, ma con maggiore variabilità. Peggio come posizione media, meglio come movimento — ed è il motivo per cui la posizione media, da sola, spiega poco.

Poi c'è la posizione di cui nessuno parla. In uno studio trasversale su 233 alunni thailandesi, il 53% usava lo smartphone da sdraiato, e la posizione a pancia in giù risultava associata a un rischio di disturbi muscoloscheletrici 7,37 volte superiore rispetto alla posizione seduta. Fotografia di un momento, di nuovo: dice che le due cose vanno insieme, non che sia la pancia in giù a provocare il dolore.

"Stai dritto": la frase che non regge alla verifica

Millecentootto diciassettenni australiani sono stati fotografati da seduti e classificati, con marcatori applicati su punti ossei, in quattro modi di tenere collo e torace: dritto, intermedio, torace afflosciato con testa in avanti, torace eretto con testa in avanti.

Risultato: nessuna differenza significativa nella probabilità di avere dolore al collo o mal di testa tra i quattro gruppi. Gli autori scrivono che il dato mette in discussione le credenze diffuse sul ruolo della postura nel dolore cervicale degli adolescenti. Anche questo è uno studio trasversale — foto e questionario lo stesso giorno — e vale come tale: non dimostra che la postura sia innocua, mostra che non separa chi ha male da chi non ce l'ha.

Ci sono due sfumature interessanti: chi stava con il torace afflosciato e la testa in avanti aveva più probabilità di sintomi depressivi, chi stava dritto faceva più esercizio fisico. La postura è più uno specchio di come sta e di quanto si muove che una causa del dolore.

Gli stessi quattro gruppi ricompaiono in Postura a scuola e zaino: cosa conta davvero; le due misure che contano per la postazione dei compiti sono in Scrivania e sedia per i compiti.

Il fattore che ricorre di più: la quantità di tempo fermo

Se togli la postura dal centro resta il tempo e resta il movimento. Qui le prove sono più numerose, ma restano quasi tutte trasversali e non sono unanimi.

Nella coorte danese di nascita, 45.555 preadolescenti sono stati intervistati agli 11 anni. Rispetto a chi stava davanti a uno schermo meno di 2 ore al giorno, chi ci stava 6 ore o più aveva un rapporto di rischio relativo (RRR) di dolore spinale severo di 2,49 nelle femmine (IC 95%: 2,13-2,92) e 1,95 nei maschi (1,65-2,32); essere fisicamente inattivi lo alzava a sua volta (RRR 1,22; IC 95%: 1,10-1,34), rispetto a chi era moderatamente attivo. Due avvertenze: qui "dolore spinale" comprende collo, dorso e schiena bassa insieme, e le due misure sono state raccolte nello stesso momento — gli autori stessi chiedono studi prospettici per stabilire un nesso causale.

Nella coorte finlandese di nascita, in un'indagine trasversale su quasi seimila ragazzi di 15-16 anni, il tempo seduto prolungato era associato al dolore al collo e alla nuca in entrambi i sessi. E i numeri di base servono a calibrare l'ansia: quasi metà delle ragazze e un terzo dei ragazzi riferiva dolore lieve a collo, nuca o spalle, mentre il dolore severo riguardava il 5% delle ragazze e il 2% dei ragazzi. In adolescenza il fastidio al collo è comune, il problema serio è raro.

Lo studio col disegno più solido è norvegese: risposte raccolte tra i 13 e i 19 anni da 1.433 ragazzi, dolore al collo misurato undici anni dopo. I fattori associati erano avere già dolore a collo e spalle (OR 2,0; IC 95%: 1,3-3,0), la solitudine (2,0; 1,2-3,5), il mal di testa o l'emicrania (1,7; 1,2-2,6), il sesso femminile (1,9; 1,3-2,9) e, con intervalli che arrivano a toccare l'1 — cioè al limite della significatività — il mal di schiena (1,5; 1,0-2,4) e la bassa attività fisica (1,6; 1,0-2,5). Chi li aveva tutti arrivava a una probabilità del 67% nelle ragazze e del 50% nei ragazzi. Rileggi l'elenco: c'è il dolore che c'è già, c'è come sta, c'è quanto si muove. Schermi e postura non compaiono — ma per una ragione precisa, che è giusto dire: in questo studio non erano fra le cose misurate, quindi non sono stati testati e scartati. Il punto è un altro: senza guardare né a schermi né a posture, undici anni dopo si prevedeva già molto.

La parte onesta: il movimento non è uno scudo garantito

Sarebbe comodo chiudere con "fallo muovere di più e passa tutto", ma le prove non lo permettono.

In uno studio danese che ha misurato l'attività fisica con l'accelerometro — non con un questionario — su 906 ragazzi di 11-15 anni seguiti per due anni, non c'era nessuna associazione, né trasversale né longitudinale, tra livelli di attività fisica e dolore spinale. E nella coorte finlandese un alto livello di attività fisica era associato a più dolore severo a collo e spalle nelle ragazze.

Sul dolore alla schiena bassa — non al collo, la distinzione conta — una meta-analisi dose-risposta su 57.831 partecipanti, tutti studi osservazionali, ha trovato un aumento del rischio dell'8,2% per ogni ora quotidiana di computer (OR complessivo 1,32; IC 95%: 1,05-1,60), con un'associazione al limite per il telefono (1,32; 1,00-1,64) e molto piccola, anche se significativa, per la televisione (1,07; 1,04-1,09).

Il tempo fermo, insomma, è il fattore che ricorre più spesso fra quelli misurati — quasi sempre però in studi trasversali, che non stabiliscono chi viene prima. Non è una leva magica: è la leva meno peggio che hai, e ha il vantaggio di far bene comunque a sonno, umore e peso.

Cosa cambiare davvero, da stasera

Tre cose, in ordine di quanto sono supportate.

1. Alza lo schermo. È l'intervento con il numero più netto dietro: circa quattro volte meno dolore misurato subito dopo, a parità di tutto il resto (su valori comunque bassi, e in un solo studio da 25 bambini). Non serve comprare niente di sofisticato, basta la custodia con supporto che tiene il tablet inclinato sul tavolo. La regola: lo schermo sale verso gli occhi, non gli occhi scendono verso lo schermo. Con lo smartphone, il gomito appoggiato sul tavolo o sul bracciolo fa lo stesso lavoro.

2. Spezza le sessioni. Non tagliare le ore totali: taglia le sessioni ininterrotte, che è la cosa che l'unico studio prospettico sui dispositivi ha effettivamente collegato ai sintomi. Nell'esperimento più vicino al tema, condotto però su 44 giovani donne di 18-25 anni, il dolore al collo saliva già dopo venti minuti e continuava a salire fino a 41; e chi alle pause aggiungeva posizione eretta, riposo degli occhi e allungamenti alla fine stava meglio di chi faceva solo pause. Venti minuti è un ordine di grandezza ragionevole anche per un bambino, ma è preso da adulti: un timer, la fine del livello, il cambio di episodio.

3. Aggiungi movimento, senza aspettarti miracoli sul collo. L'indicazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per bambini e adolescenti è una media di 60 minuti al giorno di attività da moderata a vigorosa, più rinforzo muscolare. Sul tempo sedentario le stesse linee guida raccomandano di ridurlo, ma dichiarano esplicitamente che le prove non bastano a quantificare una soglia: chi ti dà il numero magico di ore sta andando oltre quello che si sa.

Una nota di realismo, infine. La meta-analisi su 204 studi di interventi per ridurre gli schermi nei bambini ha trovato un effetto complessivo piccolo, e funzionavano meglio quelli con obiettivi espliciti, riscontro e pianificazione: regole concrete e concordate, non prediche. Vale anche a casa — "non stare tanto al tablet" non è una regola, "il tablet sta sul supporto e alla fine dell'episodio si scende in cortile" lo è.

Cosa invece puoi smettere di fare

  • Correggerlo a voce ogni cinque minuti. Nessuno studio ha misurato che effetto abbia dirlo, ma negli studi che hanno cercato una postura protettiva non ne è emersa nessuna: rimane il logorio del rapporto, senza un beneficio dimostrato.
  • Comprare correttori posturali e fascette per un bambino senza diagnosi. Non esistono prove che servano, e nei dati disponibili il problema non sembra essere la posizione.
  • Aspettarti che l'arredo faccia il lavoro. In uno studio quasi-sperimentale su 88 adolescenti, con banchi ad altezza regolabile, promemoria e cartelloni, il dispendio energetico è aumentato e la circonferenza vita è scesa — ma sul disagio muscoloscheletrico non c'è stato nessun effetto.
  • Spaventarlo. Dirgli che si sta rovinando la colonna a nove anni non è sostenuto dai dati, ed è un ottimo modo per insegnargli ad avere paura del proprio corpo.

Quando non è lo schermo: le bandiere rosse

Un fastidio che compare dopo un pomeriggio fermo e passa muovendosi è la situazione più comune e non richiede accertamenti. Ci sono però segnali che non c'entrano niente con il tablet e vanno portati al pediatra, non gestiti con l'ergonomia:

  • febbre con collo rigido, e il bambino non riesce ad appoggiare il mento sul petto;
  • dolore comparso dopo un trauma — una caduta, un colpo, uno scontro sportivo;
  • dolore che lo sveglia di notte, o che è presente anche quando non sta davanti a uno schermo;
  • dolore che dura da settimane senza mai avere un momento migliore, o che peggiora progressivamente;
  • la testa resta storta da un lato e non torna dritta, o è comparsa un'inclinazione nuova;
  • formicolii, debolezza o perdita di forza a braccia e mani, cambiamenti nella scrittura, difficoltà a camminare;
  • mal di testa che peggiora nel tempo, presente al risveglio, o accompagnato da vomito;
  • perdita di peso, febbre che non passa, linfonodi ingrossati, bambino che sta chiaramente male;
  • ha smesso di fare cose che prima faceva.

Su due di questi non si aspetta. Febbre con rigidità del collo, oppure debolezza, formicolii persistenti e difficoltà a camminare, vanno valutati con urgenza, non lunedì mattina — e non sono materia da fisioterapia, né online né in studio.

Questo elenco non è nostro. Le raccomandazioni interdisciplinari sul dolore alla schiena in età pediatrica — scritte per il mal di schiena, non per il collo, ma è da lì che vengono i campanelli d'allarme — indicano fra i segnali da non trascurare la febbre, i disturbi motori o sensitivi agli arti, il dolore radicolare, i problemi di controllo di vescica e intestino, il trauma, i linfonodi ingrossati e l'età sotto i 10 anni, che di per sé è un motivo per guardare più a fondo un dolore che non passa. Sulla testa che resta storta, la guida pediatrica di riferimento è netta: il torcicollo è un sintomo, non una diagnosi, e in alcune delle sue cause il tempo conta.

Se il tema è il mal di testa ricorrente, i criteri per distinguerlo sono in Mal di testa nel bambino: quando preoccuparsi; se il collo fa male da giorni senza altri segnali, il quadro d'insieme è in Cervicale nei bambini.

Gli adulti sono un'altra storia

Sul collo da smartphone negli adulti trovi due articoli dedicati: Sindrome text neck e Tech neck. Sono utili, ma parlano di un'altra popolazione, e la differenza non è cosmetica: un adulto spesso passa otto ore in una postazione fissa e ripete lo stesso gesto per anni, un bambino cambia posizione decine di volte al giorno e ha tessuti in crescita. Fra i quindici-sedicenni finlandesi il dolore severo era raro — il 5% delle ragazze e il 2% dei ragazzi — e nello studio che ha guardato a undici anni di distanza a pesare erano il dolore già presente, la solitudine e il mal di testa: nessun dispositivo, che in quello studio non era nemmeno fra le cose misurate. Applicare di peso a un bambino di otto anni le raccomandazioni ergonomiche pensate per l'ufficio è il modo più veloce per trasformare un non-problema in un'ansia quotidiana.

Cosa può fare un fisioterapista (e cosa no)

Nella grande maggioranza dei casi non serve nessuna terapia perché un bambino sta a testa bassa sul tablet. Serve che qualcuno guardi come lo usa davvero — nella sua stanza, sul suo divano, con il suo dispositivo — e ti dica due o tre cose da cambiare questa settimana. E serve, quando il dolore c'è già, capire se dietro ci sono le cose che negli studi contano davvero: quanto si muove, come dorme, se ha mal di testa, come sta.

Si fa bene in videochiamata, perché il posto da guardare è casa tua e non uno studio. Con Ri-Hub Junior si parte da una prima visita gratuita di venti minuti con una fisioterapista specializzata in età evolutiva: ci mostri la postazione, valutiamo il collo e ti diciamo cosa sistemare. Fino ai 10 anni le sedute durano un'ora e costano 59,90 €; dagli 11 ai 18 anni sono sedute standard da 29,90 €.

Se invece c'è di mezzo una condizione neurologica o neuromuscolare complessa, il posto giusto non siamo noi: quei percorsi richiedono valutazioni in presenza e centri specializzati, e te lo diciamo subito invece di farti perdere tempo.

Fonti

Ultima verifica delle fonti: settembre 2026.

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